Vittorio Lingiardi: viaggio sentimentale a casa di Emily Dickinson
di Vittorio LingiardiAmherst (Massachusetts). Il mio amico Daniel De Martino guida silenzioso lungo la Merritt Parkway e sta per realizzare un mio vecchio sogno: raggiungere Amherst, Massachusetts, la città natale di Emily Dickinson. Costruita negli anni Trenta, la Merritt Parkway taglia in due un grande bosco e sopra di lei passano 69 ponti, uno diverso dall’altro: rinascimentale, gotico, neoclassico, modernista, déco. Arrivo ad Amherst e lascio la valigia in albergo, che è a due passi dal College, come tutto qui. Inaugurato nel 1926, fino a pochi anni fa l’albergo si chiamava Lord Jeffery Inn, poi gli studenti hanno ottenuto che cambiasse nome. Il generale Jeffery, infatti, aveva escogitato un metodo infallibile per eliminare i nativi americani e prendersi le loro terre: regalava coperte infettate dal vaiolo. Cose simili le abbiamo appena viste al cinema, vittime i nativi Osage in Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese. Insomma oggi il Lord Jeffery Inn di Amherst si chiama Inn on Boltwood, che è …
Amherst (Massachusetts). Il mio amico Daniel De Martino guida silenzioso lungo la Merritt Parkway e sta per realizzare un mio vecchio sogno: raggiungere Amherst, Massachusetts, la città natale di Emily Dickinson. Costruita negli anni Trenta, la Merritt Parkway taglia in due un grande bosco e sopra di lei passano 69 ponti, uno diverso dall’altro: rinascimentale, gotico, neoclassico, modernista, déco. Arrivo ad Amherst e lascio la valigia in albergo, che è a due passi dal College, come tutto qui. Inaugurato nel 1926, fino a pochi anni fa l’albergo si chiamava Lord Jeffery Inn, poi gli studenti hanno ottenuto che cambiasse nome. Il generale Jeffery, infatti, aveva escogitato un metodo infallibile per eliminare i nativi americani e prendersi le loro terre: regalava coperte infettate dal vaiolo. Cose simili le abbiamo appena viste al cinema, vittime i nativi Osage in Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese. Insomma oggi il Lord Jeffery Inn di Amherst si chiama Inn on Boltwood, che è la strada intitolata a Bertram Boltwood, nativo di Amherst e professore di Chimica a Yale. Un minerale uranifero verrà chiamato boltwoodite in suo onore. Chiamatela pure cancel culture, io sto con gli indiani.
La casa di Emily Dickinson è a dieci minuti dall’albergo. Prima di raggiungerla si passa vicino a un monumento semplice, sembra costruito pochi anni fa. Si intitola “Dialogo tra poeti” e mostra le silhouette di due figure in conversazione. L’una, facile da indovinare, è Emily. Al suo fianco un libro aperto su una poesia del 1861: “Stringevo un Gioiello fra le dita –/E mi addormentai –/Il giorno era caldo, e i venti erano monotoni –/Dissi: ‘Rimarrà’ – /Mi svegliai – e sgridai le incolpevoli dita,/La Gemma se n’era andata –/E ora, la memoria di un’Ametista/È tutto ciò che ho”. L’altra silhouette è di Robert Frost, anche lui mio poeta del cuore, è uno che scrive: "A poem is an arrest of disorder”. Frost non è nativo di Amherst, ma ha insegnato per una vita all’Amherst College. Per un po’ ha vissuto al secondo piano della villetta che ora ospita la Police Station ed è lì che ha scritto Fuoco e ghiaccio. La raccolta è uscita da poco per Adelphi, tradotta da Silvia Bre, che, tout se tient, è anche la traduttrice italiana di Emily Dickinson.
L’amata cognata
L’Emily Dickinson Museum è costituito da due case vicine nella stessa proprietà, Homestead e Evergreens. Oggi appartengono all’Amherst College. Homestead fu l’abitazione dei Dickinson dal 1855 al 1886. Evergreens fu costruita dal padre Edward come regalo di nozze per il figlio Austin. Per tutta la vita Emily percorrerà il vialetto erboso che unisce le due dimore portando o facendo portare lettere, bigliettini, poesie alla cognata Susan Gilbert. Le scriveva: “Addio Sue, ti penserò al tramonto, e all’alba, e a mezzogiorno, al mattino, nel pomeriggio, senza sosta, e per sempre”. Oltre al fratello Austin, Emily ha una sorella, Lavinia, ritratti tutt’e tre bambini in un dipinto del 1840 di Otis Bullard. Emily tiene in mano un libro e una rosa: nella carta e nel fiore c’è tutta la sua vita. L’erbario, gli alberi, i fiori, gli insetti, le stagioni sono presenze essenziali della sua poetica. Per lei il giardino è come una spiaggia su cui il mare deposita i suoi versi. Uno di questi, acutissimo e struggente, dice: “Al giardino ancora non l’ho detto”. L’oggetto di questa omissione è la morte, ed il verso è quello scelto da Pia Pera – anche per lei sono qui – a titolo del suo ultimo libro.
Icona da t-shirt
Emily non è una zitella lunatica, reclusa, sempre vestita di bianco. Semmai, è “un arcobaleno – venuto dal bianco”. Non credo ne sarebbe contenta, ma oggi è diventata, come si dice con parola usurata, un’“icona”. Come Frida e Marilyn. Però devo ammettere che sono felice della t-shirt blu con la scritta “I’m Nobody! Who are you?” che ho comprato allo shop del museo. L’icona uccide la persona, ma eternizza la sua memoria nei paesaggi quotidiani. Emily, tra l’altro, da un po’ è sugli schermi: nel 2016 con A Quiet Passion, nel 2018 con Wild Nights e dal 2019 con la serie ultra pop Dickinson, creata da Alena Smith per Apple Tv+. La guida, studioso devoto della poetessa, dice che la serie ne ha colto in pieno lo spirito e il pubblico adolescente l’ha subito capito. In una delle prime puntate vediamo la famosa carrozza della poesia 712: “Se non potevo fermarmi per la morte – /lei gentilmente si fermò per me /la carrozza portava noi soltanto/ e l’Immortalità”. I cavalli, quelli le cui teste “puntano verso l’Eterno”, sono fatti di nebbia, la Morte è il rapper nero Wiz Khalifa, Emily sfolgora in un abito rubino (lei, passata alla storia per il bianco, come il vestitino esposto nella sua cameretta).
La casa della fiction è ricostruita quasi identica alla Homestead che visitiamo, a sua volta in parte ricostruita: molti pezzi originali sono custoditi gelosamente in un’ala di Harvard. Noi pellegrini ci dobbiamo accontentare di mobili coevi, non gli originali su cui Emily posava i suoi occhi colore dello sherry. “Sono piccola come lo scricciolo”, scrive nel 1862, “ho i capelli arditi come il riccio delle castagne e gli occhi del colore dello sherry che l’ospite lascia in fondo al bicchiere”.Il bookshop è l’occasione per ripercorrere la complicata storia editoriale delle circa 1.800 poesie di Emily. Troppo lunga da raccontare, dico al volo che Emily muore nel 1886 senza che la sua opera, tranne pochi versi, sia stata pubblicata. Con l’aiuto di Thomas Wentworth Higginson, sarà Mabel Loomis Todd, l’amante del fratello Austin, a dare alle stampe, nel 1890, la prima edizione. Però censurata: il nome di Susan è cancellato dalle carte, proprio con la gomma. Nel 1924 arriva l’edizione curata dalla nipote Martha Dickinson Bianchi, che si ripara dietro un accattivante “per chi veramente ama la prosa o la poesia di Emily Dickinson, le spiegazioni su di lei sono tanto impertinenti quanto inutili”. Nel 1955 esce l’edizione in tre volumi di Thomas H. Johnson, rispettosa di ogni peculiarità: l’uso ubiquitario dei trattini, l’assenza di titoli, il ritmo imprevedibile, le rime sorprendenti. Infine, a partire dagli anni 80, ecco le Standard Editions di Ralph W. Franklin, culminate nella classica Variorum Edition del 1998. Poi, nel 2016, Cristanne Miller cura per Harvard University Press Emily Dickinson’s Poems: As She Preserved Them, aiutandoci a capire, una volta di più, il movimento continuo delle allusioni, delle citazioni, delle riscritture di ogni lembo di carta toccato dal genio poetico di Emily.
Grazie al genetic editing di Miller, leggiamo per la prima volta le poesie “come lei le ha conservate” e, nel caso avesse inteso pubblicarle (“Pubblicare – è la vendita all’asta/della mente umana –”), nell’ordine in cui desiderava apparissero. Non solo: nuove tecnologie e un lavoro filologico appassionato hanno permesso alla Miller di restituire a molte lettere e biglietti il nome della destinataria: Sue, la cognata. Anche se, mi dice Silvia Bre, «dei cosiddetti scandali – il suo amore con Susan, le lettere contraffatte dalla mediocre Mabel – nessuno è grande quanto quello della sua presenza nel mondo, della sua mente, della sua opera».
Quando muore, il 15 maggio 1886, Emily ha 55 anni. “La sua arguzia era come una lama di Damasco scintillante al sole”, recita il necrologio di Sue. Prima della sepoltura, la sorella Lavinia le mette tra le mani un mazzolino di eliotropo. Per volontà di Emily, la bara viene portata al cimitero per campi di ranuncoli gialli. Quei campi ora sono la Triangle Street che ho percorso per arrivare al West Cemetery, dove riposa vicino al nonno, al padre e a Lavinia. Era mattina presto, un uomo in preda ad allucinazioni gridava la sua follia non aggressiva aggirandosi tra le lapidi. Attorno a quella di Emily, c’è un gran disordine di sassi, fiori secchi e ogni genere di matite e penne. Sul cancelletto che delimita lo spazio dei Dickinson, una targa dice: “In memoriam Emily Dickinson, poetess. Erected by the Dickinson Kinsfolk, August 28,1954”. Per gli scherzi dei generi e del linguaggio, poetess qui non vuole essere una replica femminista agli eccessi del maschile sovraesteso. «Siamo nel 1954», mi spiegano le donne della mia famiglia newyorkese, Abigail Asher e Susanna De Martino. «Chiamarla poetess è una svalutazione: poeta sì, però donna». Emily, la più grande giocoliera delle parole, si sarebbe fatta una risata e sul tema avrebbe composto un verso frattalico, folgorante e definitivo.
Il cosmo in un giardino
Magnifiche biografie l’hanno raccontata, una tra tutte quella di Marisa Bulgheroni (da poco ristampata dal Saggiatore), ma quando diceva “l’Abisso non ha biografi”, Emily aveva ragione. La mia gratitudine nei suoi confronti è immensa. Il mio amore per la sua metafisica di oggetti domestici e creaturali (“Quando morii – udii una mosca ronzare –”), per il cosmo custodito in un giardino, mi sostiene fin dal nostro primo incontro. “Donai i miei ricordi – firmai la cessione/ della parte di me che poteva/cedersi – e fu proprio allora/ che si interpose la mosca –/ con un ronzio blu – incerto – incespicante –/ fra la luce – e me –/ e poi le finestre scomparvero – e poi/non potei più vedere di vedere”.
Sul Venerdì del 23 febbraio 2024