Arriva il documentario “Mostruosamente Villaggio”. La moglie dell’attore: “Nella mia vita con Paolo, io non ho mai avuto a che fare con Fantozzi”
di Paola ZanuttiniA volte nel racconto di una vita conviene cominciare dalla fine. E quindi dal documentario Mostruosamente Villaggio (anteprima alle 9,30 del 22 marzo al Bif&st di Bari e poi la sera alle 21,15 su Rai 3) conviene estrarre le parole, quasi in chiusura, di Ricky Tognazzi: «Il comico morirà con il complesso del comico, passerà tutta la vita volendo dimostrare di non essere solo un comico che, a mio avviso, è un essere superiore, uno baciato da Dio». Paolo Villaggio e Ugo Tognazzi, padre di Ricky, erano amici e quando, nel 1992, Villaggio ricevette il Leone d’oro alla carriera, volle condividerlo idealmente con lui e Walter Chiari, comici scomparsi da poco ai quali non era toccato tanto onore. Disse anche, con il suo incancellabile accento genovese, che il premio lo aveva guarito dall’angoscia legata al fatto che in Italia i comici non hanno diritto di cittadinanza nella serie A. Promise quindi che lo avrebbe aiutato a mangiare meno. Promessa disattesa.
A volte nel racconto di una vita conviene cominciare dalla fine. E quindi dal documentario Mostruosamente Villaggio (anteprima alle 9,30 del 22 marzo al Bif&st di Bari e poi la sera alle 21,15 su Rai 3) conviene estrarre le parole, quasi in chiusura, di Ricky Tognazzi: «Il comico morirà con il complesso del comico, passerà tutta la vita volendo dimostrare di non essere solo un comico che, a mio avviso, è un essere superiore, uno baciato da Dio». Paolo Villaggio e Ugo Tognazzi, padre di Ricky, erano amici e quando, nel 1992, Villaggio ricevette il Leone d’oro alla carriera, volle condividerlo idealmente con lui e Walter Chiari, comici scomparsi da poco ai quali non era toccato tanto onore. Disse anche, con il suo incancellabile accento genovese, che il premio lo aveva guarito dall’angoscia legata al fatto che in Italia i comici non hanno diritto di cittadinanza nella serie A. Promise quindi che lo avrebbe aiutato a mangiare meno. Promessa disattesa.
Diretto da Valeria Parisi, che lo ha sceneggiato con Paola Jacobbi, Fabrizio Corallo ed Elisabetta Villaggio, il documentario ricostruisce, con le voci di familiari, amici e compagni di lavoro, il pubblico e il privato dell’attore-scrittore – così recitano le biografie – a sette anni dalla morte e a 92 dalla nascita. Scortato dall’inevitabile nuvola dell’impiegato, a bordo di una Bianchina bianca, l’auto del ragionier Ugo Fantozzi, ultima vera maschera italiana, Luca Bizzarri, altro comico genovese, scorrazza nel Villaggio della memoria: da Boccadasse a un capannone in cui sono stati ricostruiti la cucina in formica della signora Pina con ributtanti decori e il marcatempo nel quale timbravano il cartellino i vari Fantozzi, Fracchia, Filini e il loro stesso creatore, quando era un oscuro impiegato della Cosider.
Poi si scorrazza anche fra spezzoni televisivi, cinematografici e pubblicitari, constatando che certi Carosello erano dei capolavori dell’assurdo. O del demenziale, per non esagerare. Walter Veltroni che, per espressa richiesta dell’interessato (da vivo), ne pronunciò l’orazione funebre, suggerisce di seguire la permanenza dei modi di dire di un comico nella vita post mortem per capirne il grado di penetrazione nel tempo. Quindi Villaggio è morto, viva Villaggio perché, oltre ad averne adottato ormai inconsapevolmente l’enfasi aggettivale diagnosticata da Umberto Eco (pazzesco, mostruoso, bestiale, allucinante, faraonico, orripilante, pietoso, funesto, clamoroso) stiamo ancora tutti a dire “caffè a 3.000 gradi Fahrenheit”; “come è umano lei”; “poltrona in pelle umana”; “salivazione azzerata”; “contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare”; “Megadirettore Galattico”; “La corazzata Kotëmkin è una cagata pazzesca”. L’iniziale della corazzata era K e non P, perché la produzione del Secondo tragico Fantozzi non aveva i diritti del capodopera di Ejzenštejn e quindi tutte le scene viste nella proiezione del cineforum aziendale furono girate ex novo da Luciano Salce, regista dei primi due film dedicati al personaggio. Altri sette furono diretti da Neri Parenti e l’ultimo da Domenico Saverni nel 1999.
Per chi non lo sapesse, Fantozzi ebbe due mogli, cioè una, la succitata signora Pina (cui distrattamente allunga un’elemosina: «Tenga, buona donna», «Ma sono tua moglie, Ugo»), interpretata da Liù Bosisio nei primi due e nel quinto film e da Milena Vukotic negli altri. Racconta Parenti che Bosisio abbandonò il ruolo perché, essendo anche attrice di teatro impegnato, fu scioccata una volta che, alla sua entrata in scena, il pubblico cominciò a scandire: Pi-na, Pi-na, Pi-na. La signora Fantozzi doveva essere particolarmente identificante, perché ricorda Vukotic che una volta, invitata a pranzo dai coniugi Villaggio, fu accolta dalla colf che urlò: «Signora, è arrivata la moglie di suo marito».
Inventore del professor Kranz, il rivoluzionario conduttore tedesco col cammellino di peluche che non sapeva condurre e trattava male il pubblico (1968, Quelli della domenica, Programma Nazionale della Rai), nella vita Villaggio non aveva niente di Fantozzi, che alla fine gli stava anche stretto; manteneva il cinismo delle sue storie, ma nessuna propensione al ruolo di vittima. Dice sua moglie Maura che erano agli antipodi: «Io non ho mai avuto a che fare con Fantozzi».
Nei materiali di repertorio o nei video girati dalla figlia Elisabetta, Paolo dice cose tenerissime sulla moglie, mentre lei evita le romanticherie come la peste. Era affettuosissimo anche con Vittorio Gassman, conosciuto sul set di Brancaleone alle Crociate: ricorda Alessandro, figlio del mattatore, che Villaggio era intimidito da suo padre, grande attore, bello, amato dalle donne, che però se ne stava sul set silente e appartato. Ma dopo due giorni gli si avvicinò chiedendogli: «Scusi, lei parla?». Scoppiarono le risate e un’amicizia mai finita. Per un compleanno del suo amico, Paolo affittò uno yacht in Sardegna e ci imbandì una festa russa con ballerini russi e caviale. Una spesa mostruosa, per dirla in lessico fantozziano, ma lui era generoso, se non addirittura dissipatore.
Sempre in Sardegna affittarono insieme una villa, e il pomeriggio giocavano a tennis in doppio: Panatta-Villaggio contro Gassman-Pietrangeli. Dice Panatta che Paolo lo implorava di far vincere Gassman: «Io non ho mai ceduto. Non era soggezione, ma proprio un amore sviscerato». I libri e i film di Fantozzi andavano fortissimo in Urss e una volta, al convegno della Fondazione Cini sugli autori italiani in cirillico, Evtušenko disse che, per lui, lo scrittore più vicino a Gogol e Cechov era un certo Villaggio (pronunciato Vigliacco). È intuibile che l’autore dell’italica commedia umana impiegatizia adorasse gli scrittori slavi. Li regalò anche a Panatta, che li teneva sul comodino, senza aprirli: ma dopo la sua morte li ha letti. Una forma di omaggio intimo.