✕

Inchiesta sulla povertà, la storia di Claudia cameriera a Napoli in fuga da El Salvador e i suoi proiettili

Claudia Yamileth Mejia Segura mentre esce da casa, trenta metri quadrati per quattro, nel quartiere San Lorenzo (Luigi Narici/Agf) 
A Mergellina fa la cameriera e guadagna abbastanza per mantenere la famiglia (in trenta metri quadrati): «Se mi danno l’asilo, siamo a posto». Continua il nostro viaggio su come sbarcare il lunario
6 minuti di lettura

NAPOLI. «Se, col pesce, qualcuno chiede un buon Biancolella io ora posso specificare: “Un Casa d’Ambra di Ischia?”. Così loro mi guardano stupiti e chiedono: “E tu come le sai queste cose?”. Non si capacitano che una come me, con l’accento spagnolo e la faccia india, possa intendersi di vini. Ma da lì in poi si fidano su tutto, fino all’ammazzacaffè, magari Rum Zacapa da 16 euro al bicchiere che ha margini alti e un bel bonus per me».

Claudia Yamileth Mejia Segura, cognome che è un destino, non è tipa da “accettare un no come risposta”, come dicono gli yankee. Liquida le lagne di certi suoi coetanei locali, con reddito di cittadinanza e talvolta ancora a casa da mammà, come «stronzate». D’accordo, la povertà cresce anche per gli italiani ma sulla sua definizione avrebbe da ridire dal momento che in El Salvador, dov’è nata trentaquattro anni fa, a lungo si è fatta la doccia con un secchio d’acqua fredda che poi riutilizzava per gli scarichi del bagno.

NAPOLI. «Se, col pesce, qualcuno chiede un buon Biancolella io ora posso specificare: “Un Casa d’Ambra di Ischia?”. Così loro mi guardano stupiti e chiedono: “E tu come le sai queste cose?”. Non si capacitano che una come me, con l’accento spagnolo e la faccia india, possa intendersi di vini. Ma da lì in poi si fidano su tutto, fino all’ammazzacaffè, magari Rum Zacapa da 16 euro al bicchiere che ha margini alti e un bel bonus per me».

Claudia Yamileth Mejia Segura, cognome che è un destino, non è tipa da “accettare un no come risposta”, come dicono gli yankee. Liquida le lagne di certi suoi coetanei locali, con reddito di cittadinanza e talvolta ancora a casa da mammà, come «stronzate». D’accordo, la povertà cresce anche per gli italiani ma sulla sua definizione avrebbe da ridire dal momento che in El Salvador, dov’è nata trentaquattro anni fa, a lungo si è fatta la doccia con un secchio d’acqua fredda che poi riutilizzava per gli scarichi del bagno.

È una donna tosta, con una testa veloce e una camminata ancora più lesta. L’unico difetto ai nostri fini, fino a tre quarti di una giornata passata a chiacchierare, è che non sembra abbastanza povera per qualificarsi nella nostra inchiesta. Almeno non più, essendo passata – nei tre anni e rotti da quando è arrivata qui – da 500 euro al mese a oltre tre volte tanto. Che, con due figli e un padre che si aspetta di essere mantenuto, vanno via in un attimo ma sono più di quanto prende un’insegnante con vent’anni d’anzianità. Poi, però, mi fa vedere casa.

Claudia Yamileth Mejia Segura, fa colazione a Porta Capuana, a Napoli (Luigi Narici/Agf) 

Quartiere San Lorenzo, alle spalle della stazione, una palazzina senza intonaco in un vicolo «che la notte fa paura», ammette dopo lo scippo di ben due cellulari. C’è un cancellino verde di ferro con un vetro rotto da cui salire quattro piani di scale ripide e strette. Per poi entrare, annunciati da una stenderia di panni e da una catasta di elettrodomestici che suo padre trova per strada, riaggiusta e rivende, nei loro trenta metri quadrati. Nel salotto spadroneggia un divano letto dove lui, che fa le notti fuori come badante, si riposa dalle sette in poi quando S., sua nipote, ha sgombrato il giaciglio e si prepara per andare a scuola. Nell’altra stanza, che ha un lettino a castello più una brandina singola, dorme invece Claudia con il figlio M. Il cucinino, nell’angusto corridoio tra i due locali, guarda il bagno.

Con l’aumento recente forse potreste trovare qualcosa di più comodo, mi viene da dire, subito pentendomi di averlo fatto. Lei non si scompone: «Potremmo, ma senza documenti nessuno si fida, se non per affittarti posti come questo. Quando mi daranno l’asilo, e la carta d’identità, cambierà tutto. Nel frattempo stiamo bene così».

Claudia non è più povera, siamo noi a costringerla in una vita di almeno un paio di taglie inferiori alla sua. In patria, oltre a un lavoretto in un negozio di abbigliamento, per 375 dollari al mese, faceva la segretaria in un’università per infermieri. Il Paese non è più quello raccontato da Joan Didion nei primi anni 80, quando c’era «un tipo speciale di informazione pratica che il visitatore di El Salvador acquisisce immediatamente, come i visitatori di altri luoghi acquisiscono informazioni sui tassi di cambio e gli orari dei musei. Qui si impara che gli avvoltoi vanno prima per i tessuti molli, per gli occhi, i genitali esposti, la bocca aperta».

Claudia osserva i prezzi al mercato di Porta Capuana (Luigi Narici/Agf) 

E però, un giorno, mentre Claudia è in autobus, una pallottola vagante le colpisce la testa e lei decide che è arrivato il momento di seguire la zia, emigrata a Napoli ventidue anni prima, nonché il padre e la madre che l’avevano seguita dopo dieci.

Senza sapere una parola di italiano parte e, la ferita ancora fresca, chiede asilo politico. Mamma e zia, entrambe a servizio da famiglie napoletane, se la portano dietro come aiutante sin quando non trova la prima cliente tutta sua: una ginecologa di Posillipo che presto prende a mandarle WhatsApp minatori con foto di angoli della casa che avrebbe pulito male, fino all’accusa di aver trafugato una Coca Cola dal frigo. Poi sarà la volta di una psicologa cui fa da babysitter fin quando, dopo averla seguita un mese in vacanza a Pescara, pretende che la accompagni per altre due settimane in barca in Sicilia. Ma Claudia deve tornare dai suoi, di figli, lasciati sin troppo a lungo col nonno che è «un genio, sa fare di tutto» ma ha «il vizio del bere» mi spiega, aggiungendo che «quasi tutte le famiglie latinoamericane sono disfunzionali».

Fine del rapporto lavorativo, addio ai 500 euro di stipendio. Seguono altri lavoretti fino al Covid. Che ferma tutto: «Anche per mio padre e mia madre. Lei si deprime e dopo un po’ torna in El Salvador, noi sopravviviamo giusto con i pacchi alimentari che dà la chiesa, con qualche soldo che ci manda mia sorella e con tanti aiuti da Marisol».

Una figlia geniale

La cilena Marisol è la loro santa protettrice, nonché sineddoche della cooperativa Dedalus, ultima spiaggia per legioni di napoletani in difficoltà. È tramite lei che la figlia di Claudia, S., ha ottenuto una borsa di studio che le paga i libri, le dà una carta mensile da 100 euro per la spesa, più «qualche sfizio». Borsa a cui ne è aggiunta un’altra, privata, senza clamori finanziata dalla moglie dell’attore Silvio Orlando.

Qui parla l’orgoglio materno: «Mia figlia S. è stata l’unica ragazza straniera della classe delle medie ad andare al liceo scientifico. È veramente troppo brava. Dice che vuol fare medicina, studiare a Roma, fare l’Erasmus in Germania. È dovuta crescere in fretta e ha idee chiarissime. L’ho fatta a 16 anni, con uno che si fa vivo giusto per il regalo di Natale, quindi siamo più sorelle che madre e figlia. Spesso la madre è lei, che tiene l’amministrazione di casa e mi rimprovera perché dovrei tenerla più ordinata, mi ricorda di prepararmi per il colloquio per l’asilo e non voleva neanche che vi raccontassi la nostra storia».

Le attenzioni di mamma, quindi, sono soprattutto per il figlio più piccolo, M., avuto da un altro salvadoregno, che fa le medie e ha tratti Asperger che lo fanno essere «bravissimo in matematica ma non tanto a suo agio nelle relazioni. Ingenuo, non capisce gli scherzi. Insomma, non ha la cazzimma, come dicono qui, ma è intelligente e lo vedrei bene come ingegnere».

Tremendissima pasta Ue

La povertà, per Claudia, aveva la scomodità delle scarpe strette per la sua misura, gliele passava un’amica della zia a cui non ha mai avuto il coraggio di farlo notare. Oppure il gusto della «pasta Ue», ovvero quella dei pacchi alimentari dell’Unione europea, salvifici durante la pandemia ma che avrebbe un tempo di cottura così elusivo, una specie di punto di rugiada, che un attimo prima è dura e quello subito dopo è colla.

Dice: «In El Salvador nessuno ti chiede cos’hai mangiato a pranzo, perché quasi tutti mangiano sempre le stesse cose, essenzialmente fagioli e riso in infinite combinazioni. Solo da quando vivo qui ho capito che il cibo è cultura, e ho imparato a riconoscere anche quando fa schifo». Tanto più da quando lavora nel ristorante che le ha cambiato la vita e dove insiste di andare insieme a pranzo, ospiti del titolare con la stretta di mano da boa constrictor che, evidentemente, deve aver riconosciuto in Claudia una sua simile.

«Un amico salvadoregno, che in patria era ingegnere e ora fa il pizzaiolo proprio qui da “Nonna Tittina”, a Mergellina, mi ha detto che cercavano camerieri. All’inizio è stata dura: lavoro nuovo, posto sempre pieno, non stavo al passo, piangevo in cucina. Ma sia il caposala, Salvatore, il mio vero maestro, che il padrone, Paolo, mi dicevano che ero brava, che potevo farcela. E ce la sto facendo. Per un anno sono stata seconda cameriera, quella che mette le posate e porta l’acqua, con 900 euro in regola per turni tra le 10 e le 24. Da quattro mesi sono diventata prima cameriera, quindi prendo le comande, col palmare, per 1.500 euro più bonus che possono arrivare anche a 2-300 euro, a seconda di quel che riesco a far ordinare. Mi hanno pagato anche un corso da sommelier, mi è piaciuto tantissimo, ora ne farò un altro. Conoscimiento (forse è l’unica parola che Claudia mi dice in spagnolo, ndr) è potere, l’ho sempre detto a mia figlia. Era il mio motto quando studiavo filosofia, e cerco di applicarlo anche qui».

Zero vacanze (l’hanno scorso ha mandato padre e figli una settimana a Monopoli, Puglia). Zero giorni di malattia. Sguardi di disapprovazione per i colleghi in pausa sigaretta. «Mi dicono che sono presuntuosa, ma sono solo una che non ha tempo da perdere».

Tramonto a furore

Nemmeno coi fidanzati che, quando le chiedo che cosa li manchi, sono l’unica casella ancora da riempire: «Mi rendo anche conto di essere difficile. Ho due figli e, nei fatti, anche un padre da accudire. Esco spesso dal lavoro a mezzanotte. Non ho neanche i documenti. Dovrei trovare uno più forte di me, invece quello durato più a lungo era di Portici, prendeva il reddito e si lamentava che non bastava mai. Però a lui sono legati anche due ricordi molto belli. Un pomeriggio che, dopo il turno, siamo andati a Furore, sulla Costiera amalfitana, fino a un tramonto stupendo. E un’altra volta che, dopo avermi chiesto se avevo mai visto la neve, mi ha portato in Molise a toccarla».

Il futuro, rispetto al luogo da dove è partita, le sembra tutto in discesa. Napoli li ha accolti bene e si trasferirebbe giusto per seguire la figlia. Sempre, beninteso, «senza buttare via l’esperienza che mi sto facendo qui, solo per andare in un posto di questo livello o superiore, non in una trattoria». Altrimenti le piacerebbe mettere in piedi un negozio di cibo salvadoregno: «So che a Milano c’è una pupuseria (dalle focacce tipiche delle sue parti, ndr) mentre qui no. Ma mi piacerebbe servire anche altre cose, la nostra cucina è simile alla messicana, senza la stessa fortuna».

Claudia fa parte di vari comitati della diaspora salvadoregna e, se proprio dovesse esprimere un desiderio, vorrebbe lavorare un giorno in meno e fare più attività politica: «Sono sempre stata di sinistra e mi piacerebbe lottare, anche qui, per i nostri diritti». Ma anche l’attivismo, per il momento, è un lusso da posticipare. Nel bar dove è solita fare colazione quando ha i turni di mattina, e dove adesso prendiamo solo un caffè, il ragazzo al banco, con slancio quintessenzialmente napoletano, ci offre un sontuoso pasticcino a testa. Sarà anche una donna dura, ma sa farsi voler bene. È giustamente fiera di essere diventata, in poco tempo, la meglio pagata di tutta la famiglia allargata.

«La felicità non è una linea diritta. È logico che abbia alti e bassi, ma non possiamo permetterci di essere depressi. Forse è l’essere stata così vicina alla morte che mi fa parlare come un profeta» ride. O, nella versione sdrammatizzante: «Nascere nella merda non vuol dire che devi restare nella merda». Claudia e i suoi figli ne sono senz’altro usciti. Se le persone fossero titoli azionari, investirei su di lei come se non ci fosse un domani. Ma fortunatamente c’è, almeno per Claudia e tutti quelli che le assomigliano.

Sul Venerdì del 15 marzo 2024

Leggi i commenti