Lena, vittima dell’Antimafia corrotta: “Così il sistema Saguto ha spolpato la nostra azienda”
dal nostro inviato Lucio LucaCASTELBUONO (Palermo). 3.875 giorni. Che, tradotto, significa undici anni o giù di lì. La sera del 9 giugno del 2010 Francesco Lena, imprenditore palermitano nel settore turistico e produttore di vino biodinamico premiato in tutto il mondo, va a mangiare una pizza con gli amici. Poi torna nella sua casa di Castelbuono, a due passi dal resort di lusso che ha messo su con la compagna, ma alle cinque del mattino viene svegliato di soprassalto. I poliziotti della squadra catturandi sfondano i recinti del giardino, gli mettono le manette ai polsi a favore di telecamere e lo arrestano con l’accusa di associazione mafiosa «per aver attivamente svolto un ruolo di costante punto di riferimento di vari uomini d’onore di spicco e capi di Cosa Nostra».
Lena, sostiene la procura di Palermo, sarebbe stato un punto di riferimento dei boss «per la fittizia intestazione di beni». Un riciclatore, insomma, un “colletto bianco” a disposizione della mafia per ripulire il denaro sporco.
«Ricordo ancora il …
CASTELBUONO (Palermo). 3.875 giorni. Che, tradotto, significa undici anni o giù di lì. La sera del 9 giugno del 2010 Francesco Lena, imprenditore palermitano nel settore turistico e produttore di vino biodinamico premiato in tutto il mondo, va a mangiare una pizza con gli amici. Poi torna nella sua casa di Castelbuono, a due passi dal resort di lusso che ha messo su con la compagna, ma alle cinque del mattino viene svegliato di soprassalto. I poliziotti della squadra catturandi sfondano i recinti del giardino, gli mettono le manette ai polsi a favore di telecamere e lo arrestano con l’accusa di associazione mafiosa «per aver attivamente svolto un ruolo di costante punto di riferimento di vari uomini d’onore di spicco e capi di Cosa Nostra».
Lena, sostiene la procura di Palermo, sarebbe stato un punto di riferimento dei boss «per la fittizia intestazione di beni». Un riciclatore, insomma, un “colletto bianco” a disposizione della mafia per ripulire il denaro sporco.
«Ricordo ancora il telefono che squilla alle 6 del mattino e l’espressione sul volto di mia moglie quando mi passa la cornetta», racconta oggi Gianfranco Lena, figlio dell’imprenditore siciliano. «All’alba di quel maledetto giorno siamo piombati nell’inferno».
Francesco Lena, che all’epoca aveva 74 anni, viene interrogato dagli investigatori che gli contestano quattro episodi specifici in quarant’anni. Un paio di pentiti che parlano vagamente di lui senza fornire ulteriori riscontri, un appartamento venduto a un killer di mafia che si era presentato con documenti falsi – vicenda già chiarita all’epoca con il giudice Falcone – e, soprattutto, un presunto rapporto con il boss Bernardo Provenzano per il quale si sarebbe intestato l’Abbazia Sant’Anastasia, uno degli alberghi più famosi della Sicilia.
Lena spiega che lui quel feudo in campagna lo comprò nel 1982 e non più di vent’anni dopo come scrivono i magistrati nell’ordinanza: «Senza contare che sul resort gravava un prestito di oltre sette milioni e mezzo di euro da parte di una banca che, in cambio, si era intestata il titolo di diritto di pegno», racconta il figlio. «Com’è possibile che mio padre potesse fare da prestanome a Provenzano avendo di fatto ceduto la sua società al controllo di un istituto di credito?».
L’imprenditore, però, non convince i magistrati, resta in carcere per 23 giorni e poi quasi due anni ai domiciliari. Il comune di Castelbuono gli revoca la cittadinanza onoraria, i giornali lo sbattono in prima pagina, fioccano le disdette in albergo e saltano gli ordini di migliaia e migliaia di bottiglie di vino da tutto il mondo.
«Abbiamo aspettato il processo con la speranza di dimostrare che le accuse erano infondate», ricorda Gianfranco, «ma ben presto ci siamo resi conto che non era quello il terreno più scivoloso da affrontare. In azienda era già arrivato un amministratore giudiziario e, di fatto, tutto quello che avevamo costruito negli anni ci era stato sottratto con danni incalcolabili. Per noi e per tutti i nostri dipendenti».
Francesco Lena viene assolto in primo grado e dopo l’Appello anche la Cassazione conferma che lui con la mafia non ha mai avuto niente a che fare. Sono già passati tre anni dall’arresto e come calvario giudiziario potrebbe anche bastare. Invece, è solo l’inizio.
Doppio binario
«Quando il nostro avvocato ci ha spiegato il meccanismo delle Misure di prevenzione, non volevo crederci: tu puoi anche essere prosciolto per non aver commesso il fatto, come è successo a mio padre, ma per le procedure di sequestro e confisca dei beni basta anche un semplice sospetto. Insomma, l’assoluzione non conta praticamente nulla. È il cosiddetto “doppio binario”, due rette parallele destinate a non incontrarsi mai. Senza contare che in questo caso il processo è esattamente al contrario: non è la pubblica accusa a dover dimostrare che sei colluso o hai riciclato per conto delle cosche, ma sei tu chiamato a eliminare qualsiasi sospetto. I tempi si allungano a dismisura, basta una perizia in più richiesta dai giudici per perdere anni fra udienze e carte bollate. E quindi, dopo l’assoluzione definitiva di mio padre, abbiamo atteso fino a gennaio del 2021 – 3.875 giorni in tutto, appunto – per riuscire a riprenderci definitivamente l’azienda. Adesso stiamo tentando di rimetterla in sesto: basti pensare che qui coltivavamo vitigni pregiati, e che chi l’ha amministrata durante l’iter giudiziario ha pensato bene di buttare via tutto per acquistare uve che non c’entrano nulla con la nostra storia». Persino per produrre grappa e champagne. Che non sono certo produzioni tipiche della Sicilia.
La vicenda Lena si svolge in pieno “Sistema Saguto”, cioè quando a guidare le Misure di prevenzione c’era una giudice che, secondo le accuse recentemente confermate dalla Cassazione, aveva messo in piedi un «cerchio magico» con la complicità di amministratori giudiziari, consulenti e pezzi delle istituzioni, capace di spolpare le aziende sequestrate e di incamerare per anni lauti stipendi.
«A noi, alla fine, è andata molto meglio che ad altri», racconta Gianfranco, «probabilmente perché non c’era l’interesse di far fallire un’azienda sulla quale qualcuno aveva già messo gli occhi da tempo. Altri imputati di mafia, completamente scagionati dopo anni di processi, si sono visti restituire soltanto macerie. Tanto che qualcuno ha addirittura sperato che gli confiscassero tutto per evitare di passare direttamente dalle Misure di prevenzione alle sezioni fallimentari del tribunale».
Cerchio magico
L’inchiesta della Guardia di finanza sul “Sistema Saguto” ha scoperchiato il vaso di Pandora che per anni ha letteralmente saccheggiato un pezzo di economia siciliana. Lei, la giudice che al telefono parlava di sé come «Dio onnipotente», è finita in carcere. Stesso destino per l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara, il “re” degli amministratori giudiziari, capace di gestire contemporaneamente decine e decine di beni sequestrati e di incassare parcelle milionarie. Sono stati condannati anche il marito di Silvana Saguto, professori universitari, persino un ex prefetta di Palermo.
«Non ho gioito per quelle sentenze» conclude Lena «anche perché chi ha perso tutto da innocente non risolve certo i suoi problemi se la causa dei suoi mali finisce in galera. E, del resto, nessuno ci restituirà quegli undici anni sottratti senza una vera ragione. Io sono convinto che sequestrare i beni ai mafiosi, quelli veri, sia un’arma formidabile nel contrasto alle mafie. Ma probabilmente in quella legge ci sono falle che vanno riparate. Altrimenti quello che è successo può ricapitare. E noi, in Sicilia, siamo famosi per non imparare mai dai nostri errori».
Lucio Luca, giornalista di Repubblica, è autore del romanzo La notte dell’Antimafia (Compagnia editoriale Aliberti, 272 pagine, 18,90 euro) che racconta il “Sistema Saguto “, e cioè il cerchio magico di professionisti che ruotando attorno all’ex presidente della sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo, per anni ha di fatto saccheggiato un pezzo di economia siciliana