Salviamo i pinguini che cantano come asini
di Martina SaporitiChiudi gli occhi e pensi: è un asino che raglia. Sbagliato: è un pinguino che “canta”. Per la precisione un pinguino africano o Spheniscus demersus, specie endemica del Sudafrica e della Namibia, che viene chiamato pinguino asino, jackass penguin, proprio perché fa il verso di un somaro. Non esattamente insomma il canto melodioso che ci si aspetterebbe da un uccello e possiamo solo compatire le orecchie degli scienziati che studiano il comportamento vocale della specie. Tra questi gli italiani Livio Favaro, Francesca Terranova e Anna Zanoli, biologi marini dell’università di Torino specializzati in Bioacustica.
Da quindici anni si dedicano a questi piccoli pinguini (appena 70 centimetri per 4 chili di peso) nella riserva naturale di Stony Point in…
Chiudi gli occhi e pensi: è un asino che raglia. Sbagliato: è un pinguino che “canta”. Per la precisione un pinguino africano o Spheniscus demersus, specie endemica del Sudafrica e della Namibia, che viene chiamato pinguino asino, jackass penguin, proprio perché fa il verso di un somaro. Non esattamente insomma il canto melodioso che ci si aspetterebbe da un uccello e possiamo solo compatire le orecchie degli scienziati che studiano il comportamento vocale della specie. Tra questi gli italiani Livio Favaro, Francesca Terranova e Anna Zanoli, biologi marini dell’università di Torino specializzati in Bioacustica.
Da quindici anni si dedicano a questi piccoli pinguini (appena 70 centimetri per 4 chili di peso) nella riserva naturale di Stony Point in Sudafrica: una colonia di circa duemila coppie riproduttive, quasi il 10 per cento della specie africana rimasta. Nessuno del team, però, si lamenta delle loro dubbie qualità vocali. Perché proprio grazie alle vocalizzazioni possono contare gli uccelli e stimare la numerosità delle colonie. «Ogni pinguino africano ha la sua “voce”, esattamente come le persone», spiega Favaro, «quello che facciamo è posizionare microfoni nelle colonie, registrare le vocalizzazioni e analizzarle con algoritmi che, in base ad alcune caratteristiche del suono come frequenza o timbro (che variano individualmente perché diversa è l’anatomia degli organi fonatori), riescono a riconoscere nel mucchio le singole voci. In questo modo è possibile contare i pinguini senza disturbarli».
Crowdfunding per il ranger
Il metodo, chiamato monitoraggio acustico passivo, è già ampiamente usato per censire i mammiferi marini. «Il nostro, però, è uno dei primi casi di applicazione della tecnica ai pinguini», dice il biologo. Funziona bene, ma costa: videocamere, microfoni, Gps sono gli strumenti del mestiere. Non proprio a buon mercato e in più si rovinano facilmente. Per questo, i ricercatori hanno avviato un crowdfunding per raccogliere fondi con cui comprare nuova attrezzatura e pagare un anno di stipendio a un ranger della fondazione Sanccob (ong sudafricana che si occupa della tutela dei pinguini) che si occuperà di controllare apparecchiature e pinguini. «Il nostro progetto è stato uno dei cinque selezionati dall’università di Torino per accedere al crowdfunding», continua il biologo, «abbiamo raggiunto quasi diecimila euro (la campagna è chiusa da poco,www.ideaginger.it/progetti/salviamo-il-pinguino-africano.html, ndr), cifra che l’ateneo raddoppierà».
Grazie al finanziamento, i ricercatori proseguiranno lo studio della colonia di Stony Point. Per quanto possa essere entusiasmante trovarsi in mezzo a migliaia di pinguini (sempre al netto del chiasso oltre che dell’odore di guano), contare questi uccelli non è un passatempo. «Sapere come evolve, numericamente parlando, la popolazione di una colonia ci permette di capire se è in “salute”, se servono interventi di conservazione e se quelli già avviati stanno funzionando», spiega Francesca Terranova.
I pinguini africani sono infatti una specie fortemente minacciata. «All’inizio del Ventesimo secolo la popolazione contava circa un milione e mezzo di coppie riproduttrici, le stime più recenti parlano invece di meno di 28mila coppie: alcune colonie sono diminuite del 95-98 per cento, fondamentalmente per l’inquinamento degli oceani, perdita o degradazione dell’habitat costiero, la pesca intensiva che sottrae cibo (sardine, acciughe, calamari, piccoli invertebrati marini, ndr)».
Hanno contribuito alla diminuzione della specie anche predatori alieni come le manguste e l’abitudine di raccogliere le uova e il guano da usare come fertilizzante.«Al tasso di declino attuale», aggiunge la naturalista, «entro il 2035 i pinguini africani verranno dichiarati funzionalmente estinti: gli animali rimasti saranno così pochi da non poter più garantire la variabilità genetica necessaria alla sopravvivenza della specie». Ecco perché censirli è necessario, disturbando il meno possibile.
Il richiamo della partner
«In passato veniva fatto marcando i pinguini con bande metalliche attaccate alle ali», racconta Favaro, «poi si è scoperto che queste tag influivano negativamente sulla loro sopravvivenza: meno idrodinamicità, più rischi di infezioni e di restare impigliati. Si è passati ai microchip, comunque un approccio invasivo: l’animale doveva essere catturato, immobilizzato, addormentato. E nel periodo delicato della riproduzione (l’unico in cui è possibile marcare gli animali, visto che i pinguini si spostano sulla terraferma, ndr) c’era il rischio di abbandono del nido o di rompere le uova.
Dopo che il governo sudafricano ha limitato questo tipo di interventi, pensare alle vocalizzazioni è stato naturale». I pinguini africani, d’altra parte, non possono fare a meno di “parlare”. «Per la specie il riconoscimento vocale è vitale», aggiunge Anna Zanoli, «sono uccelli monogami e, dopo aver trascorso mesi in mare per cacciare, tornano sulla terraferma per riprodursi nel luogo dove sono nati. Qui si aspettano di ritrovare il proprio partner ma visto che maschi e femmine sono molto simili e la visibilità nelle tane dove depongono le uova è scarsa, usano anche la voce per riconoscersi. Ma le vocalizzazioni sono importanti pure per altri aspetti della vita sociale, per esempio tenere assieme il gruppo o mediare i conflitti». E i ricercatori faranno tutto il possibile per non far calare il silenzio.
Sul Venerdì del 22 marzo 2024