A casa Calvino ora abita Thom Yorke dei Radiohead
di Luca ValtortaRoma. “Sul terrazzo, come tutte le estati, è tornato il geco (…). Nella stanza di soggiorno di casa Palomar c'è una piccola finestra vetrina che si apre sul terrazzo. (…) Ogni sera, appena si accende la luce, il geco, che abita sotto le foglie di quel muro, si sposta sul vetro nel punto dove splende la lampadina e resta immobile come una lucertola al sole. Volano i moscerini, anch'essi attratti dalla luce. Il rettile, quando un moscerino gli capita a tiro, lo inghiotte. Il signor Palomar e la signora Palomar finiscono ogni sera per spostare le loro poltrone della televisione e sistemarle accanto alla vetrina. Dall'interno della stanza contemplano la sagoma biancastra del rettile sullo sfondo buio. La scelta tra televisione e geco non avviene sempre senza incertezze. I due spettacoli hanno ognuno delle informazioni da dare che l'altro non dà. La televisione si muove tra i continenti raccogliendo impulsi luminosi che descrivono la faccia visibile delle cose. Il geco, invece, rappresenta…
Roma. “Sul terrazzo, come tutte le estati, è tornato il geco (…). Nella stanza di soggiorno di casa Palomar c'è una piccola finestra vetrina che si apre sul terrazzo. (…) Ogni sera, appena si accende la luce, il geco, che abita sotto le foglie di quel muro, si sposta sul vetro nel punto dove splende la lampadina e resta immobile come una lucertola al sole. Volano i moscerini, anch'essi attratti dalla luce. Il rettile, quando un moscerino gli capita a tiro, lo inghiotte. Il signor Palomar e la signora Palomar finiscono ogni sera per spostare le loro poltrone della televisione e sistemarle accanto alla vetrina. Dall'interno della stanza contemplano la sagoma biancastra del rettile sullo sfondo buio. La scelta tra televisione e geco non avviene sempre senza incertezze. I due spettacoli hanno ognuno delle informazioni da dare che l'altro non dà. La televisione si muove tra i continenti raccogliendo impulsi luminosi che descrivono la faccia visibile delle cose. Il geco, invece, rappresenta la concentrazione immobile e l'aspetto nascosto, il rovescio di ciò che si mostra alla vista”.
Questo era quello che scriveva Italo Calvino in Palomar: un’immagine che definiremmo wabi-sabi utilizzando il linguaggio dello zen giapponese, ovvero una visione che può far scaturire, se non una vera e propria illuminazione, quantomeno un senso di benessere che non è esattamente felicità, legata alla contemplazione di qualcosa di imperfetto o anche di strano, come in questo caso. Beh, adesso siamo proprio davanti a quella finestra. Il che significa che siamo nella casa un tempo abitata da Calvino e che oggi – sorpresa- è abitata dal musicista Thom Yorke, star dei Radiohead, e dalla moglie, l’attrice siciliana Dajana Roncione, su invito dell’architetta Serena Mignatti che da loro ha avuto il compito di ristrutturarla. Siamo a Roma, non lontano dal Parlamento.
Genius loci
Mignatti, bolognese d’origine, ha studiato allo Iuav di Venezia “Lì ho incontrato Bernardo Secchi, l’uomo che ha cambiato l'urbanistica nell'epoca moderna: per lui ho cambiato il mio percorso di studi mettendo dentro sociologia, Cacciari, estetica, filosofia”, spiega, “per 15 anni ho lavorato in studi grandi, facevo aeroporti, torri. Vengo dall'architettura però credo che alla fine la sintesi dell'urbanistica, del ragionamento sull'uomo, sullo spazio del vivere e la conoscenza tecnologica si riflettano nel mio modo di vedere le cose. Che ho applicato anche a questa casa, che è una sintesi tra natura e tecnologia perché, se quello che domina qui sono legno, pietra e materie naturali dall’altra parte c’è la domotica, che governa in maniera semplice e discreta tutti i sistemi della casa dall’illuminazione all’irrigazione delle piante. Tornando a Calvino, il mio legame con lui è stretto: Le città invisibili penso che sia il primo libro nella lista di ogni corso di architettura. Che, applicato, significa valorizzare la regola non regola, dal momento che Calvino ci racconta città diverse da quelle in cui viviamo nella realtà e ci spinge a dare un senso a cose che non sembra ce l’abbiano”.
Una volta aperta quella porta, come prima cosa bisognava capire il daimon, il genius loci, l’anima della casa: e dunque capire subito cosa fosse diventato la stanza del geco, come potesse rispecchiarsi o come eventualmente si fosse trasformato quel luogo in cui Calvino e la moglie ogni sera decidevano quale spettacolo guardare: la pancia del geco o il Paradiso Artificiale della tv. Ed è stato sorprendente scoprire (ma poi in realtà si rivela perfettamente sensato) che quel luogo oggi è diventato il luogo della musica perché al posto della tv, vicino al vetro che guarda sul terrazzo esterno, c’è un giradischi dalla base in legno così come in legno è quasi tutto quello che sta intorno, anzi quasi tutto quello che si trova nella casa: il mobiletto dello stereo, le casse, i mobili, le mensole, i tavoli, che spesso, spiega l’architetta, “sono frutto di recupero: ciotole, contenitori, travi a vista ma anche tavoli come quello nella sala della lettura (il luogo dove Calvino scriveva), ricavato da una vecchia porta”. Il legno grezzo regala una fantastica sensazione di calore. La foto dell’angolo del geco di Calvino così oggi è essa stessa un quadro zen. A completarlo: una brocca di terracotta, un dipinto di Stanley Donwood, dei dischi in vinile, il verde delle piante, una poltrona bianca.
Dunque quella che per lo scrittore era la stanza della visione adesso per il musicista e per l’attrice è la stanza dell’ascolto: comunque luoghi di riposo e di riflessione. “Non c’era traccia di giradischi e neanche di radio quando sono entrata”, spiega Serena, “del resto la musica di Calvino sono le parole e tra la tv e il geco, gli attuali proprietari sono sicura che sceglierebbero il geco”.
Sguardo d’uccello
I dischi di Yorke, accatastati in maniera disordinata da non-collezionista (manca del tutto quella tipica maniacalità) sono invece l’espressione di uno spirito avventuroso e complesso. Yorke in questo periodo suona con un gruppo dal nome gentile, “The Smile” di cui è appena uscito il nuovo album, Wall of Eyes: una delle canzoni si intitola Read the Room che sembra riecheggiare il “redrum” di Shining. Ma, al contrario, questa casa sembra emanare solo emozioni positive a partire dall’entrata da cui un corridoio porta appunto alla sala lettura, mentre una scala conduce al piano di sopra, dove si trova la stanza di cui abbiamo detto, che dà sul terrazzo.
Torniamo a Calvino: “Il terrazzo è a due livelli: un’altana o belvedere sovrasta la baraonda dei tetti su cui il signor Palomar fa scorrere uno sguardo da uccello. Cerca di pensare il mondo com’è visto dai volatili (…). La forma vera della città è in questo sali e scendi di tetti, tegole vecchie e nuove, coppi ed embrici, comignoli esili o tarchiati, pergole di cannucce e tettoie d’eternit ondulata, ringhiere, balaustre, pilastrini che reggono vasi, serbatoi d’acqua in lamiera, abbaini, lucernari di vetro, e, su ogni cosa s’innalza l’alberatura delle antenne televisive (…) tutte magre come scheletri e inquietanti come totem”.
Quanto diverso era questo giardino? Per esempio, il belvedere di cui si ricorda una famosa foto di Calvino con moglie e figlia e che era, appunto, infestato di piccioni… "Lo abbiamo mantenuto e preservato”, prosegue Mignatti, “lasciando anche proprio la rete protettiva bianca che lo sovrastava. È uno dei luoghi preferiti di Thom e Dajana” (noto per la prima volta che entrambi hanno, calvinianamente, qualcosa di inaspettato nei rispettivi nomi: una “h” di troppo lui e una strana “j” lei. Un segno di predestinazione?, ndr).
Sempre Calvino scriveva: “Assecondando questa buona disposizione ambientale o genius loci, il terrazzo della famiglia Palomar, isola segreta sopra i tetti, sogna di concentrare sotto la sua pergola il lussureggiare dei giardini di Babilonia...”. “Esatto” spiega ancora l’architetta: “l’idea di Thom e Dajana – che hanno scelto di comprare questa casa proprio perché abitata da un artista che entrambi conoscevano – era non solo di preservare la terrazza bassa ma di portare ancora più avanti l’idea di creare un giardino segreto che, estate dopo estate, si espandesse sempre di più. C’è molta Italia e molta Sicilia qui: piante di limoni, mandarini, gelsomini, rose, rampicanti, bouganville finché il verde non inghiotta tutto. Del resto, credo che mi abbiano scelto proprio per un’identità di visione: io sono arrivata all’idea del wabi-sabi o del feng-shui (la visione taoista per uniformare una casa ai cinque elementi, ndr) partendo da John Ruskin e dalla sua visione di un’opera dell’uomo fortemente radicata nella natura”.
Il rumore della vita
Tornando in casa, ecco la camera da letto. Guarda la strada sottostante brulicante di gente: “La prima richiesta fatta da entrambi i coniugi è stata proprio questa: ‘Vogliamo la camera qui, davanti al camino”. Il camino era già presente anche se con un’estetica diversa”, spiega Serena. “All’inizio ero perplessa, non capivo il perché: la camera aveva un affaccio esterno e quindi era rumorosa. Ma poi dopo averli conosciuti ho avuto un’illuminazione: la confusione era quello che cercavano perché volevano guardare fuori, sentire il rumore della vita, della città che si anima. Volevano sentire Roma, respirarla. Inoltre quando arriva il tramonto, il riflesso rosso sulla calce romana è magico. Ma è altrettanto bello il punto di vista completamente aperto verso il fuori”.
Non manca, ovviamente, una stanza con un pianoforte dove Thom può suonare e una stanza-camerino dove Dajana può provare trucco, vestiti, copioni in intimità. Ovunque si sente la presenza dei due poli maschile-femminile proprio come yin e yang, due opposti che si compenetrano l’uno nell’altro: “Mi è molto chiaro che se fosse stata la casa solo di una o dell’altro il risultato sarebbe sicuramente stato diverso: dalle diverse energie invece è nato qualcosa che non è contrasto ma dialogo. Io, del resto, non amo i gesti forti: anche la tecnologia che è molto presente per me non si deve vedere. Le luci sono molto calde, il pavimento è radiante, il sistema di aria condizionata invisibile”. Tanto che a una vista superficiale non appare certo come una casa lussuosa, non dico monacale, ma espressione di una certa spiritualità. “Se questa casa l’avesse comprata una persona che non ha empatia verso l’arte forse avrebbe detto: ‘Oh che brutta vista! Tutte quelle antenne, quello sporco, quel disordine fatto di concrezioni...” conclude Mignatti. Beh per me invece è proprio questa la cifra della Roma più autentica. La vista è proprio sull’orizzonte, non guardiamo Roma dall’alto. Ed è proprio questa per me la vera magia di questo luogo”.
Sul Venerdì del 1° marzo 2023