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Ipocondria: quanto fa male aver paura di stare male

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Un libro racconta la storia dell’ossessione per le malattie, disturbo che colpì tante celebrità e riesplode nell’era di Internet. il paradosso? Secondo uno studio aumenta il rischio di mortalità del 60 per cento
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Se su Google chiedete “Pressione alta è sintomo di…” , uno dei primi e allarmanti suggerimenti offerti per completare la ricerca è “infarto”. Chi invece indossa uno smartwatch, può ricevere notifiche in tempo reale – e quindi iniziare a preoccuparsi – quando qualche parametro, come il battito cardiaco a riposo, cambia. Sono solo due esempi che danno l’idea di come la tecnologia sia la peggior nemica degli ipocondriaci: il problema di chi è costantemente in ansia per la propria salute è ormai generalizzato ma tocca nella sua forma più seria, quella diagnosticabile come vera patologia, circa il 6 per cento della popolazione (soprattutto le persone di mezz’età) e il 20 per cento dei pazienti ambulatoriali. Con un potenziale in crescita: per il Censis gli italiani che cercano i sintomi su Internet per farsi delle autodiagnosi sono il 32,4 per cento della popolazione.Vi sentite già parte del gruppo? Aspettate almeno a sentire la definizione ufficiale: secondo il DSM-5, il più importante ma…

Se su Google chiedete “Pressione alta è sintomo di…” , uno dei primi e allarmanti suggerimenti offerti per completare la ricerca è “infarto”. Chi invece indossa uno smartwatch, può ricevere notifiche in tempo reale – e quindi iniziare a preoccuparsi – quando qualche parametro, come il battito cardiaco a riposo, cambia. Sono solo due esempi che danno l’idea di come la tecnologia sia la peggior nemica degli ipocondriaci: il problema di chi è costantemente in ansia per la propria salute è ormai generalizzato ma tocca nella sua forma più seria, quella diagnosticabile come vera patologia, circa il 6 per cento della popolazione (soprattutto le persone di mezz’età) e il 20 per cento dei pazienti ambulatoriali. Con un potenziale in crescita: per il Censis gli italiani che cercano i sintomi su Internet per farsi delle autodiagnosi sono il 32,4 per cento della popolazione.Vi sentite già parte del gruppo? Aspettate almeno a sentire la definizione ufficiale: secondo il DSM-5, il più importante manuale diagnostico dei disturbi mentali, si definisce “ipocondriaco” chi per una durata superiore ai sei mesi si preoccupa eccessivamente di avere o acquisire una grave malattia, pur non avendo del tutto sintomi, o avendo solo sintomi leggeri che ingigantisce, e cerca senza sosta segni di malattia nel proprio corpo attraverso esami non necessari (fanno così gli ipocondriaci detti care seeker, cercatori di cure, che sono la maggioranza) o, al contrario, evita i check-up medici e gli ospedali per non avere la conferma dei suoi terribili sospetti (questi sono i care avoidant, evitatori di cure).Ma se l’era digitale, con i suoi diabolici strumenti, ha sicuramente allargato la categoria, gli ipocondriaci esistono da sempre. Alcuni anche illustri, come Marcel Proust, che, per prevenire il rischio che pollini di ogni tipo accentuassero la sua asma, conduceva una vita da recluso, privandosi dei benefici della luce e dell’aria aperta. Arrivando perfino a restare chiuso nell’auto durante escursioni in campagna in cui osservava gli alberi da distanza sicura, chiedendo al suo autista Odilon di portargli dei rami per osservarli attraverso il finestrino.

Le ossessioni di Glenn Gould

O come il grande pianista Glenn Gould che, terrorizzato dai rischi che potevano correre le sue dita, rifuggiva le strette di mano e più in generale il contatto fisico, tanto che, dopo aver subito un’innocua e leggera pacca sulla spalla da un tecnico della fabbrica di pianoforti Steinway, si convinse di aver subito un danno nervoso, annullò concerti per mesi, visitò una molteplicità di dottori e chiese 300 mila dollari di danni a Steinway.«Gould ricorda quegli ansiosi che, nel Rinascimento, si convincevano di essere letteralmente fatti di vetro e quindi temevano che ogni urto li potesse frantumare», dice la saggista e giornalista inglese Caroline Crampton, autrice del saggio A body made of glass: a history of hypochondria (Granta Books), dove racconta le evoluzioni di questa malattia dall’antichità a oggi.

Glenn Gould. Getty Images 

«La prima testimonianza scritta» spiega sempre Crampton, «ci riconduce all’antica Babilonia: nel Poema del giusto sofferente, risalente al 1.300 avanti Cristo, il narratore descrive i sintomi che lo agitano e racconta di non trovare alcuna risposta dagli esperti del suo tempo. E nel IV secolo a.C. la filosofia greca, in particolare la scuola cirenaica, raccomanda una cura che ancora oggi viene usata dagli psicologi: chiedersi “Qual è la cosa peggiore che mi può accadere?”: esplorare senza remore questo scenario può ridurre l’angosciante indeterminatezza della minaccia».Già nel II secolo d.C. inizia a emergere la bizzarria comportamentale degli ipocondriaci: «Nel trattato De locis affectis, il medico romano Galeno parla di malati che credono di essere delle lumache e tendono a sfuggire ai contatti sociali per evitare che il loro guscio si spezzi», dice l’autrice del libro. «Allora si pensava che l’ipocondria avesse una componente fisica, legata alla bile nera, uno dei quattro umori fondamentali nella medicina del tempo, secreta nella parte dell’addome detta hypochondrium, e una mentale che la avvicinava ad ansia e depressione».

Marcel Proust 

Colpa del consumismo

Questa condizione diventa fenomeno di massa solo nel XVIII secolo, con la rivoluzione industriale che dà la stura al consumismo: «Si diffonde l’idea che la salute sia un bene acquistabile come gli altri, e si apre tutto un mercato di pillole, salassi, improbabili panacee e rimedi fasulli e spesso dannosi», aggiunge la saggista inglese. «Il medico John Moore nel 1786 rivela che l’85 per cento del reddito dei suoi colleghi è dovuto agli ipocondriaci. Anche se quando li si tratta “non fare nulla è quasi benefico come provare una cura”».Oggi è diverso, perché le cure per i malati immaginari sono efficaci: «Soprattutto c’è la terapia cognitivo-comportamentale: sono sessioni in cui lo psicologo aiuta il paziente a capire che l’eccessiva ansia per la propria salute è irrazionale e controproducente, e gli insegna pensieri utili a contrastarla. Poi c’è la cura farmacologica, basata su antidepressivi che aiutano a tenere alto il livello di serotonina (l’ormone della felicità) nel cervello», spiega David Mataix-Cols, docente di psichiatria al Karolinska Institutet svedese che appena pubblicato su Jama Psichiatry uno studio sull’argomento. Tutto risolto, quindi? Non proprio, perché rimane un elefante nella stanza: le mancate diagnosi. «In Svezia stimiamo che solo il 4 per cento di coloro che sono ipocondriaci in modo patologico venga diagnosticato, e quindi curato, come tale» sottolinea lo studioso. E aggiunge: «I medici di famiglia sono restii a considerare un paziente ipocondriaco, sospettano sempre che possa esserci realmente una malattia che non riescono a identificare dietro i sintomi descritti, e quindi assecondano il paziente prescrivendo nuovi esami. Un’altra ragione è che l’ipocondria ha una connotazione negativa: a certi medici può sembrare che una diagnosi in quel senso possa offendere il paziente. Inoltre l’ipocondriaco non crede alla natura psicologica del suo problema, è convinto di essere realmente malato, e quindi non si reca dallo psicologo o dallo psichiatra, ovvero proprio gli specialisti che potrebbero fargli la diagnosi corretta».E potrebbero, con la giusta terapia, allungargli perfino la vita, perché il professore svedese nel suo studio evidenzia un grande paradosso: gli ipocondriaci, seppur così ossessionati dalla loro salute, hanno un rischio di mortalità più alto del 60 per cento rispetto ai non ipocondriaci. «Potrebbe essere a causa dello stress che si accumula negli anni, o per l’effetto combinato di farmaci assunti in modo improprio per automedicarsi, o per la ritrosia degli ipocondriaci “evitanti” a consultare medici», ipotizza Mataix-Cols. «Su questo non abbiamo dati».e se avessero ragione?E nell’indeterminatezza, questa condizione così sfuggente, perché al confine tra corpo e mente, alligna. Sottovalutata. «L’ipocondriaco è da sempre oggetto di derisione da parte di chi non ne comprende la sofferenza», commenta Crampton. «C’è un meccanismo di rimozione: immaginare di poter essere colpiti in qualsiasi momento da una malattia grave che non viene riconosciuta dai medici è un pensiero così orrendo che per scacciarlo viene naturale additare al ludibrio chi lo manifesta». Nel caso dell’attore e umorista (e ipocondriaco) Spike Milligan, però, si può dire che ride bene chi ride ultimo: sul suo epitaffio volle far scrivere: “Ve l’avevo detto che non mi sentivo bene!”.

Sul Venerdì del 23 febbraio

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