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Simpatico come una scimmia. Ed è vero, anche i primati si fanno gli scherzi: è nato così il nostro humour?

Giovani orangutan del Borneo 
Uno studio ha esaminato i comportamenti di orangutan, gorilla, scimpanzée, bonobo. Per scoprire, in effetti,che sono molto simili a quelli dei bambini...
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Il gorillino offre un rametto alla madre ma, quando questa fa per prenderlo, la piccola mano ritrae beffarda l’offerta, e il gesto materno va a vuoto. Lo scherzo si ripete per diverse volte, e la madre sta al gioco: i due si stanno visibilmente divertendo. Un giovane orangutan cerca di infastidire un suo consimile facendogli penzolare addosso, più volte, una liana: alla fine, stupito dall’indifferenza del suo bersaglio, opta per una decisa escalation, lanciandosi a mo’ di Tarzan con la liana e mancando l’amico di pochi centimetri. Sono solo due dei casi descritti in un nuovo studio, pubblicato su Proceedings of the Royal Society B, che confronta i dispetti delle “birbe” scimmiesche e di quelle umane – i bambini – evidenziando molte analogie che possono far luce sulle antichissime origini dello humour.«Già a otto mesi di età i bambini mettono in atto comportamenti scherzosi, che non richiedono l’uso del linguaggio. Sono soprattutto di tre tipi: offrire un oggetto e poi ritrarlo rapidam…

Il gorillino offre un rametto alla madre ma, quando questa fa per prenderlo, la piccola mano ritrae beffarda l’offerta, e il gesto materno va a vuoto. Lo scherzo si ripete per diverse volte, e la madre sta al gioco: i due si stanno visibilmente divertendo. Un giovane orangutan cerca di infastidire un suo consimile facendogli penzolare addosso, più volte, una liana: alla fine, stupito dall’indifferenza del suo bersaglio, opta per una decisa escalation, lanciandosi a mo’ di Tarzan con la liana e mancando l’amico di pochi centimetri. Sono solo due dei casi descritti in un nuovo studio, pubblicato su Proceedings of the Royal Society B, che confronta i dispetti delle “birbe” scimmiesche e di quelle umane – i bambini – evidenziando molte analogie che possono far luce sulle antichissime origini dello humour.«Già a otto mesi di età i bambini mettono in atto comportamenti scherzosi, che non richiedono l’uso del linguaggio. Sono soprattutto di tre tipi: offrire un oggetto e poi ritrarlo rapidamente, disobbedire provocatoriamente – ovvero tentare un’azione vietata oppure rifiutarsi di eseguire un’azione richiesta – e interrompere le attività altrui, come quando si sottrae al genitore qualcosa che questi stava cercando di usare. E mentre fanno così, gli infanti scrutano sempre con attenzione il volto dell’adulto per cogliere la sua reazione», ci racconta Erica Cartmill, docente di Antropologia alla Indiana University di Bloomingtown.

Punzecchiature e manate

«Abbiamo identificato», continua la professoressa, «questi tratti caratteristici anche nel nostro studio, osservando 75 ore di video dove giovani scimpanzé, gorilla, bonobo e orangutan interagiscono con adulti della loro specie. Sia tra bebè che tra primati si tratta di comportamenti provocatori, per ottenere una reazione della “vittima”, iniziano a sorpresa e sono ripetuti, generando un’escalation se la vittima ostenta indifferenza».

Le scimmie osservate da Cartmill hanno mostrato un discreto repertorio; «Dal punzecchiare con un bastoncino (specialità degli scimpanzé), al colpire o spingere con una manata (tipico dei gorilla), al solletico, al tirare i peli (il divertimento preferito dei piccoli orangutan), a invadere lo spazio personale piazzandosi con il proprio muso a pochi centimetri da quello dell’altro. Tutte le interazioni che abbiamo catalogato come “scherzose” sono distinte dal gioco, perché in esse manca la reciprocità: c’è solo un soggetto – la piccola peste – che cerca in tutti i modi di attirare l’attenzione della sua vittima. E c’è un adulto che, in sostanza, lo lascia fare», spiega la studiosa. «Tutte cose per cui servono capacità cognitive molto sofisticate: perché il gesto risulti sorprendente la giovane scimmia deve farsi un’idea di quali sono le attese che l’adulto ha, per poi violarle con un’iniziativa che simuli un atto aggressivo, ma che al tempo stesso non sembri una vera aggressione, così che l’effetto finale sia il divertimento reciproco e non un litigio».

Faccia da “gioco”

Sono diversi gli elementi che aiutano le scimmie a distinguere un’innocua burla: «In genere avviene in un contesto tranquillo. Invece», osserva l’antropologa, «i dispetti veri e propri e le aggressioni scaturiscono per lo più dove c’è competizione tra gli individui, magari per un pezzo di cibo o per un partner. Poi per esprimere ancora più chiaramente l’intento bonario possono comparire segnali espliciti come la play face (espressione con la bocca aperta e la mandibola rilassata che trasmette il messaggio “non prendermi sul serio, sto scherzando”), o la risata, o una capriola, o gesti incongrui come piazzarsi una foglia o altro sul capo» .«Inoltre», aggiunge Cartmill, «lo scherzo non procura un reale vantaggio a chi lo mette in atto. Se si sottrae un oggetto alla “vittima”, poi sarà lasciato cadere poco più in là: l’obiettivo del burlone è solo stuzzicare il consimile. Per puro divertimento».È soprattutto la (benevola) violazione delle aspettative il collegamento tra lo humour scimmiesco e quello umano. «Pensiamo alle nostre barzellette: per lo più sono formate da una premessa, che orienta l’ascoltatore a interpretare in un certo modo una situazione, e dalla battuta finale, che sovverte di colpo quell’interpretazione, sconvolgendo le attese», sottolinea la studiosa.

«Queste analogie ci possono far pensare che lo humour sia sorto, nella forma pre-verbale che vediamo nelle scimmie, nell’antenato comune che condividiamo con loro, risalente a oltre 13 milioni di anni fa. Con la preziosa funzione di rinsaldare i legami affettivi».Nel caso speciale della famosa gorilla Koko, addestrata dalla psicologa Francine Patterson al linguaggio dei segni, l’umorismo umano e quello animale sembrarono addirittura entrare in contatto: Koko a volte rispondeva in modo palesemente sbagliato alle domande, ostentando la sua play face, come per irridere l’interlocutore. «Ma bisogna essere molto cauti nel trarre conclusioni da quel caso», commenta Cartmill, «perché esistono dubbi sulle reali capacità delle scimmie, per quanto istruite da un primatologo, di un uso intenzionale del linguaggio dei segni».Di certo per i primati in tenera età lo scherzo è una cosa seria: serve a imparare a destreggiarsi nella società. «Apprendono a leggere le intenzioni altrui, e capiscono fino a dove possono spingersi nel provocare gli altri», spiega l’antropologa: «Perché alla fine lo scherzo si fonda sulla fiducia. E le giovani scimmie imparano che i propri genitori hanno un livello di tolleranza molto più alto verso di loro rispetto alle scimmie non imparentate, con le quali è meglio non allargarsi troppo».

Sul Venerdì del 15 marzo

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