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Monet a Padova, la grande mostra per celebrare i 150 anni dell’Impressionismo

Campo di tutlipani in Olanda. 1886. COPYRIGHT (c) THE BRIDGEMAN ART LIBRARY 
Nel 1874, a Parigi, si tenne una mostra di giovani pittori indipendenti. Ma fu solo uno di loro che, con Impression, soleil levant, diede il nome e il via all’innovativo movimento storico
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Il faut être absolument moderne, scriveva Arthur Rimbaud in Una stagione all’inferno, sigillando con una massima, pensata come uno slogan, la sua rivolta contro la propria epoca, la società, la letteratura. Il poema in prosa fu pubblicato nell’ottobre del 1873. Tempo di dopoguerra, in Francia – dal 1870 trascinata prima nel conflitto franco-prussiano (concluso con la catastrofica sconfitta di Sedan che pose fine al Secondo Impero), poi nella resistenza della nuova Repubblica contro l’invasore (che condusse al drammatico assedio di Parigi), infine nella violentissima e sanguinosa repressione seguita al rovesciamento della Comune di Parigi. Guerre che avevano coinvolto anche i pittori: alcuni arruolati nell’esercito, altri fuggiti all’estero per non combattere, altri ancora partecipi dell’utopia rivoluzionaria, come il grande Courbet, poi arrestato, condannato a sei mesi di carcere nel 1871 e infine a pagare una multa spropositata per aver fatto demolire la colonna napoleonica di place …

Il faut être absolument moderne, scriveva Arthur Rimbaud in Una stagione all’inferno, sigillando con una massima, pensata come uno slogan, la sua rivolta contro la propria epoca, la società, la letteratura. Il poema in prosa fu pubblicato nell’ottobre del 1873. Tempo di dopoguerra, in Francia – dal 1870 trascinata prima nel conflitto franco-prussiano (concluso con la catastrofica sconfitta di Sedan che pose fine al Secondo Impero), poi nella resistenza della nuova Repubblica contro l’invasore (che condusse al drammatico assedio di Parigi), infine nella violentissima e sanguinosa repressione seguita al rovesciamento della Comune di Parigi. Guerre che avevano coinvolto anche i pittori: alcuni arruolati nell’esercito, altri fuggiti all’estero per non combattere, altri ancora partecipi dell’utopia rivoluzionaria, come il grande Courbet, poi arrestato, condannato a sei mesi di carcere nel 1871 e infine a pagare una multa spropositata per aver fatto demolire la colonna napoleonica di place Vendôme.Ogni dopoguerra porta con sé cambiamenti – anche brutali.

Nella Parigi ancora scossa dagli eccidi, dalle distruzioni, dalle deportazioni di massa e dalla trasformazione urbanistica elaborata dal prefetto della Senna barone Hausmann (gli sventramenti necessari alla creazione dei grandi boulevard, nei quali il popolo non avrebbe mai più potuto erigere barricate), la sera del 15 aprile 1874, nello studio del fotografo Félix Nadar – che coi suoi ritratti stava imponendo ai pittori una riflessione sulla rappresentazione della realtà – si inaugurava una mostra organizzata da una manciata di artisti riuniti sotto una sigla generica e scialba: Societé anonyme des artistes, peintres, sculpteurs, graveurs. Esponevano 165 opere – per lo più scene di vita moderna e paesaggi dipinti all’aperto. Nadar aveva concesso gratuitamente per un mese lo studio, sul boulevard des Capucines, che taglia Parigi dall’Opéra alla Madeleine. In quegli stessi giorni, al Louvre, si inaugurava il Salon, la mostra dell’Académie des Beaux-Arts, che dal 1677 dettava legge, imponendo convenzioni e reputazioni. Fino a poco tempo prima, nessun artista poteva avere davvero successo in Francia senza essersi imposto al Salon (ma dal 1863 esisteva il Salon des Refusés).La contrapposizione polemica era evidente. I pittori del boulevard des Capucins non erano “rifiutati” ma indipendenti, e avversi alle tendenze dominanti: moderni, insomma. Erano 32, ma solo otto oggi ancora conosciuti. Degas (presente con la Repetition d’un ballet sur la scène; l’unica donna, Berthe Morisot (La culla), Renoir (La loge), De Nittis, Sisley, Pissarro. E Cézanne, la cui erotica Une moderne Olympia suscitò lo scherno del pubblico e della critica (fu definito un pazzo agitato dal delirium tremens).

Ma il quadro decisivo per l’avvenire del gruppo e del movimento fu Impression, soleil levant (Impressione: levar del sole) di Claude Monet (dipinto nel 1872).Il pittore, trentaquattrenne, esponeva anche quattro disegni e altri quattro dipinti a olio, fra cui Boulevard des Capucines e Papaveri ad Argenteuil (il papavero sarebbe diventato il fiore impressionista per eccellenza: rosso, sgargiante fiamma di colore). Un paesaggio di piccole dimensioni, acquatico, visto dalla finestra dell’albergo: tre barche nel bacino di Le Havre, mentre l’acqua increspata riverbera il tremulo riflesso arancio del sole che sorge nella foschia.Il critico Louis Leroy utilizzò beffardamente il termine “impressione” per stroncarne lo stile indeterminato («una carta da parati è più compiuta di questo porto turistico»: in realtà era un porto industriale e proprio ciò affascinava il pittore). Ma “l’impressione istantanea” – la sensazione soggettiva suscitata da un’immagine – era appunto ciò che intendeva rappresentare Monet, e da allora lui e gli altri si definirono impressionisti.

La critica in realtà non fu del tutto ostile (le stroncature arrivarono alla seconda mostra) e gli artisti suscitarono interesse fra gli intenditori: il collezionista Ernest Hoschedé acquistò il dipinto di Monet per 800 franchi (parecchi). Ma nell’insieme fu una “mostra disastrosa”.Per festeggiare l’anniversario dei centocinquanta anni, una grande mostra a Padova (al centro culturale Altinate/San Gaetano, fino al 21 luglio) propone un’antologica di Monet. Le opere provengono dal Musée Marmottan Monet di Parigi che, grazie al lascito del figlio Michel, conserva la più importante collezione di opere dell’artista. Il visitatore potrà accompagnare Monet dagli inizi fin quasi alla morte, nel 1926. Nel 1874-75 dipingeva Il ponte ferroviario di Argenteuil e Il treno nella neve, fedele all’imperativo di essere moderno. Dalla metà dell’Ottocento, il treno (col corollario dei ponti ferroviari e delle rotaie, che modificavano arditamente il paesaggio) era il soggetto prediletto dei pittori (anche degli scrittori, basti pensare a Pascoli o ad Anna Karenina): simbolo della modernità travolgente, e delle sue illusioni. Il treno di Monet non ha tuttavia un significato ulteriore: è una forma che si staglia nel bianco, come il filare degli alberi, speculare, dalla parte opposta della tela. Lo stimola di più il fumo della locomotiva. Il fumo e la nebbia (si veda Vétheuil nella nebbia, 1879) rappresentano un’affascinante sfida tecnica per un artista. Nemmeno i monumenti e le chiese delle città nelle quali via via Monet si reca lo interessano in quanto tali. In realtà non è interessato alle cose, al significato e nemmeno alla loro forma, ma alla rappresentazione della percezione che se ne ha. Ai barbagli della luce che le investe, all’effetto di una nuvola o di un’ombra. All’inafferrabile unicità di un istante.

Ciò si comprende più chiaramente nelle opere che Monet inizia a dipingere dopo il trasferimento a Giverny, un villaggio di trecento abitanti nella regione dell’Eure, non troppo distante da Parigi. Nel 1883, in cerca di un luogo adatto a ospitare la sua arte e la sua famiglia (vedovo da 11 anni, aveva due figli, Jean e Pierre da Camille, e in seguito, dopo l’unione con Alice Hoschedé, moglie di Ernest, che poi sposò nel 1892, ne acquisì altri sei), aveva comprato infatti una proprietà, che comprendeva una casa coi suoi annessi, un terreno di un ettaro, un frutteto. Era stato sedotto dai ranuncoli e dal tappeto di iris selvatici che pullulavano intorno all’abitazione. Vi sarebbe rimasto per più di 40 anni.Il vero successo arrivò poco dopo, con la prima mostra degli impressionisti a New York organizzata nel 1886 da Paul Durand-Ruel. Ma Giverny divenne rapidamente molto altro: un mondo alternativo, che Monet poteva plasmare a suo piacimento. Il giardino divenne una sua opera. Le mostre e il piacere di viaggiare lo trascinavano ancora altrove – Rouen, Londra, l’Italia –, ma i soggiorni a Giverny diventavano sempre più lunghi. Le rose, le dalie, i crisantemi e le peonie non gli bastavano più. Aveva costruito una pergola, abbattuto abeti, cipressi e muri, ampliato il giardino, fatto deviare il ruscello per generare uno stagno irregolare, sormontato da un ponte giapponese di legno, piantato ninfee e iris, perché sorgessero spontanei come lungo i fiumi, e poi felci e bambù.

I vicini non approvarono: insospettiti dai lavori idraulici, lo accusarono di assetare i loro campi e contaminare la flora locale con specie esotiche. Ma Monet andò avanti. Vorrei dipingere come l’uccello canta, affermava: unicamente ciò che lo circondava. Non vi sono più ombrelli né donne a passeggio né figure umane, neppure sullo sfondo; né strade di città, né edifici: nessun ricordo della vita moderna, nel Monet del Novecento. Né storia né geografia. Solo natura – oltre il tempo. Fiori, alberi, nuvole, riflessi nell’acqua. Pioppi snelli («una delle forme classiche dell’ennui», secondo Victor Hugo), salici dalle foglie e dai tronchi d’argento. E ninfee. I fiori acquatici galleggianti, sempre più evanescenti, divennero il soggetto prediletto della sua ricerca.Dipinse ben 250 tele di ninfee, di ogni forma e misura, in due serie. La prima, esplorativa e quasi descrittiva. L’ultima, creata durante la Prima guerra mondiale, come una decorazione parietale – un’opera-paesaggio nella quale annullarsi e scomparire.I dipinti dell’ultimo Monet trascendono la figurazione. In quel periodo, all’insaputa gli uni degli altri, vari artisti scoprivano l’astrazione. Kandinskij a Murnau e Monaco; Malevic a Pietrogrado, Monet a Giverny. Per ragioni diverse: il primo inseguendo la raffigurazione dell’invisibile e dello spirituale, il secondo il predominio dell’arte sulla soggettività delle apparenze. Monet – è stato osservato – forse spinto dalle pessime condizioni dei suoi occhi. Soffriva di doppia cataratta, la sua visione – fluttuante, labile – era offuscata da un velo. Le immagini si dissolvono, il colore diventa materia densa. Nonostante la bellezza lirica delle sue pitture, e il ruolo di maestro che gli era ormai riconosciuto, non ne era mai soddisfatto. Nell’atelier, distruggeva spesso le sue tele. Le rifaceva, sperimentava con una creatività inesauribile.Monet ha avuto una lunga vita e come Michelangelo, Tiziano, Tintoretto, Goya e Picasso ha creato fin quasi all’ultimo giorno – e le sue opere estreme sono migliori delle prime. La più recente della mostra di Padova si intitola Glicini. È del 1920. I fiori sono svaniti. Restano grumi di colore lilla, schizzati di rosso, che colano nell’azzurro violaceo, come la schiuma vegetale di un’onda. Vibrano nell’aria come candele di nebbia, pulviscolo di luce.

Sullo Speciale Arte del Venerdì dell’8 marzo 2024

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