In Norvegia c’è una banca dei semi (di specie vegetali). E anche l’Italia ha aperto il suo “conto”
di Fabio CiconteLongyearbyen (Isole Svalbard). Il termometro segna meno 18 gradi. La strada e le colline che modellano il paesaggio sono ricoperte da una coltre di neve e ghiaccio che attutisce ogni rumore. Il silenzio assoluto è interrotto solo dallo stridere degli pneumatici di un camion sul manto nevoso. Il mezzo si avvicina all’ingresso dello Svalbard Global Seed Vault, la più grande banca della biodiversità agricola, e apre il portellone per scaricare l’ennesimo carico. Nevica da giorni a Longyearbyen, la città più settentrionale al mondo, in Norvegia, nell’arcipelago del Mar Glaciale Artico. Il deposito è un posto tutto sommato anonimo, un blocco di cemento grezzo che erompe dalla montagna e nel quale si apre l’unica porta di ingresso del caveau. Eppure, oltre il corridoio di 140 metri scavato nel permafrost, che mantiene il freddo, qui dentro è conservato un patrimonio dal valore inestimabile. Da quando è stato costruito, più di quindici anni fa, sono state depositate migliaia di varietà di ma…
Longyearbyen (Isole Svalbard). Il termometro segna meno 18 gradi. La strada e le colline che modellano il paesaggio sono ricoperte da una coltre di neve e ghiaccio che attutisce ogni rumore. Il silenzio assoluto è interrotto solo dallo stridere degli pneumatici di un camion sul manto nevoso. Il mezzo si avvicina all’ingresso dello Svalbard Global Seed Vault, la più grande banca della biodiversità agricola, e apre il portellone per scaricare l’ennesimo carico. Nevica da giorni a Longyearbyen, la città più settentrionale al mondo, in Norvegia, nell’arcipelago del Mar Glaciale Artico. Il deposito è un posto tutto sommato anonimo, un blocco di cemento grezzo che erompe dalla montagna e nel quale si apre l’unica porta di ingresso del caveau. Eppure, oltre il corridoio di 140 metri scavato nel permafrost, che mantiene il freddo, qui dentro è conservato un patrimonio dal valore inestimabile. Da quando è stato costruito, più di quindici anni fa, sono state depositate migliaia di varietà di mais, riso e grano provenienti da Paesi africani e asiatici, così come di lattuga, orzo, patate, cereali, frutti di ogni tipo provenienti dall’Europa. Perché questo luogo ha l’ambizione straordinaria di essere un avamposto della biodiversità e conservare il patrimonio genetico dell’umanità, mettendolo al riparo da qualsiasi catastrofe.Questa volta sono arrivati semi da ventitré Paesi, metà dei quali africani. Ci sono i fagioli dall’occhio nero della Nigeria, riso africano, ci sono i semi di melanzana e mais dall’Indonesia e l’erba medica del Kazakistan.
E poi c’è una novità importante. Dal camion, infatti, viene scaricato un contenitore che proviene dall’Italia, ovvero il novantanovesimo Paese a depositare i propri semi alle Svalbard. Si tratta del secondo carico in pochi mesi e, anche se la notizia è passata del tutto inosservata, è la prima volta in quindici anni che sementi italiane vengono affidate alla banca incastonata nei ghiacci.
Con il fucile anti orsi
La porta del Seed Vault si apre tre volte l’anno, per il resto del tempo è un luogo dormiente. Ma ogni apertura si trasforma in un evento che richiama la stampa internazionale e le autorità dei Paesi che, di volta in volta, depositano i propri semi. Mentre il camion conclude le manovre di avvicinamento alla porta di ingresso e quella che sembrava una piacevole nevicata si trasforma in una tormenta, l’ingresso del deposito diventa il teatro di una cerimonia solenne. Il ministro norvegese dell’Agricoltura e del cibo, Geir Pollestad, prende la parola per sottolineare quanto sia cruciale preservare la biodiversità, si rivolge con un certo ossequio alla delegazione kazaka venuta per l’occasione e parla a favore di telecamera. Sembra completamente indifferente alla neve che gli sferza il viso.
Gli interventi che si susseguono sono intervallati da applausi, il cui suono è attutito dalla coltre bianca e dai guanti. Intanto alla sommità del deposito, spalle alla montagna, la sagoma di un uomo con il fucile a tracolla e la pistola nella fondina si staglia contro il cielo pallido. «È qui per la sicurezza di tutti noi», specifica l’addetta alla comunicazione del Crop Diversity Trust, l’ente che insieme al ministero e al Nordic Genetic Resource Center, coordina il Global Vault. In effetti da queste parti non è insolito incrociare qualcuno col fucile in spalla: «Ci sono gli orsi là fuori», dicono gli abitanti delle isole ai turisti che li interrogano.
Usiamo solo poche varietà
Ma è davvero così necessario proteggere la biodiversità e farlo ai confini del mondo? Il 75 per cento della biodiversità alimentare è sparito, soppiantato da una manciata di varietà ultramoderne e uniformi. Per secoli abbiamo mangiato decine di migliaia di varietà di verdure, cereali, patate. Poi, in soli cinquant’anni, da quando l’agricoltura industriale si è diffusa con la “rivoluzione verde” guidata da multinazionali del cibo e delle sementi, tutto è cambiato.«Dobbiamo tutelare la biodiversità», racconta Åsmund Asdal, che si dedica da anni a coordinare la banca dei semi più famosa al mondo. «Almeno quella che non abbiamo perso per sempre. Si tratta di salvaguardare l’intero sistema di produzione alimentare globale». Asdal ha il volto segnato dalle temperature glaciali, si muove con una certa naturalezza tra telecamere e delegazioni internazionali. Nei suoi occhi si legge la passione e l’entusiasmo di chi sta assolvendo a una missione. «Con lo stoccaggio di oggi siamo a 1.267.176 semi unici che rappresentano oltre seimila specie vegetali», sottolinea, scandendo ogni singolo numero con solennità. La fedeltà che dedica alle decine e alle unità sembra voler chiarire che ogni singola varietà salvata è un bene per l’umanità.come in un bunker La ragione che ha portato alla costruzione di una banca dei semi in un luogo così remoto viene da lontano. Esattamente da quando, nel 1996, il Rapporto sullo stato delle risorse genetiche globali della Fao ha messo nero su bianco che la maggior parte delle banche dei semi erano «incapaci di garantire le regole basilari per la conservazione». Da qui la necessità di dotarsi di un deposito mondiale, un luogo dove raccogliere i duplicati dei semi già presenti in altre banche, un enorme backup della biodiversità planetaria. Sul perché il deposito si trovi alle Svalbard è presto detto: la Norvegia ha coperto interamente i quasi 4 milioni di spesa (mentre il Fondo mondiale per la diversità delle colture coordina le spedizioni di campioni e provvede alle spese annuali), il luogo è ideale come congelatore a cielo aperto, e si trova anche in una zona neutrale, lontano da zone di conflitto. Detto questo, è stato realizzato in calcestruzzo in grado di resistere anche a un attacco nucleare e blindato con porte di acciaio. Visto da qui, mentre la neve si accumula sulla porta di ingresso, il vento sbatte sulla fiancata del camion e l’uomo armato osserva vigile, la sicurezza pare garantita.Ma ecco che dal camion spunta fuori lo scatolone italiano: è un box come tanti. Il tesoro che c’è dentro, però, proviene da una delle più antiche banche del germoplasma, quella di Bari, gestita dall’Istituto di bioscienze e biorisorse (Ibbr) del Cnr. Lo scatolone nasconde un altro contenitore, con una confezione di semi di primissima scelta, sette diversi tipi di cereali (tra cui grano tenero, duro e orzo) prelevati dai ricercatori di Bari tra i più di cinquantamila semi diversi raccolti in tutta l’area del Mediterraneo nel corso degli ultimi cinquant’anni. C’è anche una melanzana rossa, una dop di Rotonda (Potenza) che si coltiva solo in Basilicata ma la cui origine è in Etiopia. Negli anni della colonizzazione fu importata in Italia da una famiglia lucana e spesso è scambiata per un pomodoro. «In futuro potranno servire per ottenere piante in grado di affrontare le sfide climatiche che stiamo attraversando», spiega Gabriella Sonnante, la dirigente di ricerca che, insieme a Gaetano Laghetti, coordina l’Istituto.Ed effettivamente la lunga processione di semi che scende nel tunnel dello Svalbard Global Seed Vault va vista in questa prospettiva. È vero, da un certo punto di vista quello depositato nelle banche è un insieme di semi che “non ce l’ha fatta”, che oggi non serve all’agricoltura industriale, e perciò non ha un mercato. In realtà, ha un valore enorme per la sicurezza alimentare del futuro, messa alla prova dalla crisi climatica. Da questi piccoli atomi di vita vegetale si può infatti ripartire per scrivere un futuro diverso per l’agricoltura. Un futuro dove la diversità genetica non è più vista come un limite, ma come una risorsa imprescindibile per garantire il sostentamento del pianeta.
Sul Venerdì del 15 marzo