Massimo Giannini, Watergate ok WikiLeaks ko
di Massimo GianniniOggi, cinquanta anni fa, si consumava la svolta sul caso Watergate. Il primo marzo 1974 – dopo due anni di terremoto alla Casa Bianca, tra rivelazioni e ammissioni, smentite e insabbiamenti – sette membri dello staff di Nixon vennero condannati per aver ostacolato le indagini sulle intercettazioni illegali dello staff repubblicano presso il Comitato Nazionale Democratico. Quella sentenza portò prima all’impeachment, e poi alle dimissioni di quel disastroso presidente, il 9 agosto dello stesso anno. Lo sanno anche i sassi: il più gigantesco scandalo politico del Secolo non sarebbe mai esploso senza il lavoro straordinario dei due leggendari cronisti del Washington Post. Carl Bernstein e Bob Woodward smascherarono le porcherie del potere. E lo fecero grazie a una fonte interna all’Amministrazione, la mitica e misteriosa “Gola Profonda”. Gli insegnò la famosa formula follow the money (preziosa regola investigativa di Giovanni Falcone, trent’anni dopo). Gli rivelò i nomi, i ruoli e gli in…
Oggi, cinquanta anni fa, si consumava la svolta sul caso Watergate. Il primo marzo 1974 – dopo due anni di terremoto alla Casa Bianca, tra rivelazioni e ammissioni, smentite e insabbiamenti – sette membri dello staff di Nixon vennero condannati per aver ostacolato le indagini sulle intercettazioni illegali dello staff repubblicano presso il Comitato Nazionale Democratico. Quella sentenza portò prima all’impeachment, e poi alle dimissioni di quel disastroso presidente, il 9 agosto dello stesso anno. Lo sanno anche i sassi: il più gigantesco scandalo politico del Secolo non sarebbe mai esploso senza il lavoro straordinario dei due leggendari cronisti del Washington Post. Carl Bernstein e Bob Woodward smascherarono le porcherie del potere. E lo fecero grazie a una fonte interna all’Amministrazione, la mitica e misteriosa “Gola Profonda”. Gli insegnò la famosa formula follow the money (preziosa regola investigativa di Giovanni Falcone, trent’anni dopo). Gli rivelò i nomi, i ruoli e gli intrighi di “tutti gli uomini del Presidente”. Si rivelò solo nel 2005: “Gola Profonda” era Mark Felt, vice-direttore dell’Fbi. Bernstein e Woodward violarono le leggi americane? Può darsi. Misero a rischio la sicurezza di funzionari del Deep State? È sicuro. Ma sono finiti nei libri di Storia, non nelle celle di Alcatraz.
Lo voglio ricordare perché di questa “lezione americana” dovremmo tener conto, pensando alle disavventure di Julian Assange. Anche il fondatore di WikiLeaks ha scoperchiato il verminaio della Storia, raccontando al mondo le vergogne dei potenti, dai bombardamenti sullo Yemen alla corruzione nei Paesi arabi, dalle esecuzioni extragiudiziarie in Kenya alle mazzette petrolifere in Perù. Anche questo giornalista-attivista, grazie a un’altra gola profonda (l’ex militare Chelsea Manning) ha reso di pubblico dominio 251 mila documenti “confidenziali” di vari diplomatici americani, grazie ai quali siamo venuti a conoscenza delle prove false costruite da Bush e Blair per giustificare la guerra in Iraq e Afghanistan, e poi tutti gli orrori compiuti laggiù, dalle rendition alle torture nei lager di Abu Ghraib e Guantanamo.
Anche questo 53enne giornalista australiano ha violato norme dell’ordinamento giuridico, ma per garantire all’opinione pubblica quel diritto all’informazione solennemente sancito da tutte le costituzioni liberali. Ha potuto farlo perché è nato, ha vissuto e ha lavorato nelle grandi democrazie occidentali: se fosse stato russo, ai tempi di Putin, sarebbe già sottoterra. Col cuore sfondato come Navalny, imbottito di Novichok come Litvinenko, o crivellato di pallottole come Anna Politkovskaja. Ma proprio per questo noi dobbiamo ringraziarlo. «La democrazia e la libera informazione moriranno o progrediranno insieme»: lo scriveva Joseph Pulitzer già nel 1902. Era vero allora, è ancora più vero oggi.