✕

El Hadj Ahmed Ben Ibrahim, il Pablo Escobar del Sahara fa tremare il Marocco

El Hadj Ahmed Ben Ibrahim in un disegno realizzato dalla rivista Jeune Afrique basandosi sull’unica foto esistente del boss 
3 minuti di lettura

Sui giornali marocchini è quasi sempre “il maliano”, per via delle sue origini. Per un boss del narcotraffico al quale l’Interpol ha dato la caccia per anni, avere un soprannome non è affatto strano, ma lui ne ha più di uno. L’altro, forse più evocativo, è il “Pablo Escobar del Sahara”. Il paragone con il re della cocaina colombiano, El Hadj Ahmed Ben Ibrahim – questo il suo vero nome – se lo è conquistato sul campo. Ben prima di essere detenuto nel carcere di Casablanca in cui è rinchiuso dal 2019, e ben prima che da lì cominciasse a fare nomi e cognomi di complici e collaboratori, contribuendo all’arresto di due dei più importanti imprenditori del Marocco e facendo tremare il governo. Il suo romanzo criminale ha seguito per anni le piste del deserto tra Mauritania, Niger, Marocco e Libia. Al centro della narrazione, il traffico internazionale di droga e un complesso giro di riciclaggio di denaro che gli hanno permesso di accumulare un tesoro poi investito in appartamenti di lusso da…

Sui giornali marocchini è quasi sempre “il maliano”, per via delle sue origini. Per un boss del narcotraffico al quale l’Interpol ha dato la caccia per anni, avere un soprannome non è affatto strano, ma lui ne ha più di uno. L’altro, forse più evocativo, è il “Pablo Escobar del Sahara”. Il paragone con il re della cocaina colombiano, El Hadj Ahmed Ben Ibrahim – questo il suo vero nome – se lo è conquistato sul campo. Ben prima di essere detenuto nel carcere di Casablanca in cui è rinchiuso dal 2019, e ben prima che da lì cominciasse a fare nomi e cognomi di complici e collaboratori, contribuendo all’arresto di due dei più importanti imprenditori del Marocco e facendo tremare il governo. Il suo romanzo criminale ha seguito per anni le piste del deserto tra Mauritania, Niger, Marocco e Libia. Al centro della narrazione, il traffico internazionale di droga e un complesso giro di riciclaggio di denaro che gli hanno permesso di accumulare un tesoro poi investito in appartamenti di lusso dalla Russia al Brasile, latifondi e tanto Dom Perignon. Per non parlare della collezione di Porsche, e dell’isolotto al largo della Guinea di cui è orgoglioso proprietario.È stata Nina Kozlowski, reporter della rivista francese Jeune Afrique, la prima a rivelare la ragnatela che circonda il boss, finito in carcere con la fama di essere certamente un pezzo grosso ma di cui fino a qualche mese fa in realtà si sapeva poco o nulla. Tanto che non era chiaro neppure, esattamente, che faccia avesse. «Mi sono messa a indagare e ho scoperto moltissimo su di lui e sui suoi affari» racconta la giornalista. «E sono anche riuscita ad avere una sua foto, l’unica, ma era di troppo bassa qualità per pubblicarla: e così l’abbiamo trasformata in un disegno». È quello che vedete qui accanto.

Romanzo criminale

I verbali d’interrogatorio da cui è partita la reporter confermano che sulla carta d’identità del “maliano” non ci sono né giorno né mese di nascita. L’anno è però il 1976 e il luogo Kidal, Mali, roccaforte tuareg nel Sahara, dove lo Stato non arriva e dove si incrociano comunità e dialetti, trafficanti e ribelli armati. La madre è marocchina, mentre il padre è un pastore del posto. Il futuro boss comincia a guadagnarsi da vivere come allevatore di cammelli, facendo la spola tra le oasi. La svolta è un incontro fortuito con un uomo d’affari francese, finito in panne durante un rally Parigi-Dakar. Lo aiuta e riceve in cambio un’automobile: il giovane Ben Ibrahim la rivende e restituisce parte del guadagno al francese, conquistandosene la fiducia. È così, con l’aiuto dell’uomo incontrato per caso, che avvia un import-export di veicoli con l’Europa: un’impresa utile per acquisire le capacità professionali del narcotrafficante. Negli anni il business si allarga, arrivano i primi soldi e ad essi seguono le alleanze giuste: come il matrimonio con la figlia di un generale boliviano, che lo proietta Oltreoceano, verso merci e mercati nuovi.

In Marocco, arrivano invece i contatti con alcuni dei principali uomini d’affari del Paese: Said Naciri, capo e finanziatore del Wydad Casablanca, la squadra di calcio di maggior successo del Paese. E Abdenbi Bioui, uno dei grandi nomi dell’edilizia e del settore immobiliare. Entrambi membri del Partito autenticità e modernità (Pam), che partecipa alla coalizione di governo. Entrambi finiti in carcere qualche settimana fa, proprio su segnalazione di Ben Ibrahim.

Arresti eccellenti

Il trafficante accusa i due imprenditori e politici di aver partecipato insieme a lui, dal 2010, ad un vasto traffico di cannabis: decine di tonnellate di resina prodotta in Marocco sarebbero state spedite ogni anno all’estero. A interrompere momentaneamente il traffico, nel 2015, il primo arresto del “maliano”, fermato in Mauritania per possesso di un grosso quantitativo di cocaina e condannato a quattro anni di carcere. Di qui in avanti l’alleanza fra i tre inizia a traballare, con i complici (è la versione consegnata da Ben Ibrahim agli investigatori) impegnati a cercare di impossessarsi delle proprietà del socio, fra cui diversi appartamenti e una villa nella zona più esclusiva di Casablanca.Nel 2019 la rottura definitiva, generata dal secondo arresto del boss, fermato questa volta all’aeroporto di Casablanca. A mettere la polizia sulla pista giusta è un carico di 40 tonnellate di cannabis, trasportate su camion i cui documenti di immatricolazione portano direttamente a lui. Un legame tanto chiaro che spinge i giudici a condannarlo a dieci anni di carcere.

Il re e la moralizzazione

Probabilmente è questo il momento in cui Ben Ibrahim decide di rompere definitivamente con gli ex soci e di cominciare ad accusarli. Per completare le indagini c’è voluto del tempo: Naciri e Bioui sono stati arrestati nel dicembre scorso e, nonostante si proclamino innocenti e abbiano chiesto di essere rimessi in libertà, ad oggi restano in carcere. La reporter Kozlowski è convinta che il loro arresto sia «solo la punta dell’iceberg» e che molti altri arriveranno presto, complice anche l’ondata di inchieste per corruzione che da mesi occupa le prime pagine dei giornali marocchini: venti parlamentari, secondo quanto scrive il sito di informazione Le360 (considerato vicino al Palazzo reale), sono coinvolti in indagini e sei (fra cui appunto Naciri e Bioui) sono stati arrestati nel 2023. Forte dello scandalo, l’opposizione islamista denuncia abissi di malaffare e chiede indagini approfondite. È dovuto intervenire anche re Mohammed VI. Ha ordinato di "moralizzare" la politica approvando un codice deontologico per i parlamentari.

Sul Venerdì del 1 marzo 2024

Leggi i commenti