Il male come vicino di casa
di Vittorio LingiardiTrovare un brillante nascosto nel tubo del dentifricio appena requisito a un’ebrea, far sistemare dalla sartina la pelliccia di un’altra ebrea nel frattempo gasata, istruire la servitù, mettere a letto i bambini che tradiscono ormai brutte inquietudini in menti già devastate, potare le aiuole, coccolare il cane, ricevere gli ingegneri che devono illustrare il progetto di un forno più efficace. Intanto costruire la propria carriera come un dirigente d’azienda qualunque.
Un’azienda che deve produrre, in questo caso dei morti. Scene di quotidianità familiare, dove tutto procede come sotto l’effetto di una anestesia sinistra, comprese relazioni palpabilmente disfunzionali, paranoie fluttuanti, ambizioni piccole e grandiose, scompartiment…
Trovare un brillante nascosto nel tubo del dentifricio appena requisito a un’ebrea, far sistemare dalla sartina la pelliccia di un’altra ebrea nel frattempo gasata, istruire la servitù, mettere a letto i bambini che tradiscono ormai brutte inquietudini in menti già devastate, potare le aiuole, coccolare il cane, ricevere gli ingegneri che devono illustrare il progetto di un forno più efficace. Intanto costruire la propria carriera come un dirigente d’azienda qualunque.
Un’azienda che deve produrre, in questo caso dei morti. Scene di quotidianità familiare, dove tutto procede come sotto l’effetto di una anestesia sinistra, comprese relazioni palpabilmente disfunzionali, paranoie fluttuanti, ambizioni piccole e grandiose, scompartimenti cognitivi e affettivi per dissociazioni psichiche. Le stesse che, con pragmatismo linguistico, creano espressioni come “soluzione finale” e indicano i deportati come “carichi” o “materiali”. Scene domestiche nella villetta gentilmente arredata della famiglia di Rudolf Höss, che di lavoro fa il comandante di Auschwitz. Sua moglie Hedwig si compiace del titolo di “Regina di Auschwitz”, è entusiasta del giardino con piccola piscina, disprezza le serve e mostra incantata le dalie all’ultima nata dei suoi cinque figli.
Oltre il muro di cinta c’è il campo dell’Olocausto, di cui vediamo solo il fumo che esce dai camini e sentiamo le voci delle intimazioni feroci, qualche sparo, le grida. È proprio questo non vedere che rende agghiacciante la metafora del film e la storia, per niente metaforica, anzi ben documentata, che racconta. La zona d’interesse di Jonathan Glazer, cinque candidature agli Oscar, liberamente tratto dal romanzo di Martin Amis, è da ieri nelle sale. Vi congelerà lo stomaco senza mostrarvi niente, se non il riflesso mostruoso del male contiguo. Proprio lì, vicinissimo, al di là del muro. E al di qua.
Sul Venerdì del 23 febbraio 2024