Christian Raimo e i suoi alunni : il libro sulla scuola in Italia
di Michele GravinoRoma. “Molti studenti passano le ore di buco o le ricreazioni, ma anche quelle di spiegazione, a farsi i grattini. Non cambia se sono maschi, femmine, fidanzati, amiche, amici, se c’è una complicità amorosa o qualcosa del genere: il tutto avviene come una pratica naturale... Che cos’è? Un processo di infantilizzazione, un’urgenza di coccole fuori tempo massimo? Non ci sbilanciamo, ma ci pare la manifestazione di un senso di solitudine, il bisogno di qualcuno a cui affidarsi”. Nel dibattito sulla scuola italiana, tra allarmi su episodi di violenza o casi di disagio mentale, lamenti sull’invadenza dei genitori, richiami alla severità del tempo che fu, dei “grattini” non si parla poi molto spesso.Forse perché nel dibattito – almeno per come lo riportano giornali e tv – la voce degli studenti non si sente quasi mai. Per gli allievi della III M del Liceo Amaldi di Roma, invece, questa forma di “grooming intergenerazionale” è una parte significativa della loro esperienza scolastica: tanto d…
Roma. “Molti studenti passano le ore di buco o le ricreazioni, ma anche quelle di spiegazione, a farsi i grattini. Non cambia se sono maschi, femmine, fidanzati, amiche, amici, se c’è una complicità amorosa o qualcosa del genere: il tutto avviene come una pratica naturale... Che cos’è? Un processo di infantilizzazione, un’urgenza di coccole fuori tempo massimo? Non ci sbilanciamo, ma ci pare la manifestazione di un senso di solitudine, il bisogno di qualcuno a cui affidarsi”. Nel dibattito sulla scuola italiana, tra allarmi su episodi di violenza o casi di disagio mentale, lamenti sull’invadenza dei genitori, richiami alla severità del tempo che fu, dei “grattini” non si parla poi molto spesso.Forse perché nel dibattito – almeno per come lo riportano giornali e tv – la voce degli studenti non si sente quasi mai. Per gli allievi della III M del Liceo Amaldi di Roma, invece, questa forma di “grooming intergenerazionale” è una parte significativa della loro esperienza scolastica: tanto da dedicarle più di qualche riga in Lettera alla scuola (Feltrinelli Junior), il libro che hanno scritto insieme a Christian Raimo, fino all’anno scorso il loro professore di Storia e Filosofia.
Raimo – scrittore, ex assessore municipale, attivista culturale, instancabile polemista (anche contro Repubblica) sui social e in tv – di mestiere fa l’insegnante. Per l’anno scolastico 2022-23 gli era stata assegnata una cattedra “spezzata” tra un istituto in zona Roma Nord e la succursale dell’Amaldi di Castelverde. «E dov’è?» gli chiedevano gli amici, e lui, si legge nel libro, ha «imparato che la risposta era proprio nella domanda». Castelverde si trova infatti all’estrema periferia est di Roma, ben oltre il Grande Raccordo, a oltre 20 chilometri dal centro. È nato negli anni Cinquanta come borgo semiabusivo di contadini delle vicine tenute; si chiamava Castellaccio dell’Osa, gli cambiarono nome quando andò in visita papa Paolo VI. Oggi è uno dei tanti quartieri-satellite della capitale, poco più di una strada lunga e stretta con tante traverse cieche costeggiate da palazzine e villini. Come punto di aggregazione i ragazzi hanno solo il centro commerciale Roma Est, a cinque minuti di macchina o di autobus. E, naturalmente, la scuola, succursale di un istituto la cui sede centrale è a Tor Bella Monaca, «periferia più problematica e quindi più famosa».
Il 2023 era anche il centenario della nascita di don Lorenzo Milani, e a Raimo, che ha anche un dottorato in Storia dell’educazione, era stato proposto di scrivere una “versione aggiornata” della famosa Lettera a una professoressa del sacerdote toscano e dei suoi allievi della Scuola di Barbiana. Il prof ha subito pensato di scriverla insieme ai 24 ragazzi e ragazze della III M. «Chiaro che situazioni di povertà estrema come il Mugello del 1967 non esistono più, e per fortuna» dice adesso Raimo. «Quello di Castelverde è un liceo, un ambiente che comunque attira figli della piccola e media borghesia.Ma io in classe avevo trovato comunque una situazione difficile: insufficienze a raffica, un atteggiamento poco empatico se non ostile da parte di diversi professori, che magari puntavano a scoraggiare chi non ritenevano degno dello scientifico. E tra gli studenti pianti, ansia, depressione. Il libro è stato anche un modo per tenere insieme la classe, salvare il rapporto tra i ragazzi nel disastro generale». Così, una parte delle ore di Storia e Filosofia sono state dedicate alla stesura della Lettera.
«Il prof lanciava un tema, noi ne discutevamo in classe e poi lui trascriveva e tirava le fila» dicono Marco, Alessio, Arianna, Federica e Alessandra, cinque ex alunni della classe che incontriamo nel bar di Castelverde che ha fatto anche da redazione in orario extrascolastico. «Ma tutto quello che c’è nel libro è farina del nostro sacco». E basta scorrere l’indice dei capitoli per avere un quadro dei temi affrontati nel libro: politica e disuguaglianze, bocciature, dispersione scolastica, ripetizioni, registro elettronico, fumo alcol e stress... Su ciascun tema i ragazzi hanno consultato esperti e raccolto dati che non compaiono spesso negli editoriali dei presunti esperti. Per esempio: forse è vero che in Italia si boccia poco, ma in numeri assoluti ogni anno ci sono non ammessi 8 mila solo alle medie inferiori e ben 40 mila alle superiori, numeri assoluti comunque importanti.
Per esempio: la dispersione scolastica resta altissima, l’11,5 per cento, il quinto dato peggiore d’Europa. Per esempio: gli studenti italiani dedicano ai compiti a casa parecchie più ore della media europea, e spesso non resta loro il tempo per svago o attività sportive, specie se abitano in una zona poco servita dai mezzi pubblici. E poi, quante ore dormono? Quanti soffrono di insonnia o di altri disturbi psicologici, magari lievi ma che condizionano il loro rendimento scolastico? Quanti, al ritorno a casa da scuola, trovano un pasto caldo – per non dire equilibrato dal punto di vista nutritivo – o sono in grado di prepararselo? Anche le opinioni dei ragazzi – espresse sulla pagina o nella chiacchierata al bar – non sono scontate. Le bocciature? Sono un trauma, ma in qualche caso possono persino aiutare. I voti? Possono essere una motivazione ma anche un’ossessione. Il registro elettronico? Utile, ma forse era meglio quando le insufficienze dovevi comunicarle a voce ai genitori. Il telefonino? È indispensabile, ma è bello che a scuola si usi poco: «Ha reso velocissima la società, ma è un bene che il tempo della scuola resti più lento».Qualcuno confessa di non aver mai avuto troppa voglia di studiare, tutti ammettono di essere stati una classe “difficile” («perché davanti ai problemi non restavamo mai zitti») e che la loro scuola è particolarmente esigente e competitiva, e c’è una punta di orgoglio in entrambe le affermazioni. Chi dovrebbe leggere il libro? «I ragazzi ma soprattutto gli insegnanti, per capire quali sono i problemi, i dubbi dei loro studenti. Perché poi magari in classe non c’è mai tempo di parlarne, siamo sempre indietro sul programma».
Alla fine, la Lettera alla scuola è un libro molto meno polemico e spietato della Lettera a una professoressa, e non solo perché don Milani, nella sua ferrea dedizione al riscatto sociale dei suoi allievi, non avrebbe dato alcuna attenzione ai grattini o ad altre affettuosità. «Quello di don Milani era un attacco frontale alla scuola pubblica classista dell’epoca, fatta per escludere le persone» conclude Raimo. «Ma anche grazie a lui la scuola è cambiata, e nonostante la retorica dell’eccellenza e della meritocrazia penso che segua ancora principi di inclusione. È ancora una palestra di democrazia».
Sul Venerdì del 23 febbraio 2023