Bruno Munari: i nipoti raccontano il nonno geniale
di Marco RomaniNon poteva esserci titolo più sintetico e azzeccato: Tutto. La mostra dedicata a Bruno Munari che si apre il 16 marzo (fino al 30 giugno) alla Fondazione Magnani-Rocca di Mamiano di Traversetolo (Parma) racconta attraverso 250 opere l’intero percorso creativo di uno degli artisti e designer più significativi del Novecento: disegni, quadri, lampade, letti, posaceneri, libri per bambini, saggi, sculture da viaggio…
Un percorso, curato da Marco Meneguzzo (il catalogo è pubblicato da Dario Cimorelli Editore), che è un’immersione nel mondo di Munari popolato di figure fantastiche e profonde riflessioni sull’arte nella civiltà industriale.Ma un aspetto che, inevitabilmente, resta fuori è la dimensione privata del maestro scomparso nel 1998, e che i nipoti Valeria Munari Cattin e Bruno Munari rac…
Non poteva esserci titolo più sintetico e azzeccato: Tutto. La mostra dedicata a Bruno Munari che si apre il 16 marzo (fino al 30 giugno) alla Fondazione Magnani-Rocca di Mamiano di Traversetolo (Parma) racconta attraverso 250 opere l’intero percorso creativo di uno degli artisti e designer più significativi del Novecento: disegni, quadri, lampade, letti, posaceneri, libri per bambini, saggi, sculture da viaggio…
Un percorso, curato da Marco Meneguzzo (il catalogo è pubblicato da Dario Cimorelli Editore), che è un’immersione nel mondo di Munari popolato di figure fantastiche e profonde riflessioni sull’arte nella civiltà industriale.Ma un aspetto che, inevitabilmente, resta fuori è la dimensione privata del maestro scomparso nel 1998, e che i nipoti Valeria Munari Cattin e Bruno Munari raccontano con affetto per la prima volta in questa intervista rispondendo insieme alle nostre domande e pescando nei loro ricordi d’infanzia.
Attraverso le illustrazioni dei libri per bambini ripubblicati da Corraini, o da un letto come Abitacolo, abbiamo l’idea di un Bruno Munari attento allo sviluppo dell’immaginazione dei più piccoli. Com’era con voi nipoti, nel privato?
«Durante i nostri soggiorni a Milano, o le vacanze, condivideva con noi il suo senso di osservazione e la sua passione per il gioco, la sperimentazione, la meraviglia. Aveva la capacità di mettersi al nostro livello e di farci scoprire il suo mondo».
Com’erano le vostre giornate?
«Al mattino, a colazione, facevamo una gara per avere il biscotto più soffice da intingere nell’Orso, una bevanda molto buona e sana a base di orzo. Dovevamo trovare il miglior equilibrio possibile tra il gusto del biscotto, la sua morbidezza, la giusta temperatura della bevanda e il tempo di ammollo. La domenica, a Milano, era il giorno di “riposo” di nostra nonna e andavamo tutti al ristorante. Anche lì nonno aveva la sua matita sempre accanto, e a volte faceva schizzi sulla tovaglia. Durante le vacanze al mare in Toscana, i momenti condivisi intorno al tavolo erano molto importanti. La mattina, dopo colazione, nonno usciva per una passeggiata sulla spiaggia dove cercava materiali per nuove creazioni. Ma soprattutto, come consigliava a tutti, si prendeva il tempo di sognare. Una sera ha lasciato in silenzio il tavolo, è andato in cucina e con un coltello ha trasformato un’anguria in un simpatico mostriciattolo».
Ascoltava voi bambini?
«Come nonno sì, non come artista. Era costantemente mosso da una curiosità infantile. Non aveva bisogno di noi per essere connesso con l’infanzia».A cosa giocavate insieme?«Non giocavamo con le sue cose. Tuttavia, abbiamo inventato dei mondi immaginari soprattutto per far passare il tempo durante i viaggi: nell’ultimo posto del nostro minibus eravamo esploratori, giornalisti, avventurieri… In Toscana, a volte disegnavamo o giocavamo a palla. Ma dopo poco lui si annoiava. Preferiva fare le sue esplorazioni dalle quali non tornava mai a mani vuote. A volte riportava un ciottolo trovato sulla spiaggia e sul quale disegnava con inchiostro cinese, altre volte tornava con le pigne che il mare rigettava lungo il litorale, altre rincasava con pezzi di vetro levigati dalla sabbia che sembravano pietre preziose e con cui faceva creazioni meravigliose».
Avete mai disegnato insieme?
«I momenti in cui disegnavamo con lui erano rari e molto intimi. Potevamo sederci alla sua scrivania, uno accanto all’altro. Ci presentava le sue matite, come se ognuna avesse una propria storia, vita e specificità. Stare con lui era un po’ come essere in un museo: ci mostrava cose meravigliose, uniche e preziose, che non dovevamo toccare troppo e certamente non dovevamo rovinare. Fortunatamente abbiamo conservato alcuni dei disegni fatti al mattino con nonno, soprattutto a Milano, aspettando che tutti si preparassero. Erano disegni a quattro mani. Alcuni sono stati esposti all’inaugurazione dello Spazio Munari lo scorso settembre a Milano. C’erano anche schizzi collettivi, sotto forma di giochi: a turno tracciavamo una forma, poi la carta veniva piegata per nascondere la prima silhouette e si passava a quella successiva, che continuava e diventava un personaggio immaginario».
Vi ha mai letto i suoi libri?
«Quando arrivavamo a Milano, una delle prime cose che faceva era mostrarci tutte le sue ultime realizzazioni, i libri di design e quelli per bambini. Questo rituale era importante per lui, ma non ce li leggeva. I suoi libri erano a casa, a Ginevra e a Milano, ma dopo che ce li aveva fatti vedere tornavano al loro posto nella biblioteca».
E una volta adolescenti, come vi ha spiegato la sua arte?
«Prima di essere il nostro insegnante, era nostro nonno. Ciò che ci ha più segnati è stata la sua curiosità, l’attenzione verso ogni piccolo oggetto insolito. Solo il divorzio dei nostri genitori, durante l’adolescenza, ci ha allontanato da questi momenti privilegiati».
Lo ritenete più un artista o più un designer?
«Entrambe le cose! Quello che lo definisce meglio è il titolo della mostra a lui dedicata a Torino nel 2017 e di quella più recente in Uruguay: Artista totale. Un creativo che ha lavorato con materiali diversi, associato a diversi movimenti e che era in grado di navigare da una disciplina all’altra».
Avete vissuto con i suoi oggetti in casa?
«Non molti nella nostra casa di Ginevra. C’era, naturalmente, l’Abitacolo che è stato immaginato da nonno un giorno durante le feste di Natale, quando nostra madre si sforzava disperatamente di fare in modo che Valeria riordinasse la sua stanza! Quindi ha progettato questa struttura che doveva permettere ai bambini di mettere a posto la camera con tutti i loro piccoli tesori in pochi secondi. Ma non vivevamo in un museo di Bruno Munari. A Milano, invece, potevamo passare ore a raccontarci storie grazie agli oggetti raccolti nello studio».
Come preservare, promuovere e trasmettere questo grande patrimonio culturale?
«Da quando gestiamo questa eredità intellettuale ci sforziamo di rispettare la sua volontà: rendere l’arte accessibile a tutti. Per questo, in collaborazione con l’editore Corraini, è nato lo Spazio Munari di Milano per far scoprire attraverso le MMM, le Modeste Mostre Munari, oggetti e opere fino a oggi sconosciuti al pubblico. Poi, ci sono i grandi eventi come questo, curato da Marco Meneguzzo a Parma. Ma altre sorprese stanno arrivando».
Qual è la caratteristica più moderna del suo lavoro?
«Lui si è occupato di tempo, movimento, immagini, innovazioni tecniche, tutti temi che sono molto attuali oggi. È stato poi un precursore della riduzione dei materiali e del loro riciclo e reimpiego in ambito artistico».
E cosa vi manca di più di vostro nonno?
Valeria: «Di poter, con i miei occhi da adulta e anima da bambina, interrogarlo sul suo continuo fermento artistico».Bruno: «La sua energia, unica e inesauribile».