Walter Chiari, parla il figlio Simone: se ne è andato quando ha voluto lui
di Maurizio ZojaMilano. «Lui, formidabile macchina da guerra, divo assoluto, con la gente che lo scongiurava per avere un suo sguardo. Lui, che con un’inflessione di voce faceva svenire battaglioni di donne. Lui, adorato da tutti». Lui era Walter Chiari, descritto così dalla sua amica Mina nell’introduzione di 100% Walter, biografia completa dell’attore firmata dal figlio Simone Annicchiarico e da Michele Sancisi, in uscita il 27 febbraio per Baldini+Castoldi in occasione del centenario della nascita di colui che, scrive Annicchiarico, «non era solo un uomo in carne e ossa, ma anche un fumetto, un’idea, Errol Flynn mischiato a Jacques Cousteau».
Tra testimonianze e documenti inediti, il libro racconta una parabola iniziata a Milano, dove un giovanissimo magazziniere faceva ridere i colleghi al dopolavoro dell’Isotta Fraschini, e terminata in un residence della stessa città, quello dove Walter Chiari abitava e dove scomparve il 20 dicembre del 1991, all’età di 67 anni. In mezzo ci sono i grandi succes…
Milano. «Lui, formidabile macchina da guerra, divo assoluto, con la gente che lo scongiurava per avere un suo sguardo. Lui, che con un’inflessione di voce faceva svenire battaglioni di donne. Lui, adorato da tutti». Lui era Walter Chiari, descritto così dalla sua amica Mina nell’introduzione di 100% Walter, biografia completa dell’attore firmata dal figlio Simone Annicchiarico e da Michele Sancisi, in uscita il 27 febbraio per Baldini+Castoldi in occasione del centenario della nascita di colui che, scrive Annicchiarico, «non era solo un uomo in carne e ossa, ma anche un fumetto, un’idea, Errol Flynn mischiato a Jacques Cousteau».
Tra testimonianze e documenti inediti, il libro racconta una parabola iniziata a Milano, dove un giovanissimo magazziniere faceva ridere i colleghi al dopolavoro dell’Isotta Fraschini, e terminata in un residence della stessa città, quello dove Walter Chiari abitava e dove scomparve il 20 dicembre del 1991, all’età di 67 anni. In mezzo ci sono i grandi successi (nel varietà, nel cinema, nella tv, nel teatro di prosa) del primo ragazzo della porta accanto dello spettacolo italiano, come lo definisce Maurizio Porro nella sua prefazione, sottolineando il dono di un attore in grado di sintonizzarsi con lo spettatore, impossessandosi del pubblico solo con le parole, «facendole vorticare da equilibrista dei pensieri». Nella vita e nella carriera di Chiari ci sono Bellissima di Visconti e Canzonissima con Ugo Tognazzi, i mancati ruoli nel Sorpasso di Risi e nella Strada di Fellini, gli amori (Lucia Bosè, Ava Gardner, Anita Ekberg, per citarne solo tre) e le disavventure. Come l’arresto nella primavera del 1970 con un’accusa, quella di spaccio, che gli costerà tre mesi di carcere. Simone, figlio di Walter e di sua moglie Alida Chelli, nascerà di lì a poche settimane. I due saranno «compagni, amici, complici, coetanei», non semplicemente padre e figlio.
Simone, nel libro dici che tuo padre era assediato dalle donne, addirittura che diventava una preda e si prestava a un gioco che non era lui a innescare. Possiamo smentire una volta per tutte lo stereotipo del Walter Chiari seduttore?
«Mio padre è quasi sempre stato sedotto. Nonostante il grande successo, è rimasto una persona umilissima, che non riusciva a dire di no a nessuno, e questo ha condizionato anche il suo rapporto con l’altro sesso. Era un bell’uomo e fin dagli inizi guadagnava tantissimo, quindi era molto appetibile e lo sapeva. Credo però che l’unica volta che si è innamorato sia stato di Lucia Bosè. Secondo me già negli anni Cinquanta, quando le donne gli si avvicinavano, non era sicuro del motivo per cui lo facevano. Per stare con lui? Perché era interessante? Perché gli volevano bene? O perché era Walter Chiari? Aveva questo dubbio. E dopo Lucia Bosè non ha più pensato a fare famiglia, ad avere un legame duraturo».
A proposito di Lucia Bosè, una volta che era malata tuo padre noleggiò un aereo per volare da Roma a Milano e portarle dei fiori. Un’altra volta dei comici squattrinati si sono visti donare metà dell’incasso di un suo spettacolo per poter portare a cena le fidanzate. Un’altra ancora è sceso al volo da un taxi su cui viaggiavate insieme per regalare il suo splendido cappotto a un mendicante fermo a un semaforo. Atti di grande generosità come questi hanno inciso anche sulla tua educazione?
«Non mi ha mai insegnato nulla, se non a nuotare. Per il resto io lo guardavo e imparavo. Penso che sia stato fortunato ad avere un figlio come me, perché siamo andati immediatamente in osmosi, senza nessuna gelosia, e credo che questo l’abbia aiutato tanto. Cosa sarebbe successo se avesse avuto un figlio viziato, rompicoglioni, senza senso dell’umorismo come certi bambini già a sei anni? Non mi diceva “devi essere generoso”, però se vedeva che non davo un mio giocattolo a un amico si incazzava come una iena».
Nel libro si parla del suo consumo di cocaina. Ti ha mai messo in guardia sui rischi legati alla dipendenza?
«Con mio padre ne abbiamo parlato solo una volta, uno degli ultimi giorni della sua vita, ma io non avevo mai visto coca da nessuna parte. Anni prima era stata mia madre a parlarmi della vicenda, dopo che a undici anni ne avevo letto per caso su un giornale, ma il mio rapporto con lui non è mai stato condizionato dalla cocaina, e non l’ho mai visto prenderla, oppure “fatto”».
Nel libro dici che c’è un Walter Chiari prima e un altro dopo la galera.
«I Walter sono stati tre. Uno prima, uno dopo la galera e il terzo è il mio Walter: mio padre, identico dall’inizio alla fine, stesso umorismo e stessa vivacità. Guardando i programmi televisivi e i film, mi sono invece accorto che dopo la galera anche la voce gli è cambiata: da fine e squillante diventa molto rauca. E poi la freschezza, la velocità. Come Muhammad Ali. Finché non gli hanno dato la batosta ritirandogli la licenza era totalmente diverso. Mio padre dopo il carcere era rallentato, come se avesse preso una botta. Si è rialzato, ma dentro gli è rimasto lo shock, per come è stato trattato, perché nessuno della Rai ha detto niente. Nel ’70 Ali era sempre il migliore al mondo ma era un altro, la velocità di prima se la scordava. E mio padre uguale: stesso rallentamento, stesse domande. Perché mi hanno fatto questo? Perché hanno preso me? Quando ti fermano in corsa ti fai male».
Alcuni hanno visto in Fiorello un suo possibile erede. Che ne pensi?
«Con grande sincerità: no. Non ho mai visto neanche uno che ci si avvicina. L’Italia è stato un Paese in cui abbiamo avuto dei giganti. Artisti come mio padre, Tognazzi, Vianello, Gassman non sono replicabili. Fiorello è uno showman, mio padre era un comedian. Fiorello ha gli autori, mio padre non aveva nessun autore. È un paragone che non si può fare, e il motivo è che hanno fatto mestieri diversi, pur essendo ciascuno dei due bravissimo nel proprio».Quando Carlo Campanini, suo partner di scena e grande devoto di Padre Pio, lo portò da lui a farsi benedire, il frate di Pietrelcina lo allontanò con un gelido «vade retro Satana».
Tuo padre credeva in Dio?
«Diceva sempre: io non so se Dio esiste o no, però Gesù Cristo in quello che dice non sbaglia un colpo e chi ha scritto quella roba là l’ha scritta bene. Gli ultimi saranno i primi, chi è senza peccato scagli la prima pietra, mio padre era in linea con queste cose, ma di qui a dire che credeva in Dio…».
Nel libro, parlando della sua morte, dici che tuo padre «si regala per Natale l’eterno riposo: nel momento giusto, nel posto giusto».
«Non è stato il momento giusto per me, che avevo 21 anni, ma per lui è stato il momento perfetto per andarsene. Nei mesi precedenti erano scomparsi Ugo Tognazzi, Giordano Rota, il suo migliore amico, e Conor, figlio di Eric Clapton e Lory Del Santo, suo “figlioccio” dai tempi in cui recitava con la madre. Una persona sensibile come mio padre non sopportava l’idea che da lì in poi sarebbe stato sempre peggio. Qualche volta mi faccio coccolare dall’idea che possa essere stata una sua decisione. Io non lo so, è una cosa che con altre persone che gli volevano bene dibattiamo da tanto. Walter credeva assolutamente nel fatto che, quando hai dato tutto e non puoi più dare niente, puoi decidere di andartene, perché non ha senso stare qua per gli altri. Uno rimane in vita perché gli manca qualcosa, ma credo che a Walter non sia mancato niente».