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Michele Serra, la mediocrità dell’intelligenza artificiale

PER POSTA Le risposte alle lettere dei lettori
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Caro Michele, provo a raccontare in poche righe due milioni di anni dell’evoluzione dell’intelligenza umana. Parto dal pitecantropo, quadrupede, che viveva in pianura; un giorno si alzò in piedi e capì che ciò poteva essere un vantaggio per la caccia. La posizione eretta rese non necessaria la forma allungata del suo cranio e, alla lunga, ne causò l’arrotondamento. Ciò permise al suo cervello di svilupparsi nelle pareti laterali, dedicandole alle funzioni più avanzate della razionalità, tra cui la capacità di costruire strumenti che gli permise di diventare homo, habilis prima e sapiens poi. Uno dei risultati fu l’abbandono della caccia e della raccolta a favore dell’agricoltura; quindi la fine del nomadismo. La stanzialità segnò l’inizio della socialità, che è un vantaggio evoluzionistico di cui si vede traccia anche nel mondo animale: il branco è più efficiente dell’individuo. Dalla socialità e dal suo bisogno di forme complesse di comunicazione personale è venuto il maggior contrib…

Caro Michele, provo a raccontare in poche righe due milioni di anni dell’evoluzione dell’intelligenza umana. Parto dal pitecantropo, quadrupede, che viveva in pianura; un giorno si alzò in piedi e capì che ciò poteva essere un vantaggio per la caccia. La posizione eretta rese non necessaria la forma allungata del suo cranio e, alla lunga, ne causò l’arrotondamento. Ciò permise al suo cervello di svilupparsi nelle pareti laterali, dedicandole alle funzioni più avanzate della razionalità, tra cui la capacità di costruire strumenti che gli permise di diventare homo, habilis prima e sapiens poi. Uno dei risultati fu l’abbandono della caccia e della raccolta a favore dell’agricoltura; quindi la fine del nomadismo. La stanzialità segnò l’inizio della socialità, che è un vantaggio evoluzionistico di cui si vede traccia anche nel mondo animale: il branco è più efficiente dell’individuo. Dalla socialità e dal suo bisogno di forme complesse di comunicazione personale è venuto il maggior contributo all’evoluzione umana. Pare allora difficile che somministrare a una macchina enormi quantità di dati e di istruzioni di utilizzo, sia pure sofisticatissime, possa ottenere gli stessi risultati della sofferta e lunga evoluzione dell’intelligenza umana. Le macchine possono interagire tra loro, ma appare arduo immaginare una “socialità delle macchine”. Non credo che dovremo fare a botte con i robot, come qualcuno teme. A fronte della complessità delle intelligenze umane, la IA ha semmai l’aspetto allarmante dell’uniformità. Una sola risposta per ogni domanda, una sola soluzione per ogni problema, ovunque e comunque. E, a essere sensazionalisti, si potrebbe avvertire il segnale di un possibile avvento del temuto pensiero unico.

Tonino Bozzi

Caro Bozzi, anche secondo me il vero aspetto pericoloso di IA, il suo “lato oscuro”, non è il predominio distopico della macchina. È il rischio di uniformità e, aggiungo, di mediocrità. Un pensiero lineare e piatto, esente da errori e sbavature così come da impennate e intuizioni. La mia storia oramai quasi cinquantennale di scrittura mi ha insegnato che se le parole e le frasi procedono, come dire, per sequenze prestabilite solo dalla prassi e dall’esperienza, ne sortisce un linguaggio inutile, perché prevedibile. Ad aggiungere (o levare) qualcosa, a “segnare” la scrittura, è sempre lo scarto, il cortocircuito, il dubbio a tradimento, l’argomento imprevisto. E perfino l’errore.L’inconscio, con il suo bagaglio insondabile di sogni, memoria, immagini spesso sfocate o imprecise, e però fortemente espressive, è autore a pieno titolo della scrittura, specie quella letteraria. E l’inconscio, così diverso da persona a persona, come potrebbe essere “imitato” da IA? Nel nostro cervello, hai ragione, la stratificazione e la complessità sono formidabili e irripetibili – anche perché differenti in ogni singolo individuo. Non ricordo chi disse che “la natura è un esperimento scientifico in corso da 14 miliardi di anni”, ovvero dal Big Bang in poi. Piuttosto che imitarlo, credo che dovremmo continuare a studiarlo, questo esperimento, che nel cerebro di Homo sapiens, il cui funzionamento è noto solo in piccola parte, trova una spettacolare rappresentazione.Non stiamo parlando, ovviamente, degli utilissimi e molteplici usi di AI nelle attività materiali dell’uomo (senza IA la mia auto sarebbe molto più faticosa e pericolosa da guidare; e la mano del chirurgo troverà in IA un magnifico supporto). Stiamo parlando dell’idea di poterla sostituire all’uomo nelle attività intellettuali e creative, creando “linguaggi” che potrebbero essere (ma non lo sono ancora) formalmente impeccabili, ma svuotati di umanità, ovvero di singolarità e imprevedibilità.Temo, per giunta, che la spinta fondamentale per le applicazioni “umanoidi” di IA sia di ordine squisitamente economico. Si spende di meno. Si licenzia un bel po’ di gente. Si fanno più profitti. Se il risultato fosse Shakeaspeare o Mahler o Picasso, potremmo anche rassegnarci. Ma se il risultato fosse una specie di normalizzazione mondiale delle espressioni intellettuali e artistiche?

Perché identificare quei fiori per Navalny?

Caro Serra, se tre indizi fanno una prova, siamo già a quota due. Dopo il loggionista alla prima della Scala, sono state identificate dalla Digos alcune persone che volevano onorare con fiori la memoria di Aleksej Navalny a Milano, sotto la targa in ricordo di Anna Politkovskaya. Il ministro Piantedosi dice che «le identificazioni non comprimono la libertà». A me invece tutto ciò inquieta. Cosa accade se si viene beccati due volte con i fiori in mano? Si perde un giro come al gioco dell’oca? Senza gridare al lupo al lupo, si sente un certo fetore nell’aria.

Marco Scalabroni - Civitanova Marche

Sullo stesso argomento, e con lo stesso sentimento di allarme, mi hanno scritto anche Gianni Antonacci e Serafino Costantini. Non sono un esperto di sicurezza pubblica, ma sento di poter dire che si deve identificare solo chi delinque o incita al crimine. È invece insensato, oltre che intimidatorio, identificare chi manifesta pacificamente, non importa per quale causa. La risposta del ministro Piantedosi mi è parsa molto evasiva, in linea con un governo che certo non palpita per i diritti delle persone.

Forse faremmo meglio a dimenticare tutto

Caro Michele, e se provassimo a dimenticare? Dopo l’ennesimo evento “per non dimenticare” mi viene forte il sospetto che l’invito a non dimenticare celi, per alcuni, la necessità di portarsi dietro un forte rancore. Non dobbiamo dimenticare i mali e le crudeltà della dittatura nazi-fascista, ma ancora vediamo nostalgici e neo nostalgici che inneggiano a questa ideologia assassina. Non dobbiamo dimenticare l’Olocausto ma, intanto, sembra se ne voglia giustificarne un altro. Non dobbiamo dimenticare le Foibe, ma c’è sempre qualcuno che obietta con “ma” o “però”. I russi non vogliono dimenticare che l’Ucraina era una volta un loro territorio. E così via. Ma se provassimo a resettare tutto? Potrebbe accadere che non ci siano più motivi per avercela con qualcuno.

Claudio Acciani - Bari

Anche io lo penso spesso, che bisognerebbe somministrare all’umanità la Pillola dell’Oblìo. Lo pensai, per esempio, ai tempi della carneficina che smembrò la Jugoslavia anche nel nome di battaglie combattute nel Medio Evo. Poi sento parlare Liliana Segre e penso: dimenticare non è solo sbagliato, è anche impossibile. Diciamo che dovremmo trovare un modo differente di ricordare. Non per rinfacciare torti ma per capire quanto male abbiamo saputo farci gli uni con gli altri.

Ho un dubbio: che abbia ragione Travaglio

Caro Serra, io sono di sinistra e Travaglio è di destra, viene dalla scuola di Montanelli, eppure spesso sono d’accordo con lui e non con Repubblica. Non ho le idee chiare o sbaglia Repubblica? Il caso Assange mi ha fatto venire il dubbio.

Franco Bagni

Caro Bagni, i dubbi sono il sale del pensiero. Se li tenga stretti. Io ne ho su Travaglio, su Assange, su Repubblica e perfino su me stesso. Eppure, mi creda, la notte dormo.

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