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Nel nome del padre: Marwan Barghouti, il “Mandela palestinese”, raccontato dal figlio Arab

Il figlio del più carismatico leader dei Territori, da 21 anni detenuto in Israele, spiega perchè, per tantissimi a Gaza e Ramallah, è lui oggi l’unica vera speranza. Intervista
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RAMALLAH. A trentuno anni, Arab Barghouti non ha mai provato il brivido di votare. Negli uffici della start-up che dirige, nel centro di Ramallah, non è l’unico: nessuno dei cinquanta giovani uomini e donne che qui mettono a punto codici informatici e applicazioni fra le foto di cattedrali tedesche innevate (la casa madre del gruppo viene dalla Germania) ha mai potuto dire la sua sul futuro dei Territori palestinesi, dove vive e lavora e su chi li dovrebbe guidare. Arab, naturalmente non ha dubbi: suo padre è Marwan Barghouti, ex esponente di spicco dei gruppi giovanili di Fatah (il partito di Yasser Arafat e dell’attuale presidente Mahmud Abbas), ex capo di Tanzim, l’ala militare dell’organizzazione, leader della Prima intifada, strenuo sostenitore degli Accordi di Oslo negli anni 90, tornato in strada nel 2000 per guidare la Seconda Intifada, quando l’impossibilità che quei piani diventassero realtà fu evidente a tutti.

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A 64 …

RAMALLAH. A trentuno anni, Arab Barghouti non ha mai provato il brivido di votare. Negli uffici della start-up che dirige, nel centro di Ramallah, non è l’unico: nessuno dei cinquanta giovani uomini e donne che qui mettono a punto codici informatici e applicazioni fra le foto di cattedrali tedesche innevate (la casa madre del gruppo viene dalla Germania) ha mai potuto dire la sua sul futuro dei Territori palestinesi, dove vive e lavora e su chi li dovrebbe guidare. Arab, naturalmente non ha dubbi: suo padre è Marwan Barghouti, ex esponente di spicco dei gruppi giovanili di Fatah (il partito di Yasser Arafat e dell’attuale presidente Mahmud Abbas), ex capo di Tanzim, l’ala militare dell’organizzazione, leader della Prima intifada, strenuo sostenitore degli Accordi di Oslo negli anni 90, tornato in strada nel 2000 per guidare la Seconda Intifada, quando l’impossibilità che quei piani diventassero realtà fu evidente a tutti.

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A 64 anni, di cui 7 passati in esilio forzato in Giordania e 21 nelle carceri israeliane, dove si trova tuttora, Barghouti è oggi il leader più popolare nei Territori palestinesi: l’unico, dicono i sondaggi, in grado di sfidare le vette di consenso raggiunte fra i palestinesi da Hamas dopo l’attacco contro Israele del 7 ottobre. Che, secondo tantissimi qui, ha avuto il merito di riportare al centro dell’attenzione mondiale la questione palestinese.Un sondaggio del Palestinian center for policy and survey research afferma che se si votasse oggi per la presidenza palestinese, Barghouti avrebbe il 47 per cento dei consensi, contro il 43 di Ismail Hanyeh (il leader politico di Hamas fuori da Gaza) e il 7 di Abbas.

Nome in codice: Mandela

Proprio per questo Barghouti oggi è il detenuto più importante sul tavolo delle trattative per un nuovo scambio prigionieri/ostaggi fra Israele e Hamas. A inserirlo nella lista è stata la stessa organizzazione islamista che pure il leader palestinese, sia in veste di militante che di politico, ha duramente osteggiato: segno che anche gli islamisti riconoscono la centralità del ruolo di chi molti qui non esitano a definire “il Mandela arabo”. E che suo figlio, in risposta ai cinque ergastoli più gli ulteriori quarant’anni in cella a cui è stato condannato per concorso nell’omicidio di cinque israeliani, definisce «un uomo che per anni si è battuto per i due Stati, per la pace. Il fatto che Israele oggi lo etichetti come terrorista dice molto del perché gli Accordi di Oslo sono naufragati e del perché siamo arrivati in questa situazione: Israele, e Netanyahu in particolare, in questi anni ha fatto di tutto per indebolire i palestinesi. Lasciare spazio ad Hamas tentando di uccidere politicamente un personaggio come mio padre che ha sempre goduto di credibilità e popolarità, è stato uno dei metodi prescelti: non volevano qualcuno a cui la gente potesse credere, un nuovo Arafat».

Giovani e vecchi

Certo, parola di figlio. Ma non solo. A Ramallah come a Gerusalemme Est, il nome di Barghouti è il primo (se non l’unico) che emerge quando si chiede ai palestinesi del proprio futuro. Di fronte a una screditatissima Autorità nazionale palestinese e a un Abbas accusato di essere complice di Israele, Barghouti spicca come un gigante agli occhi dei giovani della generazione di Arab. Ma anche a quelli degli anziani che hanno lottato per il sogno di Arafat, e che ora lo vedono svanire nelle dimore di lusso dei dirigenti di Fatah, o negli attacchi e negli abusi che l’esercito e i coloni ebrei impongono sulla popolazione della Cisgiordania senza che chi governa Ramallah faccia molto per fermarli. Come un gigante spicca anche sui disegni disseminati lungo il muro con cui Israele ha circondato i Territori e nelle bandiere che i palestinesi sventolano nelle manifestazioni: sorridente in una vecchia foto, con le mani bloccate dalle manette e alzate sopra la testa. «Non c’è nessuno che abbia la credibilità di Marwan. Lo dico da anni: ma se c’è un momento in cui sarebbe urgente usare questa credibilità è questo», ci aveva detto pochi giorni prima dell’incontro con Barghouti jr., nel suo ufficio di Gerusalemme Est, il più grande intellettuale palestinese, Sari Nusseibeh.

Ad alimentare il mito non c’è solo il prezzo personale altissimo che Barghouti ha pagato alla causa, ma anche il fatto che dopo l’elezione al Consiglio legislativo palestinese (il Parlamento) nel 1996, abbia iniziato una durissima battaglia contro la corruzione. A differenza di molti altri da queste parti, lui non si è mai arricchito con la militanza e con la politica: in più, cosa non da poco, quando avrebbe potuto non ha scelto la via dell’esilio dorato come ha fatto Mohammed Dahlan, ex capo di Fatah a Gaza, che per questo è detestato da coloro che dai Territori o dalla Striscia non possono muoversi.Prima di essere arrestato in un raid israeliano proprio qui a Ramallah, nel 2002, il leader era sopravvissuto a un tentativo di assassinio: quando le forze israeliane si presentarono in massa per portarlo via, sapeva benissimo di essere nel mirino.

Eppure era rimasto, continuando ad incitare i palestinesi alla rivolta contro uno Stato, quello ebraico, che a suo dire non aveva nessuna intenzione di rispettare gli impegni presi a Oslo. Da allora, a parte poche udienze pubbliche, solo gli avvocati e i familiari lo hanno visto. Sono stati loro a portare fuori dal carcere i suoi messaggi politici, cementandone il ruolo di leader anche da dietro le sbarre.una pausa per la moglie. Ma l’ipotesi Barghouti per il futuro della Palestina non gira solo nei Territori o nella Striscia di Gaza. Anche nei circoli israeliani, che insistono sul fatto che solo un accordo con i nemici storici potrà portare sicurezza allo Stato ebraico, il leader dell’Intifada è l’unico che gode di vera credibilità. Poche settimane fa, l’appello a liberarlo è venuto dall’ex capo dello Shin Bet (il servizio segreto interno) Ami Ayalon: «Solo lui può guidare i palestinesi dopo la guerra verso una separazione consensuale da Israele», ha detto in un’intervista al quotidiano progressista israeliano Haaretz. E nelle convulse giornate seguite al 7 ottobre, casa Barghouti è diventata il crocevia di rappresentanti diplomatici americani, europei e arabi, tanto che Arab ha dovuto imporre alla madre Fadwa di prendere una pausa per non soccombere allo stress.

Dopo il 7 ottobre

Il giovane uomo non si vergogna di dire che di Marwan come padre ricorda poco: aveva dieci anni quando fu arrestato, e da allora gli incontri in carcere con la mamma e i tre fratelli sono sempre stati controllatissimi, spesso ridotti o addirittura cancellati ogni volta che c’era un attentato, una minaccia, una tensione politica.Proprio come in questi ultimi mesi: dal 7 ottobre i contatti sono stati del tutto sospesi. Barghouti, come e più di ogni altro detenuto palestinese “eccellente”, è sottoposto a sorveglianza speciale, è stato trasferito in una cella isolata e non ha potuto vedere nessuno se non – raramente – il suo avvocato.È di pochi giorni fa la denuncia per maltrattamenti che Barghouti ha presentato contro le autorità carcerarie. «Come famiglia non abbiamo mai perso la speranza che esca», ci confida il figlio. «Ma sappiamo bene che è difficile. Siamo molto consapevoli di chi sia mio padre e del ruolo che ricopre».Chi non lo fosse, non avrebbe che l’imbarazzo della scelta per chiarisi le idee: i lunghi profili sui giornali internazionali, le magliette con il suo viso, gli stencil con l’immagine con le manette stampati sui muri. Tanto, forse troppo per un uomo che da 21 anni non vede la luce del sole e parla solo per interposta persona.

Qualche giorno fa, sul New York Times, Serge Schememann, ex capo dell’ufficio di Gerusalemme e oggi editorialista del quotidiano Usa, scriveva: «È difficile immaginare il rilascio di Barghouti ora. Ma c’è stato un momento in cui anche il ritorno di Arafat in Israele come legittimo leader dei palestinesi sembrava ugualmente impossibile».

Sul Venerdì del 22 febbraio 2024

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