Priscilla, il nuovo film di Sofia Coppola. Ma chi era davvero la moglie di Elvis Presley? “Lei ci ha detto tutto, nei minimi dettagli”
di Alessandra De TommasiD’ora in poi quando si parlerà di “Presley” si dovrà specificare se si intende Elvis, il re del rock’n’roll, o sua moglie, oggi 78enne. Sì, perché Priscilla si è appena ripresa il ruolo che le spetta nella storia, a partire da quando – appena 14enne – conobbe il già famosissimo cantante, poi sposato nel 1967 e dalla cui unione è nata una figlia, Lisa Marie, scomparsa a gennaio del 2023.
Il merito va al biopic di Sofia Coppola, Priscilla appunto, tratto dall’autobiografia degli anni Ottanta Elvis e io, letta con la consapevolezza dell’era post Me Too. La regista, alle prese con l’ottavo film della carriera che ha per protagonisti Cailee Spaeny (Coppa Volpi alla Mostra del cinema di Venezia) e Jacob Elordi, ha sempre avuto una «fascinazione per i film coming of age fin dal debutto, con Il giardino delle vergini suicide, una storia sull’età dell’innocenza ma ambientata in un’epoca diversa dalla nostra». Quel desiderio di esplorare l’universo femminile da prospettive inedite lo si era let…
D’ora in poi quando si parlerà di “Presley” si dovrà specificare se si intende Elvis, il re del rock’n’roll, o sua moglie, oggi 78enne. Sì, perché Priscilla si è appena ripresa il ruolo che le spetta nella storia, a partire da quando – appena 14enne – conobbe il già famosissimo cantante, poi sposato nel 1967 e dalla cui unione è nata una figlia, Lisa Marie, scomparsa a gennaio del 2023.
Il merito va al biopic di Sofia Coppola, Priscilla appunto, tratto dall’autobiografia degli anni Ottanta Elvis e io, letta con la consapevolezza dell’era post Me Too. La regista, alle prese con l’ottavo film della carriera che ha per protagonisti Cailee Spaeny (Coppa Volpi alla Mostra del cinema di Venezia) e Jacob Elordi, ha sempre avuto una «fascinazione per i film coming of age fin dal debutto, con Il giardino delle vergini suicide, una storia sull’età dell’innocenza ma ambientata in un’epoca diversa dalla nostra». Quel desiderio di esplorare l’universo femminile da prospettive inedite lo si era letto anche in Lost in Translation (per cui vinse l’Oscar come miglior sceneggiatura originale) o in Marie Antoinette, passando per situazioni di costrizione come L’inganno, altro adattamento letterario che, ha detto la figlia di Francis Ford Coppola, «mette in scena la battaglia tra i generi in maniera piuttosto fervida».
Ma anche oggi, a 52 anni, Sofia Coppola fatica a etichettare i propri lavori come “femministi”: l’obiettivo resta un affresco umano con pennellate sapienti ma delicate, come ci racconta via Zoom.
Cosa l’ha intrigata di Priscilla Presley al punto da confrontarsi con la sua storia?
«Sono un’amante degli anni Sessanta, ma soprattutto un’appassionata di storie dalle mille nuance. Non sapevo, ad esempio, che Priscilla fosse poco più che adolescente quando si innamorò di Elvis e andò a vivere nella sua villa a Graceland. Quando ho iniziato a leggere la sua autobiografia non immaginavo quanto mi avrebbe preso: è una descrizione delle donne della generazione di mia madre fatta attraverso una di loro – anche se Priscilla attraversò circostanze piuttosto particolari».
Come si modernizza una storia di 60 anni fa?
«Beh, il fatto di avere lei, Priscilla, sempre al nostro fianco, pronta a fornirci nuovi dettagli, è stata una risorsa inestimabile. La sua presenza mi ha dato l’energia, e la responsabilità, per raccontare la storia da un punto di vista diverso».
Quanta pressione ha sentito?
«Sono io a volermi sempre sfidare su un territorio inesplorato. Non avevo mai realizzato un progetto su un personaggio vivente. Volevo essere precisa e accurata nelle ricostruzioni, ma soprattutto nel far emergere la voce interiore di Priscilla, quella dolcezza e delicatezza che poi lei ha trasformato in forza di volontà e determinazione».
E Priscilla come ha reagito quando ha visto il film?
«Le ho mostrato una versione non finita, trattenendo il fiato. Si è commossa, e questo mi ha inorgoglito: è l’unico riscontro che per me conta davvero».
Si è concessa licenze poetiche?
«Ho sentito una piena libertà artistica. Priscilla, per non influenzarci, non è mai venuta sul set. Ha fatto il tifo per noi ma a distanza, incoraggiandoci e rendendosi disponibile per ogni dubbio. Prima di iniziare, le ho scritto un elenco di domande e poi abbiamo rivisto insieme la sceneggiatura. È stata gentile, mi ha aiutato a colmare i vuoti, a rendere umana questa vicenda eccezionale. Il risultato è un lavoro fedele, a cui mi sono legata in modo viscerale non solo come artista ma come madre di un’adolescente (Romy, 17 anni, ndr). Da madre mi sono chiesta come mai i genitori le avessero permesso di andare a vivere a Graceland, ma mi sono anche messa nei panni della stessa Priscilla, giovanissima e innamorata».
Cosa l’ha sorpresa di Elvis, invece?
«La sua incredibile frustrazione perché non era preso sul serio come attore. E quando lui frequentava le mogli della mafia di Memphis per ottenere una spinta per la sua carriera cinematografica, intanto Priscilla era sola e si sentiva sotto pressione».
Da figlia d’arte, lei però capisce perfettamente quel desiderio enorme di ricevere consensi dai suoi pari, no?
«Essendo cresciuta nello show business mi considero piuttosto smaliziata: ne conosco i lati più pratici e realistici rispetto a quelli favolistici. Conosco gli alti e i bassi del mestiere, il vero volto del successo, quello oscuro che nessuno ti mostra. L’idea che essere benestante e famoso equivalga a stringere in mano la felicità non rispecchia la realtà».
Scritta la sceneggiatura e ottenuta l’approvazione di Priscilla, è iniziato il casting per la sua interprete. Quali caratteristiche doveva avere?
«Nei miei film cerco un’estetica specifica. Quando ho incontrato Cailee ho capito che lei la incarnava perfettamente, le ho mostrato una foto di Priscilla e da lì siamo partite. Solo poi abbiamo discusso su cosa volesse dire per quella ragazza finire sotto i riflettori e accettarlo suo malgrado».
Jacob Elordi è uno degli attori più corteggiati della sua generazione. Qual è il valore aggiunto che l’ha convinta a scegliere lui, peraltro australiano? E quasi in contemporanea con l’Elvis di Baz Luhrmann?
«Il mondo vede Elvis come una figura mitologica, lo accosta quasi a un Dio. Era importante che il suo interprete, nel mio film, fosse disposto a mostrarne anche la vulnerabilità, i demoni con cui lottava, e non solo lo charme. Serviva un attore che lo rendesse umano, e Jacob mi è sembrato perfetto. Il film di Luhrmann mostra il performer, mentre io ero interessata all’aspetto privato, intimo, domestico».
E la sua Priscilla crede sia riuscita a mostrare questo lato inedito?
«Spero di sì. Priscilla ha vissuto contrasti folli: di giorno frequentava una scuola cattolica, di notte partecipava ai party sfrenati di Elvis. E quando ha partorito si è messa le ciglia finte per la stampa. Da lei ci si aspettava che fosse sempre perfetta e glamour. E a me interessava mostrare questo, una figura non convenzionale, l’altra metà di una love story epica, ma che non fosse oscurata dal compagno famoso».
Non è strano che a parte un film tv tutt’altro che recente, nessuno abbia pensato di mostrare la storia di Elvis dal punto di vista di Priscilla?
«Un progetto artistico arriva al momento giusto quando la gente è pronta a recepirlo. Ora noi sappiamo cosa voglia dire divorziare da un personaggio famoso, da cui si dipende economicamente, e pagarne lo scotto. Priscilla lo ha fatto, divorziò negli anni Settanta e ha cercato un’identità sua, slegata da Elvis. È un bel modo per mostrare che non è mai troppo tardi per trovare se stessi».