✕

José Luis Ledesma, fotografo: “Vi racconto il mio amico Diego quando non era Maradona”

Diego Armando Maradona (1960-2020) agli inizi, quando ancora giocava nei fangosi campetti di strada 
I genitori, il matrimonio, i tradimenti: José Luis Ledesma ha immortalato per anni la vita dell’amico diventato campione. Ora quelle foto sono diventate un libro bellissimo. Intervista
4 minuti di lettura

C’è un ragazzo seduto su un pallone nel fango, e sorride. Si chiama Diego. Sta cominciando a giocare a calcio, sono i primi anni Settanta, mentre un altro ragazzo di nome José Luis sta cominciando a scattare fotografie. Sono argentini di Buenos Aires e diventeranno amici. Due storie s’intrecciano nel corso di due vite, il campione e il fotografo, il dio degli stadi e l’uomo che presta gli occhi agli altri perché possano guardare. Ora Diego Armando Maradona non c’è più, e José Luis Ledesma ha scelto un piccolo editore indipendente di Palermo, 89books, per raccontare una storia grande, la loro storia insieme.

Destini incrociati

The Joy of Life non è solo un magnifico libro fotografico, ma un album di famiglia. Centinaia di professionisti in ogni angolo del mondo hanno fermato istanti di Maradona, in campo e fuori, con scatti che sono passati alla storia del calcio, ma soltanto uno aveva accesso agli angoli più nascosti di una vita incredibile e raminga, luminosa e cupa, ed era José Luis…

C’è un ragazzo seduto su un pallone nel fango, e sorride. Si chiama Diego. Sta cominciando a giocare a calcio, sono i primi anni Settanta, mentre un altro ragazzo di nome José Luis sta cominciando a scattare fotografie. Sono argentini di Buenos Aires e diventeranno amici. Due storie s’intrecciano nel corso di due vite, il campione e il fotografo, il dio degli stadi e l’uomo che presta gli occhi agli altri perché possano guardare. Ora Diego Armando Maradona non c’è più, e José Luis Ledesma ha scelto un piccolo editore indipendente di Palermo, 89books, per raccontare una storia grande, la loro storia insieme.

Destini incrociati

The Joy of Life non è solo un magnifico libro fotografico, ma un album di famiglia. Centinaia di professionisti in ogni angolo del mondo hanno fermato istanti di Maradona, in campo e fuori, con scatti che sono passati alla storia del calcio, ma soltanto uno aveva accesso agli angoli più nascosti di una vita incredibile e raminga, luminosa e cupa, ed era José Luis. «Ci siamo conosciuti per caso, Diego non era ancora nessuno, ma in tanti parlavano di questo ragazzino che non poggiava i piedi sulla terra ma nell’aria, un giovanissimo calciatore capace di volare. Vi assicuro che il primo Maradona, quello che in pochi conoscono e pochissimi ricordano, era un prodigio della natura, persino superiore al fenomeno che poi tutti abbiamo ammirato. Perché era libero e leggero, senza i vincoli e i pesi che la vita gli avrebbe messo in tasca. Era una meraviglia: lo guardavi giocare e non credevi ai tuoi occhi». José Luis Ledesma aveva cinque anni più di Diego. «Le prime fotografie gliele scattai da dilettante, appassionato di sport. Non ero ancora un professionista, e neppure Diego. Poi il mio sogno è diventato il mio lavoro, e anche il suo. Nel 1982 mi sono trasferito in Europa, a Milano, dove ho lavorato per diverse agenzie tra cui Olympia, e intanto Maradona è andato a giocare a Barcellona. Quando ci siamo rivisti, ci siamo messi a ridere. “Anche tu qui?”. “E perché, tu?”. Lui era pazzesco, oggi ti invitava a una festa e domani ti mandava a quel paese, però dopodomani tornava ad abbracciarti come un fratello».

Calcio in sottofondo

Nella copertina del libro, un Maradona insaponato sotto la doccia guarda stupefatto quel folle di José Luis che lo sta fotografando. Ma la storia comincia prima, nella baraccopoli di Villa Fiorito dove nacque Diego, uno dei luoghi più poveri del Sudamerica. I segni della miseria vengono spostati un po’ di lato dalla vertiginosa parabola del campione, che gli scatti di Ledesma narrano come la trama di un romanzo. Vediamo Diego nel giardino della casa di Calle Cantilo, a Baires, la villa che comprò per i genitori con i primi soldi veri, eccolo mentre prepara l’asado, grigliando la carne per gli amici. Quel maniero da ex poveri è andato all’asta, e ora lo abbatteranno. Sono ben poche le immagini di calcio in un libro che cerca altro, e altro racconta. Una quotidianità di immagini che avrebbe potuto scattare un parente. Diego balla e canta con quegli occhi da intrattenitore strafottente, l’indio indomabile, però così solo in mezzo agli altri. Indossa giacche scintillanti e pacchiane, si trascina in ciabatte sulle mattonelle di qualche bagno dove José Luis, ancora lui, è riuscito a intrufolarsi. «A volte il suo manager, Guillermo Coppola, veniva da me ringhiando e pretendeva che gli consegnassi il rullino. Lo sapete, allora le macchine fotografiche erano fatte così. Io, di quei rullini, un po’ ne davo e un po’ ne tenevo, era un teatrino. Però Diego non ha mai preteso niente, era un buono sotto la scorza collerica da istrione, la maschera che indossava per proteggersi. In vita mia non ho conosciuto nessuno più generoso di lui. Era un buono, circondato da gente pessima che lo sfruttava e lo tradiva. Sono stato insieme a lui, e l’ho visto aiutare un sacco di persone che avevano bisogno, senza mai farlo sapere in giro: Maradona pagava ricoveri in ospedale, operazioni chirurgiche, oppure comprava piccoli appartamenti per gli amici in difficoltà, o anche per qualche sconosciuto che lo implorava. Lui era una persona così».

Hotel liberi tutti

La vita di questo fuoriclasse indomabile è stata, come tutti sanno, una tarantella tragica, però il libro di Ledesma dà conto soprattutto dei momenti felici. Spesso si vede Diego sorridere. L’eroe è un bambino ribelle che fa un sacco di smorfie, un Pinocchio che scappa ai gendarmi per ficcarsi nei guai. Tanti grilli parlanti lo hanno ammonito, e lui li ha presi a martellate. «Un giorno mi venne incontro e mi consegnò personalmente l’invito per il suo matrimonio: “Tu vieni, però non scatti nemmeno una foto”. Andai, ma con la macchina fotografica in tasca: sono un fotografo, che dovevo fare? Naturalmente, Diego si arrabbiò moltissimo e poi mi strinse forte dopo qualche tempo, quando ci vedemmo di nuovo. Era fatto così, eravamo fatti così. Gli dissi: “Diego, ti ricordi quando a Buenos Aires giocavi a pallone in mezzo ai sassi?”. E lui: “Io ricordo soltanto che mi perseguitavi, che sei il solito stronzo e che ancora mi perseguiti!”. Lo guardavo come si guarda un uomo, non una divinità dello sport o una leggenda. Tra noi era anche un gioco, come quando Diego puntava il dito per indicare un fotografo, magari a una quarantina di metri di distanza, e poi lo colpiva con una pallonata precisa come quelle che spediva in porta. O come quando mi diceva “no, José, oggi non voglio che mi scatti fotografie perché poi le vendi agli italiani”, era dopo il mondiale del ’90, quando ce l’aveva con voi. E dopo due minuti io scattavo e lui non diceva niente, se non tirarmi dentro qualche festa o qualche bevuta».

La vita maledetta di Diego, benedetta dall’allegria. «In un hotel di New York lo fotografai con una delle molte donne, quasi tutte escort, che andavano e venivano ovunque, per lui e per tutto il suo circo. Mi cacciò via e lo capisco. Gli alberghi erano un porto di mare, nessun segreto, lo sapeva chiunque, anche la moglie Claudia». Nelle prime foto compare giovanissima e bruna, lei e Diego come due fidanzatini di provincia, un piatto da cucinare insieme, una pentola da lavare, poi le bambine da crescere, le stesse che “invitarono” gli ospiti al matrimonio di mamma e papà il 7 novembre 1989, trecento chili di carne da grigliare per mille invitati, un altro giro, un altro ballo.

Bambino nel tempo

«La vita di Maradona era blindata, sempre meno libera nel tempo. Credo si fidasse di me, perché in me riconosceva un suo simile, uno che aveva pestato le stesse strade. Gli ho voluto molto bene perché ho conosciuto la sua profonda umanità. Anche il dolore fisico e psichico era ben visibile, non riusciva a nasconderlo. I bambini gli piacevano tanto e adorava suo padre e sua madre, due persone semplici, qualche volta abbiamo mangiato insieme. Adesso sono sepolti tutti e tre nella stessa tomba. Negli ultimi anni ci eravamo persi di vista, però gli amici mi raccontavano che Diego era uscito di testa, che non era più lui. Credo che in pochi lo amassero e moltissimi lo abbiano sfruttato, fino alla fine, quando Diego è morto in solitudine. L’autopsia gli ha trovato nel sangue antidepressivi, farmaci contro alcol e droga, medicine per combattere le crisi di panico. Se ripenso ai nostri anni felici da ragazzi, mi ripeto che nessuno lo avrebbe mai immaginato, tanto meno lui. Penso che Diego, nella sua anima, sia rimasto un bambino povero e ingenuo, una cara persona». E non è un caso che José Luis Ledesma, come esergo per il libro, abbia scelto questa frase di Lyman Frank Baum, l’autore di Il meraviglioso Mago di Oz: «Un cuore non si giudica da quanto tu ami, ma da quanto riesci a farti amare dagli altri».

Leggi i commenti