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Ricetta. Rosole di papavero: la papera di Nilla Pizzi aveva già capito tutto

Rosole di papavero 
Nel famoso brano voleva mangiare i papaveri ma non ci arrivava. Per noi è più facile: si trovano nei campi. Però non al mercato
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Tutti, o quasi, conoscono a memoria il ritornello di una delle più famose canzoni interpretate da Nilla Pizzi nel lontano 1952, e cioè Papaveri e papere. In pochi invece ricordano il resto della canzone, che letto o ascoltato oggi risulta invece piuttosto singolare, se non leggermente inquietante. La canzone fu scritta da Mario Panzeri, Nino Rastelli e Vittorio Mascheroni, e racconta di una papera che passeggiando vede dei papaveri e vorrebbe “papparli”. Non può, per le ragioni che conosciamo dal ritornello. Tuttavia, nella strofa successiva, è il papavero che vorrebbe “pigliare” la stessa papera di prima: non può nemmeno lui, perché come dice mamma papavero, “Se tu da lei ti lasci impaperare / Il mondo intero non potrà più dire”.

Ora, l’evidente ambiguità …

Tutti, o quasi, conoscono a memoria il ritornello di una delle più famose canzoni interpretate da Nilla Pizzi nel lontano 1952, e cioè Papaveri e papere. In pochi invece ricordano il resto della canzone, che letto o ascoltato oggi risulta invece piuttosto singolare, se non leggermente inquietante. La canzone fu scritta da Mario Panzeri, Nino Rastelli e Vittorio Mascheroni, e racconta di una papera che passeggiando vede dei papaveri e vorrebbe “papparli”. Non può, per le ragioni che conosciamo dal ritornello. Tuttavia, nella strofa successiva, è il papavero che vorrebbe “pigliare” la stessa papera di prima: non può nemmeno lui, perché come dice mamma papavero, “Se tu da lei ti lasci impaperare / Il mondo intero non potrà più dire”.

Ora, l’evidente ambiguità fra relazione romantica (è un eufemismo) e relazione alimentare già basterebbe per preoccuparsi. Ma non è finita: “Ma un giorno di maggio che dirvi non so / Avvenne poi quello che ognuno pensò / Papavero attese la Papera al chiaro lunar e poi la sposò / Ma questo romanzo ben poco durò / Poi venne la falce che il grano tagliò / E un colpo di vento i papaveri in alto portò / Così Papaverino se n’è andato / Lasciando Paperina impaperata”.

Papaveri e papere era il lato B di un altro singolo altrettanto noto, Vola colomba (il che suggerisce tutto un progetto artistico sui volatili che oggi purtroppo ci sfugge). La stampa, all’epoca, si industriò a cercare allusioni al Partito comunista (i papaveri) e a Fanfani (notoriamente molto basso). La situazione mi sembra ben più semplice. Le rosole di papavero, o rosolacci, sono le foglie e la pianta dei papaveri che vediamo crescere a primavera a bordo dei campi quasi dappertutto. È raro trovarle in commercio. È invece facilissimo raccoglierle: bisogna solo scegliere le piante che non hanno ancora prodotto il fiore, perché quest’ultime diventano amare e molto dure. La soluzione più semplice è andare a cercarle appena i primi papaveri fioriscono, e scegliere quelle accanto che, uguali, ancora non hanno il fiore.

Ricetta: rosole di papavero

ingredienti per 2 persone, come contorno:
4 mazzi di rosole di papavero
4 cucchiai d’olio d’oliva
2 cucchiai di ottimo aceto di vino
Aceto di vino bianco generico
1 spicchio d’aglio
Sale e pepe

Come procedere:
Mettete le rosole a bagno per 10 minuti in un contenitore pieno di acqua fredda con un bicchiere di aceto generico. Lavate e sciacquate poi con cura in modo da eliminare tutti i residui di terra. Portate a ebollizione una pentola piena d’acqua salata: versate le rosole di papavero e cuocetele per 3 minuti, poi scolate e raffreddate. In una padella, versate l’olio con lo spicchio d’aglio: fatelo colorare, quindi aggiungete le rosole. Saltate due minuti a fuoco vivo, poi “sbrasate” con l’aceto buono, saltando un paio di volte ancora. Servite calde o tiepide, con un’omelette, o un uovo al tegamino, e del pane.

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