Istruzioni per difendersi dal virus Dengue
di Giuliano AluffiLa chiamano “febbre spaccaossa”, per uno dei sintomi più frequenti, i dolori muscolari e articolari, ma nei casi più gravi la dengue può anche provocare emorragie e perfino uccidere, in caso di reinfezione, come capita nei Paesi dove è endemica. Il Brasile, per esempio, è nel pieno di un’epidemia che supera il mezzo milione di casi (il quadruplo dell’anno scorso, con 113 decessi, +300 per cento), mentre il Perù ha dichiarato l’emergenza per un’epidemia che si presume imminente.
La situazione ha spinto il nostro ministero della Salute a diffondere una circolare per innalzare il livello di allerta in porti e aeroporti. Una sorta di “Attenti alla zanzara”, perché il virus della dengue non si trasmette da persona a persona, come il Sars-CoV-2, ma ha bisogno di una zanzara che punga chi è già malato, si infetti e poi punga un’altra persona.L’anno scorso l’Italia ha avuto il suo picco di casi autoctoni, ovvero persone che hanno ricevuto la puntura infettante qui: 82, da sommare ai 290 d’imp…
La chiamano “febbre spaccaossa”, per uno dei sintomi più frequenti, i dolori muscolari e articolari, ma nei casi più gravi la dengue può anche provocare emorragie e perfino uccidere, in caso di reinfezione, come capita nei Paesi dove è endemica. Il Brasile, per esempio, è nel pieno di un’epidemia che supera il mezzo milione di casi (il quadruplo dell’anno scorso, con 113 decessi, +300 per cento), mentre il Perù ha dichiarato l’emergenza per un’epidemia che si presume imminente.
La situazione ha spinto il nostro ministero della Salute a diffondere una circolare per innalzare il livello di allerta in porti e aeroporti. Una sorta di “Attenti alla zanzara”, perché il virus della dengue non si trasmette da persona a persona, come il Sars-CoV-2, ma ha bisogno di una zanzara che punga chi è già malato, si infetti e poi punga un’altra persona.L’anno scorso l’Italia ha avuto il suo picco di casi autoctoni, ovvero persone che hanno ricevuto la puntura infettante qui: 82, da sommare ai 290 d’importazione, persone che hanno viaggiato in Paesi dove la dengue è endemica, e sono rientrate in patria infettate. Sono guariti tutti. Ma ora c’è la preoccupazione che l’Italia diventi un Paese endemico per la dengue nei prossimi decenni.
«Con la grande circolazione del virus che stiamo vedendo nel mondo, e sapendo ormai che anche la zanzara tigre (Aedes albopictus), presente sul nostro territorio, è in grado di veicolare il virus, possiamo aspettarci per quest’anno un numero maggiore di casi», spiega l’infettivologo Massimo Andreoni, direttore scientifico di Simit (Società italiana di malattie infettive e tropicali). «Per questo occorrerà un’attenta valutazione dei casi clinici, analisi rapide per accertare dove e come si sono infettati, efficaci azioni di disinfestazione nelle zone individuate come a rischio».
La diagnosi non è facile: «Nell’80 per cento dei casi la malattia è asintomatica o con sintomi molto leggeri, perciò indistinguibile da una banale influenza: febbre, dolori, stanchezza», dice il virologo Carlo Federico Perno, responsabile di Microbiologia e diagnostica di Immunologia all’ospedale Bambino Gesù di Roma. «Un segno particolare, però, è il dolore che si avverte dietro il bulbo oculare. Se il paziente lo dichiara, allora il medico può sospettare che si tratti di dengue». Nel 20 per cento dei casi i sintomi sono più netti: «Dopo una fase iniziale con febbre, dolori muscolari molto forti ed eruzioni cutanee, la febbre scende per 24-48 ore, per poi risalire con un secondo picco, in cui possono comparire, nelle forme più gravi, anche emorragie», sottolinea Roberto Cauda, direttore dell’Unità Malattie infettive al Policlinico Gemelli. Quando si ritiene che possa trattarsi di dengue, il paziente può effettuare un test del sangue alla ricerca degli anticorpi. «Per il Lazio, il laboratorio di riferimento è quello di virologia dell’Istituto Spallanzani di Roma», precisa l’epidemiologo Francesco Vairo, responsabile del Servizio regionale di sorveglianza malattie infettive dello Spallanzani. «Se il test conferma la dengue, la Asl attiva azioni di disinfestazione nelle aree limitrofe all’abitazione del paziente, e nei luoghi frequentati. A queste azioni tese ad abbattere la popolazione di zanzare adulte possibili vettori di dengue, seguono azioni “larvicide” con funzione preventiva». Il tutto per evitare che sorga un focolaio come quelli del 2023 a Roma e nel Lodigiano.
«Quanto visto nel 2023 ci può far pensare che tutta la fascia dell’Europa del sud andrà incontro sempre più frequentemente a piccoli focolai di infezione» dice ancora Vairo. «Se i focolai finora non sono stati importanti, dipende anche dal fatto che la zanzara tigre è un vettore di dengue meno “competente” rispetto alla Aedes aegypti, che ancora non è in Italia». La zanzara tigre è comunque temibile perché, a differenza di altre specie nostrane, punge più volte al giorno e durante tutta la giornata. «Però è generalista, mentre la Aedes aegypti punge soprattutto le persone. Inoltre si è visto che in circa il 5 per cento dei casi le aegypti infette trasmettono il virus alla progenie, per la zanzara tigre ancora non è dimostrato», spiega Laura Harrington, entomologa del Center for desease control americano e autrice della scoperta. «L’esistenza della trasmissione verticale rende più difficile combattere la dengue». Un metodo innovativo è la lotta biologica: «Infettare le zanzare con il batterio Wolbachia riduce la loro capacità di trasmettere la dengue. Sono stati fatti esperimenti, con buon esito, in Colombia, ma è una strategia ancora da convalidare» dice Harrington. «Un’alternativa più drastica è l’eradicazione tramite manipolazione genetica che sostituisca le popolazioni attuali con popolazioni sterili: gli effetti sull’ecosistema sarebbero ridotti perché non vi sono molte specie che si cibano di larve dell’Aedes aegypti. A differenza della zanzara tigre, che ha un ruolo di maggior peso nel suo ecosistema».
Sono ragionamenti che potremmo dover fare presto, perché l’aegypti è già arrivata a Cipro e minaccia di raggiungerci per via della progressiva tropicalizzazione del Mediterraneo. A rendere più fosche le prospettive per il futuro c’è il fatto che non esiste ancora un farmaco antivirale specifico: «Oggi la terapia affronta solo i sintomi: un antipiretico per abbassare la febbre, idratazione e riposo. Si stanno facendo studi per verificare se antivirali sviluppati per altre malattie possano avere qualche efficacia sulla dengue», dice Angela Corpolongo, dirigente della IV divisione di malattie infettive e tropicali allo Spallanzani.
«Però esistono due vaccini: quello approvato in Italia dall’Aifa, in commercio dal 2023, è il vaccino giapponese QDenga. È un tetravalente – valido per tutti i quattro sottotipi di dengue con cui ci si può infettare – e può essere somministrato sopra i quattro anni di età. Due dosi, a tre mesi di distanza. Al momento è raccomandato a chi parte per un soggiorno nei Paesi dove la dengue è endemica: qui all’Istituto Spallanzani abbiamo iniziato a vaccinare in febbraio».Il secondo vaccino – non approvato in Italia – è stato sviluppato da Sanofi-Pasteur ed è indicato solo per le persone residenti in aree endemiche e che abbiano già avuto una precedente infezione. Una particolarità della dengue è infatti che chi ha già avuto una prima infezione ha un maggiore bisogno di proteggersi: «Ognuno dei 4 sottotipi di dengue dà luogo a un’immunità specifica: chi ha avuto il virus di sottotipo 1, può ancora infettarsi con i sottotipi 2,3,4. E in questo caso può esserci una forma più grave della malattia, perché gli anticorpi sviluppati durante la prima infezione, invece di proteggere dalla seconda, ne possono accentuare gli effetti», sottolinea Andreoni. «Siccome la prima infezione è per lo più asintomatica, se si è stati in uno dei Paesi endemici bisogna fare il possibile per non essere punti: usare zanzariere, cospargersi di repellenti, indossare vestiti con maniche lunghe, evitare ristagni d’acqua sul balcone perché le zanzare li usano per riprodursi».
Sul Venerdì dell’8 marzo 2024