Omicidio di Fausto e Iaio al Leoncavallo: il caso non è chiuso. Anzi
di Simone MoscaChiedi all’intelligenza artificiale, tipo ChatGpt, chi erano Fausto e Iaio e ti risponderà che si tratta di un fatto non rilevante: «Mi dispiace per la confusione, ma non ho informazioni su eventi specifici o persone chiamate Fausto e Iaio (…). Potrebbe trattarsi di un evento poco conosciuto o non documentato nel mio database». Chiedilo a Paolo Ventura, fotografo e artista nato nel 1968 a Milano, dove ancora vive e lavora, e ti dirà che ai funerali dei due diciottenni uccisi con otto (o forse nove) proiettili 46 anni fa, senza che mai siano stati individuati colpevoli, lui di anni ne aveva appena 11. E che dopo aver fregato la reflex, una Yashica, al fratello maggiore, immortalò con 36 scatti in bianco e nero una folla di centomila persone che di fronte alla chiesa di Santa Maria Bianca della Misericordia alzava il pugno in onore delle giovanissime vittime, freddate il 18 marzo del 1978 ad appena due giorni di distanza dal rapimento di Aldo Moro. E Ventura, finendo il racconto, decide…
Chiedi all’intelligenza artificiale, tipo ChatGpt, chi erano Fausto e Iaio e ti risponderà che si tratta di un fatto non rilevante: «Mi dispiace per la confusione, ma non ho informazioni su eventi specifici o persone chiamate Fausto e Iaio (…). Potrebbe trattarsi di un evento poco conosciuto o non documentato nel mio database». Chiedilo a Paolo Ventura, fotografo e artista nato nel 1968 a Milano, dove ancora vive e lavora, e ti dirà che ai funerali dei due diciottenni uccisi con otto (o forse nove) proiettili 46 anni fa, senza che mai siano stati individuati colpevoli, lui di anni ne aveva appena 11. E che dopo aver fregato la reflex, una Yashica, al fratello maggiore, immortalò con 36 scatti in bianco e nero una folla di centomila persone che di fronte alla chiesa di Santa Maria Bianca della Misericordia alzava il pugno in onore delle giovanissime vittime, freddate il 18 marzo del 1978 ad appena due giorni di distanza dal rapimento di Aldo Moro. E Ventura, finendo il racconto, decide pure, per la prima volta, di stamparle quelle immagini: due le vedete in queste pagine. Il sindaco di Milano, Beppe Sala, lo scorso 11 gennaio ha invitato la procura a riaprire le indagini sull’assassinio di Fausto Tinelli e Lorenzo “Iaio” Iannucci, per tutti – tranne l’IA – solo Fausto e Iaio, caduti tra i “ragazzini” di parte negli anni 70.
La mossa di Sala fa seguito alla mozione del 29 maggio 2023 votata all’unanimità dalla giunta di Palazzo Marino, destra e sinistra insieme, che impegnava il primo cittadino a muoversi in questo senso. Gli accertamenti sono ora affidati ai pm Francesca Crupi e Leonardo Lesti del dipartimento antiterrorismo. Saranno loro a decidere se, grazie ai nuovi strumenti di indagine, ci sono margini per riaprire il caso. «La sera in cui furono uccisi, ero andato a sentire la musica che loro non ascoltarono mai» ricorda Rosario Pantaleo, consigliere Pd e promotore della mozione. Insediandosi a Palazzo Madama, Ignazio La Russa disse di volersi «chinare alla memoria» sia di Fausto e Iaio, sia di Sergio Ramelli, 19enne di destra, militante nel Fronte della Gioventù, ammazzato di botte nel ‘75, sempre a Milano, da otto persone legate ad Avanguardia operaia.C’è una coincidenza. I colpevoli del pestaggio mortale di Ramelli vennero assicurati alla giustizia da Guido Salvini. Milanese, classe ‘54, giudice istruttore e poi gip.
Lo stesso magistrato che, passando dall’omicidio dell’agente Antonio Custra, che nel ‘77 cambiò il clima nelle piazze, e poi occupandosi anche di Piazza Fontana, si è trovato a maneggiare per ultimo il caso Fausto e Iaio dal ‘94 al ‘97. «Mi piacerebbe essermene occupato prima» si limita a dire al telefono, in pensione da meno di un anno dopo un passaggio a Cremona (sua l’inchiesta sul Calcioscommesse del 2010). E però si morde le labbra. «Se avessi avuto il fascicolo prima…» .
Due compagni in gamba
Per capire, si deve fare un passo indietro, e ripartire dalla cronaca. Fausto Tinelli e Lorenzo “Iaio” Iannucci, inseparabili amici, abitanti e studenti tra il Casoretto e Lambrate, al tempo periferie popolari ma nobili di una città ancora operaia, gravitavano nella sinistra del Leoncavallo, centro sociale fondato nel ‘75 e tutt’oggi, anche se traslocato, vivo. Non erano estremisti, ma “compagni“ appassionati e in gamba. Partecipavano al progetto Dossier Eroina, un libro bianco che mappava gli spacciatori della città. Era un sabato, 18 marzo 1978, e dopo una birra al Leoncavallo, dove sarebbero tornati per un concerto, si diressero a casa di Iaio per cenare lì come ogni fine settimana. Imboccarono via Mancinelli e alle 19.55 furono visti confrontarsi con tre uomini. Due avevano qualcosa in mano, avvolto in dei sacchetti, indossavano impermeabili chiari, un altro un giubbotto marrone. Poi gli spari. Fausto morirà sul colpo, Iaio poco dopo in ospedale. A terra niente bossoli (ecco i sacchetti), una Beretta modificata, un cappello sporco di sangue scomparso poco dopo nei depositi del palazzo di giustizia e mai più ritrovato. Il funerale si svolse il 22 marzo, parteciparono sindacati locali e nazionali, non ci furono tensioni come forse si erano augurati i killer, ma composto cordoglio.
Ma perché mai dei killer avrebbero dovuto sperare in una reazione diversa? Perché alla destra eversiva è spesso interessato agitare e confondere. E alla destra più estrema guardava proprio la ricostruzione di Salvini. Le indagini a caldo in realtà si concentrarono sull’ambiente dello spaccio: una possibile vendetta dei pusher di zona per il famoso “libro bianco”. Senonché il 23 marzo, all’indomani dei funerali, in zona Prati, a Roma, in una cabina telefonica, fu rinvenuto un volantino di rivendicazione firmato dalla “Brigata Franco Anselmi”, sigla effimera che praticamente non si sarebbe più vista. E dedicata a Franco Anselmi, bolognese trapiantato a Roma, militante nero dei Nar, morto il 6 marzo del ‘78 nella capitale durante la rapina all’Armeria Centofanti di Monteverde. Compagno di banco a scuola di Massimo Carminati e Giusva Fioravanti. Trasmettendo gli atti nel ‘97 alla procura che avrebbe archiviato il caso nel 2000, Salvini, pur senza prove, denunciò gravi indizi a carico di Massimo Carminati, Claudio Bracci e Mario Corsi per l’omicidio di Fausto e Iaio. Una tesi fondata tra le altre cose sul raffronto con l’azione all’Armeria di Centofanti, sugli impermeabili chiari che furono divisa quasi ufficiale dei Nar all’epoca, sulle dichiarazioni di pentiti neri, su testimonianze tra gli altri di Angelo Izzo, il “mostro” del Circeo. A casa di Mario Corsi furono trovate foto di Fausto e Iaio più una del funerale. Disse che venivano da uno zio giornalista di Cremona. Il movente? Una vendetta, una provocazione alla sinistra in una zona calda di Milano (dove Carminati è nato e cresciuto). Scegliendo due a caso su imbocco del giro di spacciatori amici.
Aldo Moro e una Simca
Nel gran teatro d’Italia, si cambia caso ma tornano sempre gli stessi nomi. I dubbi si accumulano, non si sciolgono mai. Il giornalista dell’Unità, Mario Brutto, mentre si occupava del caso fu investito da una Simca 1100 nel novembre del ‘78 e morì a 32 anni. Qualcuno si chiese poi se non c’entrasse Moro: la famiglia Tinelli stava in via Montenevoso, laddove al 9 c’era il covo delle Brigate Rosse dove fu poi ritrovato parte del cosiddetto memoriale Moro. Non è che Fausto e Iaio avevano visto qualcosa?
Sono stati i fascisti
«Uscendo dalle teorie fantasiose, sono due le ragioni per cui varrebbe la pena tornare a indagare dopo 46 anni, e non per pulirsi la coscienza», interrompe Salvini. «La prima è che le tecnologie a disposizione consentirebbero di confrontare i proiettili con quelli, ad esempio, della rapina all’armeria romana». La seconda dipende dalla fiducia nel prossimo. «È importante dare occasione a chi ancora è in vita e sa di rendere non tanto una confessione ma l’onore della verità. Cui va lasciata sempre una porta aperta». Le famiglie di Fausto e Iaio pensano che serva a poco ripartire con le indagini. Giovanni Tagliavini, illustratore e fotografo, amico di Iaio, invece ci crede: «Anche se forse, più che la verità, conta tenere vivo il ricordo per chi, come chiunque li abbia conosciuti, si porta un peso mostruoso».
In via Mancinelli (dove la targa commemorativa non ha dubbi: furono i fascisti) c’è un famoso murale e qui si celebra, dal ‘79 ogni 18 marzo, anche quest’anno, l’omaggio ai due amici. «Ricordo un anno che Basilio Rizzo guardandolo appena restaurato, disse: “Che invidia, loro alla fine resteranno sempre giovani”. Ed è così, avevo 16 anni e per loro manifestai la prima volta, a loro devo la scintilla» sorride Marco Philopat. Punk irredento anche passati i 60, editore corsaro e scrittore, è autore anche de La Banda Bellini, storia del servizio d’ordine che negli anni 70 milanesi entrò in ogni vicenda, anche in quella di Fausto e Iaio, perché Carminati e Fioravanti, si sostenne, volevano fare la pelle a lui (che grazie a una soffiata si chiuse in casa per mesi), non a Fausto e Iaio. Incastrati con Moro e il resto in quella sceneggiatura dove tutto torna ma non è stato nessuno.