Paolo Virzì presenta “Un altro Ferragosto”: Destra contro sinistra quasi 30 anni dopo
di Paola ZanuttiniRoma. Con Paolo Virzì c’è subito un amabile conflitto verbale. Non si arriva alle maleparole, ma lui giudica malissimo quelle che uso per definire i personaggi di Un altro Ferragosto, il suo Vent’anni dopo – in realtà ventotto – di Ferie d’agosto, l’epocale ritratto di un’Italia neoberlusconiana in vacanza a Ventotene, dove schierava il clan intellettuale, spartano e di sinistra dei Molino e il familismo amorale – o solo infelice – dei danarosi e coatti Mazzalupi, all’epoca ancora abbastanza qualunquisti. Ecco, sul termine coatti il regista sgrana gli occhi: «Coatti?!? È una parola che non uso. Lei la usa?».
Sì, perché?
«Ah, io no».
Perché la trova…
«Razzista».
Io non la trovo razzista. Tutti abbiamo atteggiamenti un po’ coatti prima o poi.
«Sì, però penso ci siano parole più specifiche».
Grossolani? Grossolani è proprio da Parioli.
«Coatti, per me, lo dice uno dei Parioli. Che cosa sono loro? Sono variegati. Cioè dei piccolo borghesi...».
Se propongo di tagliare corto e optare per bu…
Roma. Con Paolo Virzì c’è subito un amabile conflitto verbale. Non si arriva alle maleparole, ma lui giudica malissimo quelle che uso per definire i personaggi di Un altro Ferragosto, il suo Vent’anni dopo – in realtà ventotto – di Ferie d’agosto, l’epocale ritratto di un’Italia neoberlusconiana in vacanza a Ventotene, dove schierava il clan intellettuale, spartano e di sinistra dei Molino e il familismo amorale – o solo infelice – dei danarosi e coatti Mazzalupi, all’epoca ancora abbastanza qualunquisti. Ecco, sul termine coatti il regista sgrana gli occhi: «Coatti?!? È una parola che non uso. Lei la usa?».
Sì, perché?
«Ah, io no».
Perché la trova…
«Razzista».
Io non la trovo razzista. Tutti abbiamo atteggiamenti un po’ coatti prima o poi.
«Sì, però penso ci siano parole più specifiche».
Grossolani? Grossolani è proprio da Parioli.
«Coatti, per me, lo dice uno dei Parioli. Che cosa sono loro? Sono variegati. Cioè dei piccolo borghesi...».
Se propongo di tagliare corto e optare per burini arricchiti, Virzì sconfina nello sdegno. Ma quando definisco cheap l’involuzione di Cecilia (Laura Morante) che, nel nuovo film, in vista dell’imminente dipartita del suo Sandrino (Silvio Orlando), si mette a civettare tristemente con maschi improponibili, passa alla citazione – nonviolenta – del Moretti di Palombella rossa che schiaffeggiava la giornalista colpevole di usare lo stesso aggettivo: «Le parole sono importanti!». E poi spiega: «Mi spiace che la definisca cheap. È quello che succede a una donna bella, insicura, che ha avuto tutta la vita un senso di inferiorità rispetto al proprio compagno intellettuale, che invece è pazzo di lei. Con gli anni è sempre più insicura, bambina, in un declino senile e narcisista. E la sua civetteria è una negazione della realtà: lei nega che Sandro stia morendo, non può accettarlo, si inventa altre realtà per sentirsi viva, giovane e suscitare la sua attenzione. Invecchiando, le persone non maturano».
Stando ai rendiconti Siae sui tanti e costanti passaggi televisivi di Ferie d’agosto, che non ebbe un successo plateale, ma lento e sedimentato, si suppone che tutta Italia ne conosca la trama, però una rivisitazione può giovare prima di passare a Un altro Ferragosto, dal 7 marzo al cinema. Dunque: in una Ventotene ancora meta di turisti più o meno alternativi, sbarcava per la prima volta la tribù dei Mazzalupi capeggiata da Ruggero (Ennio Fantastichini), proprietario di un’armeria all’Appio Latino e innamorato della cognata Marisa (Sabrina Ferilli), che si piazzavano accanto alla casa senza luce e acqua corrente affittata da storici habitué dell’isola: la colta, politicizzata, ecologica famiglia allargata di amici ed ex amori raccolta intorno a Sandro Molino, giornalista dell’Unità, ma anche scrittore, poeta, opinionista.
Mentre i Mazzalupi smanettavano con l’antenna per beccare Italia1, i Molino già sogghignavano, ma poi, quando l’armaiolo sparacchiava, non per odio ma per idiozia, a un ambulante senegalese, l’antagonismo si faceva serrato e andava in scena l’Italia bipolare, in tutti i sensi. Il film apriva con la dicitura “prodotto da Vittorio e Rita Cecchi Gori” (intesa come Rusic) e rivederlo oggi dà il senso delle offese del tempo e dell’evanescenza dei matrimoni. E dei patrimoni.
Ma in Un altro Ferragosto ritrovare gli attori, quasi tutti gli stessi di allora, a parte quelli che non ci sono più, ai quali è dedicato il film (Fantastichini; Piero Natoli, marito poco amato di Marisa; Mario Scarpetta, l’affittacamere; Evelina Gori, la nonna; Oumar Ba, il venditore ambulante) induce la struggente constatazione che della giovinezza ci si accorge quando non c’è più.«Era un’occasione proprio unica per poter raccontare quella roba che diceva Cocteau: il cinema è la morte al lavoro sul corpo degli attori. Non succede quasi mai, ma lo ha fatto anche Robert Guédiguian, regista marsigliese di cui sono particolarmente appassionato, in un film recente, La casa sul mare. A un certo punto, c’è un flashback realizzato con le scene di un film girato trent’anni prima con gli stessi attori: si vede come erano allora, com’era sua moglie Ariane Ascaride».
Di solito gli attori vengono ringiovaniti con effetti non molto credibili.
«Invece, stavolta, avevamo già il materiale pronto, che poi non è un elemento così rilevante nella narrazione del film. Cinque pennellate brevi. Il montatore smaniava, voleva metterne molte di più. Invece io dicevo: attenzione, sa un po’ di feticismo, di custodia della memoria di un film, che poi si fece in maniera scanzonata. Allora venivo da un’opera prima grigia e triste, La bella vita, che aveva avuto però un certo riscontro, vinto David, pupazzetti, nastri».
Come era nata l’idea di questo scontro di classe – anzi, di antropologie – su un’isola pontina?
«Nel ‘94 ero in vacanza a Stromboli con alcuni amici, tra i quali Silvio Orlando, Silvio Vannucci, Gigio Alberti, Rocco Papaleo, che poi hanno partecipato all’avventura. E, su una scomodissima spiaggia di Ginostra, ci fu la scena che generò l’embrione di un film dolente e melanconico che presentammo a Cecchi Gori, la major dell’epoca, nascosto sotto la buccia di commedia balneare: arrivò una vistosa imbarcazione con la musica a palla, era Tarzan Boy, e anche quella c’era, nel film. A bordo, un borghesone con accento romano, di questi da autoconcessionaria della Camilluccia, urlava in uno dei primi telefonini: “Cesarone, li mortacci tua, non sai che te stai a perde’! Qua è ‘na favola!”. Orripilati, i bagnanti aristofreak chiusero i libri Adelphi, ripiegarono i parei balinesi e se ne andarono. Pensai: è arrivata l’Italia, credevamo di essere scappati, ma ci ha raggiunto anche qui».
Quell’Italia che si era svegliata berlusconiana.
«Lasciando tutti di stucco. Perché prima c’era l’ironia, gli sfottò degli intellettuali su Berlusconi, che opponeva al programma per l’Italia di un economista come Luigi Spaventa, suo sfidante a Roma, i successi del Milan. Ma cosa poteva pretendere questo qui con la spillina incantaburini...».
Guardi che ha detto burini…
«Lo disse Michele Serra descrivendolo, quando ci fu il celebre dibattito da Mentana a Braccio di ferro con Occhetto con il vestito marrone come in una canzone di Paolo Conte».
E, invece, come è nata l’idea di Un altro Ferragosto? Non c’è un anniversario a cifra tonda di quello che, immagino, lei consideri il suo film più importante.
«Per niente: anzi, se lo riguardo mi sembra girato di merda. Non sapevo girare: ero preoccupato solo degli attori, non guardavo il meteo, i cieli, il mare. Comunque, spettatori e produttori mi chiedevano sempre: che fine hanno fatto quei personaggi? Cosa sarebbero oggi? Grillini? Leghisti? Nel luglio 2021, con un clima ancora da lockdown, andai a Bologna perché la Cineteca aveva restaurato i miei primi tre film. Brutta notizia, di solito si fa post mortem. Però c’era il sold out e avevano organizzato altre due arene. Nella chiacchierata con il pubblico, che ridomanda perché non penso a un seguito di Ferie d’agosto, spiego che prima non l’avevo voluto fare perché aveva il cattivo odore dell’exploitation, della furbata, e poi era diventato un film del secolo scorso, mentre i sequel si sfornano in rapidità. Ma la cosa che mi rendeva impossibile farlo era che due dei protagonisti rilevanti sono morti. Si alza un signore elegante che, con un bellissimo e dolce accento emiliano mi fa: “Ma scusi, Virzì, un regista come lei si fa spaventare dal tema della morte?”. E questa battuta la rimugino in treno: ma che, mi faccio spaventare? No, anzi mi attrae, la sfida».
Il ritorno a Ventotene è amaro. Sandro Molino sta morendo di tumore e gli amici della vacanza d’antan vengono a rendergli omaggio. In questa sinossi ci sono più nomi che in un elenco telefonico, succede con i film corali: Altiero (Andrea Carpenzano), il figlio concepito nel film precedente, è un genio miliardario dell’informatica, più o meno respinto dal padre, ancora e sempre anticapitalista, e forse anche conformista perché è un po’ scostante col marito fotomodello di Altiero.
La sorellastra Martina (Agnese Claisse) si adopera per riavvicinare padre e fratello, mentre suo figlio, Tito (il piccolo Lorenzo Nohman), aiuta il nonno a scrivere una lettera a Ursula von der Leyen per salvaguardare il pollaio di Spinelli e altri confinati dove (davvero) fu stilato il Manifesto di Ventotene.
Sul fronte Mazzalupi, i due cognati sono morti. La vedova di Ruggero (Paola Tiziana Cruciani) è totalmente svanita. Sua figlia, la psicolabile Sabrina (Anna Ferraioli Ravel sostituisce con grande somiglianza l’originaria Vanessa Marini, oggi, nella vita, commessa di Intimissimi), è diventata una popolare influencer inclusiva di manicure e celebra a Ventotene le ipermediatiche nozze col suo losco manager Cesare (Vinicio Marchioni), dichiaratamente fascio. Marisa si è portata un nuovo fidanzato, un ingegnere, Pierluigi Nardi Masciulli (Christian De Sica), con arie da gran mondo e senza un soldo.
Cos’è cambiato nella rappresentazione della realtà italiana, rispetto a Ferie d’agosto?
«Nel vecchio film le battute che dicevano i personaggi erano esattamente quelle che si dicevano in televisione in quel momento. Per esempio, il tormentone “quarant’anni de mal governo e de consociativismo”. Qui non volevo farmi sovrastare dalla questione politica, che comunque c’è, ma la novità è che“scendo in campo” lo dice una ragazza che fa i tutorial sullo smalto e, grazie ai suoi milioni di follower, è contattata da un partito di destra per candidarla alla Camera».
E, invece, come sono cambiate le relazioni tra i personaggi?
«Nel passato si scontravano due tribù che avevano una specie di loro compattezza. Sandro era il capo indiscusso dei suoi e veniva definito “un punto di riferimento per tutta una generazione”. Ora nessuno lo prende più sul serio, c’è stato uno sfarinamento. Il capo tribù è così acciaccato che si può parlare male di lui anche in sua presenza È venuta meno una visione comune del mondo».
Discorso che vale anche per la sinistra reale.
«Evidente. Sull’altro fronte, questi hanno perso le loro botteghe perché si vende tutto online. Però si fanno i soldi mettendo i video su YouTube con tecniche di elusione fiscale che prefigurano il caso Ferragni. I Mazzalupi non erano così profilati politicamente, diceva Fantastichini che lui i partiti li aveva votati tutti. Erano l’Italia che aveva votato Berlusconi e prima Dc, Psi, Psdi, l’Italia che aveva una gran voglia di divertirsi e vedeva in quel trionfo elettorale una liberazione dai sensi di inferiorità culturale. Il loro è ancora uno stare insieme identitario: non si apprezzano, però stanno insieme cementati dal vantaggio, dall’antipatia per gli altri, la paura, l’odio verso i negri, i froci. Non è più l’Italia berlusconiana. Che era allegra, sensuale, era karaoke, tette. Questa è un’altra cosa, c’è la plumbea presenza di un’indefinibile forma di fascismo».
Quindi gli strazianti discorsi su fascismo e antifascismo di Molino non sono proprio sterili.
«Non c’è dubbio che noi siamo un Paese imbevuto di fascismo dal punto di vista della retorica, della modalità relazionale. E non perché lo siamo diventati, ma perché lo siamo sempre stati. Allo stesso tempo, non penso che l’attuale governo voglia realizzare i programmi di Mussolini, anzi. Non credo che abbia programmi, se non la presa del potere. Sembrano una banda di scappati di casa».
Lei che ha studiato e lavorato con Furio Scarpelli, sceneggiatore principe della commedia all’italiana, sa dire in che misura questo genere denuncia o assolve le malefatte del Paese?
«Mi piacevano Scarpelli e i suoi amici come Monicelli e Suso Cecchi D’Amico, mi piaceva il fatto che parlassero del loro lavoro senza sentirsi depositari di chissà quale arte, come se facessero delle mascalzonate, mentre al Centro sperimentale erano tutti fissati col “piano sequenza” e “lo specifico filmico”. Da ragazzo quei film li avevo visti distrattamente e mi davano anche un po’ fastidio perché c’erano troppi personaggi che assomigliavano a certi miei zii o cognati seccanti».
Forse era un pregio.
«L’ho capito dopo. Comunque di quella stagione cinematografica non tutto mi entusiasma, poi ci sono i capolavori: La grande guerra, Tutti a casa, C’eravamo tanto amati, Io la conoscevo bene, Il sorpasso, Una vita difficile, I compagni. Anche in quelli minori c’è qualche elemento di denuncia sociale e politica, ma c’è anche quel “guarda come so’ ignorante, guarda come so’ volgare, guarda come so’ simpatico” che a me non piace».
A proposito, al giornale mi hanno chiesto di farle una domanda piaciona: lei con chi andrebbe in vacanza, coi Molino o con i Mazzalupi?
«Adesso con nessuno. Porto i figli al mare, a Livorno, la mia città, con un barchino minuscolo. E anche durante questa lavorazione ero più appartato rispetto alla prima, durante la quale, fuori dal set, gli attori avevano ricostituito il clan Molino e il clan Mazzalupi. Ma per indole, sono più incline alla vacanza stile Molino».
Però le stanno, o le stavano, più simpatici i Mazzalupi.
«Ruggero non era simpatico, faceva paura, ma era sentimentalmente infelice, con la figlia che tenta il suicidio e la famiglia disfunzionale. Invece suo cognato Marcello era simpatico. Piero Natoli non sapeva di essere comico, ma bastava mettergli una canottiera e fargli dire tante esse che diventava irresistibile. E chiedeva perché ridevamo. Tutti i Mazzalupi mi facevano ridere, mi divertiva l’impotenza dialettica. Ma mi facevano anche pena».
Non è condiscendenza? Quella che rimprovera alla sinistra elitaria?
«Direi compassione. Compassion, un sentimento buddista».
Sul Venerdì del 23 febbraio 2024