El Hadj Ahmed Ben Ibrahim, il Pablo Escobar del Sahara fa tremare il Marocco
di Vincenzo GiardinaSui giornali marocchini è quasi sempre “il maliano”, per via delle sue origini. Per un boss del narcotraffico al quale l’Interpol ha dato la caccia per anni, avere un soprannome non è affatto strano, ma lui ne ha più di uno. L’altro, forse più evocativo, è il “Pablo Escobar del Sahara”. Il paragone con il re della cocaina colombiano, El Hadj Ahmed Ben Ibrahim – questo il suo vero nome – se lo è conquistato sul campo. Ben prima di essere detenuto nel carcere di Casablanca in cui è rinchiuso dal 2019, e ben prima che da lì cominciasse a fare nomi e cognomi di complici e collaboratori, contribuendo all’arresto di due dei più importanti imprenditori del Marocco e facendo tremare il governo. Il suo romanzo criminale ha seguito per anni le piste del deserto tra Mauritania, Niger, Marocco e Libia. Al centro della narrazione, il traffico internazionale di droga e un complesso giro di riciclaggio di denaro che gli hanno permesso di accumulare un tesoro poi investito in appartamenti di lusso da…
Sui giornali marocchini è quasi sempre “il maliano”, per via delle sue origini. Per un boss del narcotraffico al quale l’Interpol ha dato la caccia per anni, avere un soprannome non è affatto strano, ma lui ne ha più di uno. L’altro, forse più evocativo, è il “Pablo Escobar del Sahara”. Il paragone con il re della cocaina colombiano, El Hadj Ahmed Ben Ibrahim – questo il suo vero nome – se lo è conquistato sul campo. Ben prima di essere detenuto nel carcere di Casablanca in cui è rinchiuso dal 2019, e ben prima che da lì cominciasse a fare nomi e cognomi di complici e collaboratori, contribuendo all’arresto di due dei più importanti imprenditori del Marocco e facendo tremare il governo. Il suo romanzo criminale ha seguito per anni le piste del deserto tra Mauritania, Niger, Marocco e Libia. Al centro della narrazione, il traffico internazionale di droga e un complesso giro di riciclaggio di denaro che gli hanno permesso di accumulare un tesoro poi investito in appartamenti di lusso dalla Russia al Brasile, latifondi e tanto Dom Perignon. Per non parlare della collezione di Porsche, e dell’isolotto al largo della Guinea di cui è orgoglioso proprietario.È stata Nina Kozlowski, reporter della rivista francese Jeune Afrique, la prima a rivelare la ragnatela che circonda il boss, finito in carcere con la fama di essere certamente un pezzo grosso ma di cui fino a qualche mese fa in realtà si sapeva poco o nulla. Tanto che non era chiaro neppure, esattamente, che faccia avesse. «Mi sono messa a indagare e ho scoperto moltissimo su di lui e sui suoi affari» racconta la giornalista. «E sono anche riuscita ad avere una sua foto, l’unica, ma era di troppo bassa qualità per pubblicarla: e così l’abbiamo trasformata in un disegno». È quello che vedete qui accanto.
Romanzo criminale
I verbali d’interrogatorio da cui è partita la reporter confermano che sulla carta d’identità del “maliano” non ci sono né giorno né mese di nascita. L’anno è però il 1976 e il luogo Kidal, Mali, roccaforte tuareg nel Sahara, dove lo Stato non arriva e dove si incrociano comunità e dialetti, trafficanti e ribelli armati. La madre è marocchina, mentre il padre è un pastore del posto. Il futuro boss comincia a guadagnarsi da vivere come allevatore di cammelli, facendo la spola tra le oasi. La svolta è un incontro fortuito con un uomo d’affari francese, finito in panne durante un rally Parigi-Dakar. Lo aiuta e riceve in cambio un’automobile: il giovane Ben Ibrahim la rivende e restituisce parte del guadagno al francese, conquistandosene la fiducia. È così, con l’aiuto dell’uomo incontrato per caso, che avvia un import-export di veicoli con l’Europa: un’impresa utile per acquisire le capacità professionali del narcotrafficante. Negli anni il business si allarga, arrivano i primi soldi e ad essi seguono le alleanze giuste: come il matrimonio con la figlia di un generale boliviano, che lo proietta Oltreoceano, verso merci e mercati nuovi.
In Marocco, arrivano invece i contatti con alcuni dei principali uomini d’affari del Paese: Said Naciri, capo e finanziatore del Wydad Casablanca, la squadra di calcio di maggior successo del Paese. E Abdenbi Bioui, uno dei grandi nomi dell’edilizia e del settore immobiliare. Entrambi membri del Partito autenticità e modernità (Pam), che partecipa alla coalizione di governo. Entrambi finiti in carcere qualche settimana fa, proprio su segnalazione di Ben Ibrahim.
Arresti eccellenti
Il trafficante accusa i due imprenditori e politici di aver partecipato insieme a lui, dal 2010, ad un vasto traffico di cannabis: decine di tonnellate di resina prodotta in Marocco sarebbero state spedite ogni anno all’estero. A interrompere momentaneamente il traffico, nel 2015, il primo arresto del “maliano”, fermato in Mauritania per possesso di un grosso quantitativo di cocaina e condannato a quattro anni di carcere. Di qui in avanti l’alleanza fra i tre inizia a traballare, con i complici (è la versione consegnata da Ben Ibrahim agli investigatori) impegnati a cercare di impossessarsi delle proprietà del socio, fra cui diversi appartamenti e una villa nella zona più esclusiva di Casablanca.Nel 2019 la rottura definitiva, generata dal secondo arresto del boss, fermato questa volta all’aeroporto di Casablanca. A mettere la polizia sulla pista giusta è un carico di 40 tonnellate di cannabis, trasportate su camion i cui documenti di immatricolazione portano direttamente a lui. Un legame tanto chiaro che spinge i giudici a condannarlo a dieci anni di carcere.
Il re e la moralizzazione
Probabilmente è questo il momento in cui Ben Ibrahim decide di rompere definitivamente con gli ex soci e di cominciare ad accusarli. Per completare le indagini c’è voluto del tempo: Naciri e Bioui sono stati arrestati nel dicembre scorso e, nonostante si proclamino innocenti e abbiano chiesto di essere rimessi in libertà, ad oggi restano in carcere. La reporter Kozlowski è convinta che il loro arresto sia «solo la punta dell’iceberg» e che molti altri arriveranno presto, complice anche l’ondata di inchieste per corruzione che da mesi occupa le prime pagine dei giornali marocchini: venti parlamentari, secondo quanto scrive il sito di informazione Le360 (considerato vicino al Palazzo reale), sono coinvolti in indagini e sei (fra cui appunto Naciri e Bioui) sono stati arrestati nel 2023. Forte dello scandalo, l’opposizione islamista denuncia abissi di malaffare e chiede indagini approfondite. È dovuto intervenire anche re Mohammed VI. Ha ordinato di "moralizzare" la politica approvando un codice deontologico per i parlamentari.
Sul Venerdì del 1 marzo 2024