Nils Aall Barricelli, l’antifascista che immaginò l’intelligenza artificiale
di Nicola MirenziNell’ultimo libro di Benjamín Labatut, Maniac (Adelphi) – che racconta la terribile e avventurosa storia del primo calcolatore universale creato da John von Neumann negli anni Cinquanta, cruciale sia per la creazione della bomba all’idrogeno sia per il mondo digitale in cui è immersa la vita dell’essere umano oggi – appare un personaggio premonitore e stravagante: un italo-norvegese, quasi completamente sconosciuto nel nostro Paese, per decenni sepolto oltre la cortina del sapere accademico, il primo, e l’unico della sua generazione, a ipotizzare una forma di vita digitale, autonoma da quella umana, oggi nota con il nome di “intelligenza artificiale”. Si chiamava Nils Aall Barricelli. Era un biologo antidarwiniano e un matematico critico con la matematica del proprio tempo, odiato perciò sia dai biologi sia dai matematici.
Nell’ultimo libro di Benjamín Labatut, Maniac (Adelphi) – che racconta la terribile e avventurosa storia del primo calcolatore universale creato da John von Neumann negli anni Cinquanta, cruciale sia per la creazione della bomba all’idrogeno sia per il mondo digitale in cui è immersa la vita dell’essere umano oggi – appare un personaggio premonitore e stravagante: un italo-norvegese, quasi completamente sconosciuto nel nostro Paese, per decenni sepolto oltre la cortina del sapere accademico, il primo, e l’unico della sua generazione, a ipotizzare una forma di vita digitale, autonoma da quella umana, oggi nota con il nome di “intelligenza artificiale”. Si chiamava Nils Aall Barricelli. Era un biologo antidarwiniano e un matematico critico con la matematica del proprio tempo, odiato perciò sia dai biologi sia dai matematici.
«Era un vero scienziato pazzo. Totalmente folle». Così lo presenta romanzescamente Labatut nel suo libro. Nato a Roma, figlio del pittore Maurizio Barricelli e della scrittrice norvegese Marna Aall, era senz’altro un tipo eccentrico. All’idea che l’evoluzione si muova attraverso la selezione del più forte contrapponeva la dottrina della simbiogenesi, secondo la quale è dalla collaborazione che nascono le più significative evoluzioni. Ma anche dal punto di vista umano era un tipo particolare. Raccontano i testimoni che pagava i collaboratori di tasca sua, e che prendeva a lavorare con sé solo gente che riusciva a trovare un difetto nascosto in una teoria matematica. «La comunità scientifica avrebbe bisogno di un paio di Barricelli ogni secolo», ha detto Simen Gaure, un assistente che aveva ingaggiato.
Il controllo di Mussolini
Barricelli aveva studiato fisica all’Università La Sapienza di Roma con Enrico Fermi e lasciò l’Italia per la Norvegia nel 1936. Nel libro che l’ha strappato per primo all’oblio, La cattedrale di Turing. Le origini dell’universo digitale (Codice Edizioni), George Dyson scrive che «fu un fervente oppositore di Mussolini, la cui ascesa al potere lo indusse a trasferirsi in Norvegia». All’Archivio centrale dello Stato Il Venerdì ha consultato il Casellario politico, dove sono conservati i documenti con cui la polizia fascista schedava tutti gli oppositori del regime: ma la prova documentale della sua attività antifascista non c’è. Se Barricelli è stato contro il regime, lo è stato in privato. Perché difficilmente negli anni 30 qualcuno poteva sfuggire al controllo poliziesco mussoliniano.
Ciò che conta, tuttavia, è che tra il 1953 e il 1954 Barricelli condusse degli esperimenti leggendari all’Institute for Advanced Studies di Princeton (IAS), dopo aver presentato le sue ipotesi di ricerca a John von Neumann, che lo aveva invitato subito a raggiungerlo negli Stati Uniti, offrendogli l’accesso al suo calcolatore – il MANIAC, appunto. Era l’unico ad avere il permesso di utilizzarlo senza la supervisione di un ingegnere, ma poteva lavorarci solo di notte. Introduceva nella macchina degli organismi numerici, dandogli delle regole riproduttive che rendevano la vita «difficile, ma non impossibile». Il suo obiettivo era verificare la possibilità di un’evoluzione simile a quella degli organismi viventi in un universo creato artificialmente. Quello che riuscì a dimostrare è che gli organismi numerici si evolvevano in maniera autonoma, creando una forma di vita digitale, ma non complessa come quella degli organismi viventi.
Allora in pochi capirono realmente cosa avesse immaginato, né le tecnologie a disposizione permettevano di andare oltre quel che aveva ottenuto (il MANIAC aveva una memoria strepitosa per l’epoca, ma inconsistente se paragonata a quella degli attuali computer: appena 5 kilobyte). Ma, in seguito, Julian Bigelow, pioniere dell’ingegneria informatica, disse che Barricelli era stato «l’unico della sua epoca a intravedere la strada verso l’intelligenza artificiale».
Di questa visione conserva una traccia preziosa la rivista Civiltà delle Macchine, oggi diretta da Marco Ferrante. Nel numero 3 del giugno 1955 c’è un articolo dal titolo 5.400 generazioni. Esperimenti di evoluzione realizzati su organismi numerici nel quale Barricelli in persona racconta i risultati raggiunti dai suoi esperimenti negli Stati Uniti. L’articolo è illustrato dalle riproduzioni della memoria del MANIAC, ovvero il documento che prova l’evoluzione degli organismi numerici nell’universo artificiale da lui creato. Immagini che ancora oggi, presso gli scienziati che le conoscono, costituiscono un prodigio. «Non bisogna credere» scrive BarricellI, «che tutti questi organismi debbano necessariamente rassomigliare alle forme di vita che conosciamo sulla Terra né che la Terra debba necessariamente essere l’ambiente migliore per lo sviluppo di siffatte forme di vita».
Testi profetici
Ciò che colpisce del testo è che Barricelli non menzioni mai John von Neumann, l’uomo che aveva accolto la sua ricerca e gli aveva dato la possibilità di svilupparla usando il suo calcolatore. D’altra parte, nemmeno von Neumann cita mai gli esperimenti di Barricelli nel suo libro Theory of Self-Reproducing Automata, oggi considerato uno dei testi profetici dell’intelligenza artificiale, sebbene sia chiaro il debito che aveva maturato. La differenza tra i due è che nessuno potrebbe mai dimenticare il contributo di John von Neumann al mondo digitale odierno, mentre quello di Barricelli lo sarebbe stato se il succitato George Dyson – storico della scienza e figlio di Freeman Dyson, fisico quantistico che aveva lavorato allo IAS con von Neumann – non avesse tirato fuori dagli scantinati, all’inizio degli anni Duemila, le scartoffie di Barricelli, documentando scrupolosamente che in esse era prefigurato concettualmente il mondo di oggi. «L’universo di Barricelli» scrive, «adesso è il nostro universo. I suoi organismi digitali primitivi erano gli antenati dei multimegabyte che continuano a replicarsi e a ricombinarsi nell’odierno e sconfinato universo digitale». Peccato che all’avvento dell’èra dell’intelligenza artificiale, in pochi conoscano il suo profeta.
Sul Venerdì del 1° marzo 2024