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Bibliomystery: tutto sui delitti in libreria

Massimo Gatta. Alamy /IPA 
Dal capostipite Edgar Allan Poe a Rocco Schiavone, un saggio racconta la storia dei gialli ambientati tra volumi e scaffali
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Il genere si chiama “bibliomystery” e, al pari del “procedural” oppure del “noir”, è uno dei tanti affluenti del giallo. Ma per appartenere alla categoria c’è una regola: la libreria non deve essere solo una ambientazione, ma la vera scena del crimine. Il canone lo ha ricostruito Massimo Gatta, esperto di editoria e bibliotecario dell’ateneo del Molise, che ha scritto dopo due anni di ricerche Breve storia di delitti in libreria (Graphe.it edizioni), la prima guida ragionata al fenomeno. È un addio al vecchio maggiordomo sempre sospettato: qui i principali indiziati sono editori, collezionisti e tenutari di biblioteche. Quando non ci sono addirittura “volumi killer”.

Tra realtà e fantasia

Non è l’unico colpo di scena. Questo sottogenere del giallo si permette anche di giocare (e ironizzare) sulla funzione stessa della macchina letteraria, sui trucchi e sugli inganni, smascherando lo slittamento tra realtà e fantasia. Per intenderci: Breve storia di delitti in libreria si apre con una …

Il genere si chiama “bibliomystery” e, al pari del “procedural” oppure del “noir”, è uno dei tanti affluenti del giallo. Ma per appartenere alla categoria c’è una regola: la libreria non deve essere solo una ambientazione, ma la vera scena del crimine. Il canone lo ha ricostruito Massimo Gatta, esperto di editoria e bibliotecario dell’ateneo del Molise, che ha scritto dopo due anni di ricerche Breve storia di delitti in libreria (Graphe.it edizioni), la prima guida ragionata al fenomeno. È un addio al vecchio maggiordomo sempre sospettato: qui i principali indiziati sono editori, collezionisti e tenutari di biblioteche. Quando non ci sono addirittura “volumi killer”.

Tra realtà e fantasia

Non è l’unico colpo di scena. Questo sottogenere del giallo si permette anche di giocare (e ironizzare) sulla funzione stessa della macchina letteraria, sui trucchi e sugli inganni, smascherando lo slittamento tra realtà e fantasia. Per intenderci: Breve storia di delitti in libreria si apre con una premessa a firma di Norberto Melis, primo dirigente – è scritto – della Questura di Milano. Alla fine si scopre che Melis non è un autentico questurino, bensì il detective di un ciclo di tredici gialli di Hans Tuzzi (al secolo Adriano Bon, che a sua volta ha tratto il nome d’arte da un personaggio letterario dell’Uomo senza qualità di Musil). Tuzzi ha concesso a Gatta che il suo poliziotto di carta potesse scrivere in prima persona, parlando direttamente ai lettori. Insomma, nel “bibliomystery” ogni indizio serve soprattutto a depistare. Non a caso lo stesso commissario Melis ha lavorato (dentro i gialli di Tuzzi) negli anni che vanno dal caso Moro a Tangentopoli.

Del resto, quello che viene considerato il primo racconto poliziesco della storia, I delitti della Rue Morgue, gettava già una luce sinistra. «L’unica sua debolezza sono i libri» dice Edgar Allan Poe del suo investigatore Auguste Dupin. «Forse perché oggi entrare in libreria, comprare un libro e leggerlo è una specie di delitto» scherza Massimo Gatta. Il ricercatore ha anche scoperto che il primo “bibliomystery” della storia lo scrisse nel 1836 nientemeno che Gustave Flaubert. Si intitola Bibliomanie e narra la contesa tra due antiquari di Barcellona, la cui concorrenza nel cercare una preziosa Bibbia in latino con glosse in greco li porterà all’omicidio e alla rovina. Erano gli anni in cui circolava la leggenda (se ne occupò sui giornali dell’epoca lo scrittore Charles Nodier) di un libraio serial killer che avrebbe operato in tutta Europa.

Il manoscritto che uccide

Da allora è stato un diluvio di pagine assassine. Nel 1874 arriva Scrope, or the lost library di Frederic B. Perkins, con i primi scaffali della storia macchiati di sangue, fino al più recente libraio killer di Carlos Ruiz Zafón, passando anche per un “manoscritto che uccide”, quello de L’antiquario di Julián Sánchez, dove in un antico tomo è cifrato un messaggio per trovare “la pietra di Dio”, che farà più morti del Falcone maltese di Dashiell Hammett. Da quel momento, da Rex Stout ad Agatha Christie, non c’è gigante del giallo che non faccia a gara per armare la mano di libri e librerie.

E in Italia? Il “bibliomystery” verrà chiamato “giallo bibliofilico” e, per Gatta, il nostro Paese si contende con l’America la paternità del genere: grazie soprattutto ad Augusto De Angelis, già considerato il padre del noir italiano, celebrato da una serie tv del ‘74 in cui Paolo Stoppa interpretava il suo commissario De Vincenzi. De Angelis sarà il primo in Italia ad ambientare un assassinio dentro una libreria, nel 1936, con Sei donne e un libro: il cadavere di Ugo Magni, senatore del Regno, trovato in un negozio di via Corridoni a Milano. Anche la terza indagine di De Vincenzi inciamperà in un mucchio di tomi rilegati, stavolta alla Fiera del Libro di Milano in piazza Mercanti, dove verrà ucciso un membro della Lega Evangelica.

Ma c’è di più, spiega Gatta: «Nel “bibliomystery” avvengono strane metamorfosi: i personaggi, nel corso delle indagini, si trasformano spesso da poliziotto a libraio, da libraio a ladro, da ladro-libraio a investigatore». Viene il sospetto che questo possa accadere anche nella vita vera. Rileggendo Leonardo Sciascia che recensisce con passione De Angelis (ampiamente citato nella Breve storia) si intravede già lo scrittore siciliano diventare egli stesso investigatore, come quando nel 1971 condurrà una vera inchiesta poliziesca per scrivere Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, sul suicidio (o omicidio) a Palermo dello scrittore francese surrealista.

Le commesse di Saba

Da De Angelis in poi il “bibliomystery” italico si scatena: Dario Crapanzano, Nicoletta Retteghieri, Mariel Sandrolini, Federico Mangiagalli, Piero Grima, fino al bestsellerista Antonio Manzini, che in Confini fa scoprire a Rocco Schiavone il cadavere di un libraio. E realtà e fantasia continuano a confondersi: nel 1922 a Trieste, nella libreria di Umberto Saba, due sorelle entrambe commesse si suicideranno per davvero, una dopo l’altra, per una torbida vicenda in cui era implicato lo stesso poeta. Così come in Assassinio in libreria di Lello Gerardo il delitto si consumerà nella reale libreria Sherlockiana, diretta a Milano dall’editrice Tecla Dozio. Nel libro, la vera proprietaria viene avvelenata da un killer-scrittore frustrato e a indagare saranno i suoi autori giallisti. E ancora, sempre a proposito di prossimità tra letteratura e omicidio, obbligatorio ricordare uno dei bestseller italiani, Il nome della rosa di Umberto Eco, dove l’arma per uccidere in biblioteca sono le pagine di antichi volumi cosparse di veleno.Al rapporto tra pagine scritte e umane scelleratezze, del resto, Jorge Luis Borges aveva dedicato una buona parte di Storia universale dell’infamia. Ogni misfatto narrato in quel volume si trovava già descritto in un libro precedente. Peccato che molti dei testi citati nelle note non esistano affatto. Sono stati inventati di sana pianta da Borges. Abbastanza per sospettare anche lui almeno di depistaggio letterario?

Sul Venerdì del 22 marzo 2024

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