Inchiesta sulla povertà: Vittorina e la pensione che finisce all’inizio del mese
di Riccardo StaglianòRoma. C’è chi patisce il ritorno dalle vacanze. Chi il lunedì, ripartenza della settimana lavorativa. Sono problemi da ceto medio, borborigmi per pance borghesi di cui Vittorina Luciani amerebbe potersi lamentare. Per lei il periodo più crudele è l’inizio del mese. Quello in cui la pensione c’è (nel conto PostePay che mi mostra sulla app) ma non si vede (perché «finché non la sbloccano» non la può toccare). Così deve andare alle Poste, perché al telefono non rispondono come da prova in vivavoce. Quindi blandire, poi minacciare la direttrice, farsi comunque il sangue amaro affinché mandi una mail all’Inps e, dopo un’attesa variabile tra qualche ora al record assoluto di venti giorni, disporre infine del suo sudato diritto. Il perché di questa complicazione sta tutto nel segno meno davanti alla cifra di 26.530 euro del suo conto corrente online. Che, disabituato a saldi in profondo rosso, lì per lì non avevo notato arrivando a pensare che quella schermata fosse una goffa smentita della …
Roma. C’è chi patisce il ritorno dalle vacanze. Chi il lunedì, ripartenza della settimana lavorativa. Sono problemi da ceto medio, borborigmi per pance borghesi di cui Vittorina Luciani amerebbe potersi lamentare. Per lei il periodo più crudele è l’inizio del mese. Quello in cui la pensione c’è (nel conto PostePay che mi mostra sulla app) ma non si vede (perché «finché non la sbloccano» non la può toccare). Così deve andare alle Poste, perché al telefono non rispondono come da prova in vivavoce. Quindi blandire, poi minacciare la direttrice, farsi comunque il sangue amaro affinché mandi una mail all’Inps e, dopo un’attesa variabile tra qualche ora al record assoluto di venti giorni, disporre infine del suo sudato diritto. Il perché di questa complicazione sta tutto nel segno meno davanti alla cifra di 26.530 euro del suo conto corrente online. Che, disabituato a saldi in profondo rosso, lì per lì non avevo notato arrivando a pensare che quella schermata fosse una goffa smentita della sua legittima appartenenza a una inchiesta a puntate su chi fatica a sbarcare il lunario. Invece certifica l’altezza della montagna di debito che questa settantasettenne ogni mese dovrebbe scalare salvo rimanere sempre al campo base.
Anche estinguere i buffi, come dicono a Roma, è un privilegio precluso ai giocatori del campionato di cui ci occupiamo. Che stentano con l’ordinaria amministrazione, figurarsi con quella straordinaria. Sul telefonino, nella colonna accanto, ci sarebbero anche 903 euro col segno più. «Non disponibili» però, perché di quel modesto gruzzoletto 735 sono di pensione da rendere liquidi, previo passaggio con l’istituto di previdenza. Perché quasi un quarto di secolo fa, Vittorina aveva fatto l’errore di fidarsi dell’allora marito e firmato carte che non avrebbe dovuto.
Poi si era illusa di aver saldato il debito vendendo un mini-appartamento a uno strozzino che le aveva pagato 9 mila euro meno del pattuito. Ammanco che, di cartella esattoriale in cartella esattoriale, è lievitato a 47 mila euro, quasi metà dei quali condonati (non per bontà, ma per realismo) dalla società di recupero crediti che oggi tenta infruttuosamente di recuperarne 26 mila e rotti. «Ogni tanto ce provano, magari hai avuto un gratta e vinci fortunato. Ma se succedesse un miracolo li chiamerei subito io per non pensarci più. Se non avessi ‘sto fardello, io i miei du spicci me li farei abbastà» dice nello spoglio, freddo e umido salottino della villetta costruita dal padre nel quartiere Alessandrino, tra Tor Sapienza e Torre Spaccata – che accanto a un tavolino pieno di carte e bollette, ospita un lettino singolo appena rassettato. Lettino che entra in collisione col suo ricordo più bello.
I migliori anni
Quel giorno del ‘98 in cui andò in camera della figlia per dirle di far sapere al padre che se ne andava per sempre. Lui la tradiva sistematicamente («se je racconto pure ‘e corna nun finimo più»), la convivenza era diventata insopportabile. Così lei, poco più che quarantenne, riparò per un po’ a casa della madre: «Tornai a ballare con le mie amiche, ad andare al mare. E poi cominciai a pulire la merda dell’artri», ovvero a fare la badante. Poi l’ex andò da lei per farle firmare garanzie per l’attività di lavorazione del ferro in cui aveva cominciato a impratichirsi anche il figlio: «Se nun lo voi fa’ pe’ me, fallo pe’ lui».
Da allora, a differenza dei divaricati destini personali, quelli finanziari si sono intrecciati più che mai. L’unica fortuna, si fa per dire, è che le pensioni sotto i mille euro non sono pignorabili e a metà aprile un’udienza potrebbe cancellare il calvario burocratico cui ogni trenta giorni deve sottoporsi. Mi racconta tutto questo seduti a un altro tavolino, quello del bar “I migliori anni” di viale Alessandrino, a portata di orecchio degli altri avventori. Un locale così angusto che non è nemmeno censito da Google Maps, motivo per cui avevo proposto il dirimpettaio e più comodo “Caffè Bis”. Che però, mi ha spiegato, Vittorina non frequenta perché «tutti i posti in cui dicono “buona giornata”, sarò strana, me portano sfiga». Confermando la maldicenza per cui i romani perdonano tutto tranne la gentilezza. Altrui. Perché in fin dei conti la brandina nel soggiorno è proprio per l’ex marito, mai abbastanza ingiuriato ma ormai acciaccato e quindi ripreso in casa, nonostante tutto.
Dal benessere al crollo
Vittorina nasce da papà muratore e mamma che fa le pulizie al cinema Barberini, «svegliandosi alle quattro di mattina per arrivare lì all’alba». Smette di andare a scuola, non proprio la sua passione, in seconda media. La prendono come apprendista sarta in una bottega di via Cola di Rienzo, nel benestante quartiere Prati. Pochi anni felici. A diciassette si fidanza col saldatore che a ventidue diventerà suo marito, «maledetto il giorno che l’ho incontrato». Un tipo intraprendente che inizia con un capannone dove lavora ferro e ottone, per lettini e reti che vendono bene. E poi, sull’entusiasmo, compra anche un appartamento, un altro, quindi sei garage. «Stavamo benone» ricorda lei, come parlando del pleistocene. Un’espansione tutta a debito, contratto con un «fijo de mignotta». Sotto le macerie del crollo finisce anche il figlio oggi cinquantatreenne che, «abituato alla bella vita e alle Bmw», prima rincula su un piccolo mobilificio sulla Casilina, poi gestisce una sala di videogiochi e infine su un lavoro che esiste solo nella Capitale: autista di camion che portano le attrezzature dei set cinematografici («bello ma pagano solo quando c’è una produzione. Magari 300 euro al mese e lui porta ancora da me i panni da lavare»). L’ha anche resa nonna di una nipote oggi ventiquattrenne e che da quasi altrettanti anni non vede perché non se la intende con l’ex nuora: «L’unica è far finta che non esista, altrimenti starei male». La figlia, invece, studiava da assistente turistica fino a quando è stata investita da un camion. «L’ho vegliata per mesi in coma in ospedale» ricorda Vittorina «e ho ancora davanti agli occhi l’immagine delle infermiere con la musica nelle cuffiette per non sentire le richieste dei pazienti». A cinquantun anni la ragazzina di allora dorme in una camera due volte più grande di quella confinante di mamma, piena di libri (Fallaci, tanta filosofia, tantissima psichiatria con Vittorino Andreoli) e di confusione quasi adolescenziale, ma con ben due immagini di madre Teresa alle pareti. Versante entrate, fa affidamento su una pensione di invalidità da 300 euro più qualche soldo racimolato vendendo a domicilio, con uno schema di multilevel marketing tipo Tupperware, depuratori per l’acqua o macchinette del caffè («A proposito, io gli amici cui presentarla li ho finiti: se le viene in mente qualcuno ci fa un gran favore»).
735 euro di assegno sociale
Alla fine quella che guadagna di più in casa è proprio Vittorina: «Prendo 735 euro di assegno sociale, che ha sostituito la pensione sociale. E ringrazio Berlusconi che anni fa le aveva alzate perché altrimenti sarebbero stati anche meno, e non me ne importa niente se andava con le ragazzine. So solo che prima erano 440 e dopo sono diventati 210 in più, cresciuti fino a oggi». I requisiti sono: 67 anni e reddito personale sotto i 6.500 euro. Il fatto che possa spettare anche agli immigrati non le va a genio: «Gli zingari hanno il bancomat e a noi chi ci pensa? Se dovrebbero leva’ qualcosa loro, la Meloni o Salvini che una volta mi piaceva perché aveva fermato gli sbarchi, e darli ai poveri». Comunque, nonostante il padre comunista, lei di politica non si interessa perché «chi mangia? Sempre tutto loro!». L’unico lusso in soprannumero che hanno in casa sono i televisori: due nelle camere e uno nel salottino. Verosimilmente sintonizzati su Rete 4 se tra i pochi personaggi pubblici che le piacciono cita giusto Mario Giordano, Paolo Del Debbio e Vittorio Sgarbi, il cui grande merito sarebbe stato dire forte e chiaro che l’entrata nell’euro è stata una porcata.
Uova sode e qualche zucchina
Quale mancanza le brucia di più? «Non avere un lavoro. Fino al 2018 stavo in grazia di dio con una vecchietta, il figlio mi pagava 800 euro. Poi le è venuto un tumore, mannaggia» che s’è portato via lei e l’ultimo stipendio quasi stabile. Come ha già fatto per la figlia, mi chiede di spargere la voce: «Se qualcuno ha bisogno, pulizie o badante, io non mi faccio problemi. Prendo l’autobus e arrivo dappertutto». Un giorno felice? Negli ultimi vent’anni, anche sforzandosi, non le viene in mente niente: «Ogni giorno ce n’è una. Trecento euro di Tari, 200 di gas, scadenze su scadenze per un conto in banca che è un secchio bucato». La giornata di ieri, domenica? «La mattina sono andata a trovare una mia amica qui vicino, che è fortunata perché ha la reversibilità del marito. Poi mi sono fermata a un banchetto di verdure che però aveva patate vecchie che si riconoscevano lontano un miglio. A pranzo mi son fatta due uova sode e un piatto di zucchine, patate, carote, aglio e olio (i tre abitanti della casa hanno fusi gastronomici diversi e indipendenti, ndr). Nel pomeriggio sono andata a trovare un’altra amica, Pina, ex dipendente del Comune, e mi ha offerto un pezzo di cioccolata. A cena me la son cavata con una minestrina di farfalle, olio e parmigiano. In tv, nonostante il canone, non c’è mai un cacchio. Vedevo giusto Don Matteo, Incantesimo e, tanto tempo fa, Beautiful». Per il resto, verosimilmente, i talk show della politica che non le interessa ma che un segno lo lasciano.
Una telefonata in vaticano
Una volta, nel tentativo di sbloccare la situazione, aveva telefonato al Papa. In verità, di centralino in centralino, era riuscita a parlare con l’ufficio dell’Elemosiniere dove qualcuno le aveva suggerito di rivolgersi al parroco di zona guadagnandosi un sonoro «vaffanculo». Spiega: «In Vaticano c’è la peggio gente, pedofoli e compagnia cantante, e ci sono tanti soldi, che farebbero bene a dare ai poveri, Io continuo a andare a messa ma solo per l’eucarestia, le prediche non mi servono». Eppure alle pareti abbondano sante, padripii e rosari. A Natale («più spesso non riesco») manda dieci euro alla Madonna di Fatima e il 4 ottobre, data in cui la figlia uscì dal coma, porta i fiori a San Francesco. «Certo che sono cristiana, ma non dimentico quando, durante il Covid, il parroco mise un cartello sotto al disinfettante che diceva “qualche volta portatevelo da casa”: ma le pare?». Quanto alla carità, pratica la sua versione senza fronzoli: «Il mio ex? Il più delle volte lo impiccherei all’albero pizzuto. Però mi fa anche pena. E ogni tanto gli preparo la pasta al tonno, che lui la mangia sempre al pesto che a me fa schifo». Magari con le scatolette recuperate dal pacco alimentari di Nonna Roma. Forse non lo sapete ma pure questo è amore.
Sul Venerdì del 22 marzo 2024