Natalia Aspesi: quando si fa fatica a chiamarlo amore
di Natalia AspesiPer scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.
Scrive un lettore che si firma X.X:
Giunto alla soglia dei 40 anni ancora single e reduce da relazioni spesso problematiche, incontrai anni fa una “giovane romantica” di 29 anni, cresciuta senza padre e in una famiglia allargata e molto protettiva. La mia voglia di costruire finalmente una relazione seria e duratura si è incrociata con il suo desiderio di uscire dal guscio protettivo in cui era rinchiusa, così l’attrazione, il sentimento e l’entusiasmo di entrambi hanno avuto il sopravvento, nella fase iniziale, su tutte le differenze che ci dividevano per mentalità, retaggio culturale, storia personale e visione della vita. Nemmeno la presenza seppur latente di una sua insidiosa malattia (sclerosi multipla) ci ha tolto l’entusiasmo (o l’incoscienza?) e siamo così convolati a nozze dopo poco più di un anno. Da ormai sette anni mia moglie è invalida al 100 per cento, cammina con fat…
Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.
Scrive un lettore che si firma X.X:
Giunto alla soglia dei 40 anni ancora single e reduce da relazioni spesso problematiche, incontrai anni fa una “giovane romantica” di 29 anni, cresciuta senza padre e in una famiglia allargata e molto protettiva. La mia voglia di costruire finalmente una relazione seria e duratura si è incrociata con il suo desiderio di uscire dal guscio protettivo in cui era rinchiusa, così l’attrazione, il sentimento e l’entusiasmo di entrambi hanno avuto il sopravvento, nella fase iniziale, su tutte le differenze che ci dividevano per mentalità, retaggio culturale, storia personale e visione della vita. Nemmeno la presenza seppur latente di una sua insidiosa malattia (sclerosi multipla) ci ha tolto l’entusiasmo (o l’incoscienza?) e siamo così convolati a nozze dopo poco più di un anno. Da ormai sette anni mia moglie è invalida al 100 per cento, cammina con fatica solo a casa e con il deambulatore, e dipende totalmente dal sottoscritto, che naturalmente deve anche tenere a bada la figlia ormai adolescente e lavorare con impegno e passione per mantenere la famiglia. Mi organizzo comunque per uscire il più possibile almeno nella bella stagione, scarrozzando mia moglie in sedia a rotelle per eventi musicali all’aperto nei dintorni, qualche gita fuori porta e brevi vacanze nei pochi luoghi adeguatamente attrezzati che possiamo permetterci. La cosa più spiacevole è constatare la poca disponibilità di amici e conoscenti a condividere questi momenti di svago e convivialità, in occasioni molto rare e sempre su mia iniziativa... Secondo questa teoria (ma anche secondo la morale cristiana) dovrei quindi essere ben contento di avere intrapreso il virtuoso sentiero della salvezza (pur non essendo un santo), ma mi rimane il forte dubbio di avere scelto (seppur consapevolmente e in età matura) un percorso troppo sacrificato e mortificante delle mie stesse qualità personali nel dedicarmi ad un rapporto di assistenza a senso unico che si fa fatica a chiamare amore, parola magica che usiamo ancora tra di noi per mantenere in vita un sentimento che pure rimane, ma è sotterrato da una montagna di problemi ed avversità.
Così ci si innamora, la strada da percorrere, soprattutto a quarant’anni, appare nuova, piena di sorprese. Iniziare una vita a due è una incognita che può davvero cambiare la vita. Lei voleva finalmente una relazione seria, la sua ragazza, più giovane, sognava di uscire dal guscio protettivo della famiglia. E qui mi fermo: già allora c’era, «seppur latente, una insidiosa malattia, la sclerosi multipla». Io ho il ricordo molto molto lontano di una stupenda ragazza, ammalata dello stesso male, che un giovane medico volle sposare per dedicarsi completamente a lei. Quindi è un atto di coraggio che si può fare. Nel suo caso pare che lei non abbia dato alcun importanza al male e si sia sposato sapendo cosa l’aspettava: una vita difficile. Adesso lei si chiede perché le vostre uscite insieme non attirano i vecchi amici. Perché questa sua vita è dedicata a un’altra persona («che si fa fatica a chiamare amore…che pure rimane, ma è sotterrato da una montagna di problemi e avversità») pur non essendo un santo e secondo la morale cristiana.
Quei morti sul lavoro che nessuno riconosce
Amadeus a Sanremo, presentando la canzone sui morti sul lavoro L’uomo nel lampo smonta e rende ridicola la narrazione minimalista sui morti sul lavoro. Io mi sono sentito dopo 16 anni di monitoraggio come Davide che batte Golia, che è in questo caso il sistema “morti e infortuni sul lavoro” fatto di connivenza, interessi politici e mediatici; come possono andare i pavidi contro un sistema che distribuisce miliardi di euro, che “dona” posti di lavoro ben remunerati, che ha creato una lobby trasversalea tutti i partiti? Come non scandalizzarsi se nessuno, dico nessuno, è mai voluto venire a vedere se quello che scrivevo era vero? Che i morti sul lavoro sono molti di più, inghiottiti in questa voragine anche oltre 2.600 agricoltori schiacciati dal trattore in questi 17 anni, già 12 nel 2024. Ma la dignità della politica dov’è finita in questi anni se uno scrive che ogni anno spariscono dalla “conta Inail” dai 300 ai 400 lavoratori? E c’è chi si è pure arricchito analizzando questi morti parziali, inventandosi fantasiose formule che farebbero sorridere se non parlassimo di morti sul lavoro. E ora come si riposizionano? In parte l’hanno già fatto perché stanno modificando la loro narrazione diventata ormai insostenibile. O continueranno come se niente fosse? Ma ora, anzi da tanto, gli italiani e anche Amadeus sanno che i morti sul lavoro sono molti di più. Anche dai referenti in Europa arriva la narrazione minimalista: me l’avevano detto, in Europa non si mettono contro al conteggio parziale italiano, perdi tempo a scrivere, e così è stato. Ma lotterò per dare visibilità a quegli oltre 6.000 morti sui luoghi di lavoro che hanno occultato in questi 17 anni.
Carlo Soricelli,curatore dell’Osservatorio nazionale di Bologna morti sul lavoro
Sì, lei ha ragione: succede più o meno tutti i giorni, è come se ogni giorno ci volesse anche un morto,o più morti, perché il costruire avesse un senso. È come per i femminicidi: ne muoiono sempre di più, e qui di solito i colpevoli pagano. Qua invece si piange un po’, non sempre. E adesso ci lamentiamo di dolore per quei morti a Firenze, cinque, mentre si costruiva il solito supermercato Esselunga. Essendo arrivati a palarne persino nel luogo massimo della cultura italiana, il Sanremo, l’Amadeus gli ha dedicato quello che lei chiama «la ridicola narrazione minimalista sui morti sul lavoro». Sono gli eroi del tempo di pace, quelli a cui nessuno spiega dove sia il pericolo, perchéil pericolo, costruendo o maneggiando trattori c’è sempre,e sono ormai rari quelli che obbligano la gente a informarsi. Muoiono, che peccato, ma come si chiamava? Mah, era un nero! Io non conosco il signor Carlo Soricelli che con tanta passione cura i morti sconosciuti sul lavoro, so che non vogliono neppure le sue opere d’arte, troppo tristi, e poi abbiamo già tanti morti con le guerre, questi facciamo finta di niente.
Un po’ più di rispetto nelle pubblicità
Vorrei il suo prezioso parere riguardo certe pubblicità che indugiano su normali funzioni fisiologiche. Particolarmente irritanti sono gli spot riguardo gli assorbenti intimi. Siam passate dal “volare sempre più in alto” allo stare sedute su un water, dove neanche ci faremmo vedere dalla mamma... Se non cambia il linguaggio, se non cambiano le immagini, il corpo femminile sarà sempre percepito come oggetto, indegno di rispetto. Come me ricorderà le manifestazioni femministe dove le donne lanciavano i reggiseni, certo era una provocazione per farci ascoltare, per ribadire che il corpo è nostro. E invece ci defraudano continuamente, ci sezionano, ci tolgono ogni intimità, anche in pubblicità. La rima non era voluta. Con stima, la saluto cordialmente
Valentina Savelli
Non lo dico per non sfiorare la bestemmia, ma se la sinistra avesse vinto alle ultime tristissime elezioni, chissà cosa avremmo visto. Un gruppo di signorine molto a sinistra avevano notato che le mestruazioni non erano abbastanza pubblicizzate e cominciarono ad andare in giro con le gonne, possibilmente bianche, macchiate di sangue. Noi sì che siamo donne! L’idea è subito morta, adesso trionfano le ragazze al gabinetto, anche se sarebbe lo stesso se le fotografassero in salotto. C’è una gran fiction, lunghissima, Shameless, il cui inizio è sempre un gabinetto dove tutti si accomodano e anche io non ci ho fatto caso. Sono con lei, assolutamente, ma ormai non ci faccio più caso.