Natalia Aspesi: la guerra degli uomini
di Natalia AspesiPer scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.
Ho appena finito di leggere il libro Ogni mattina a Jenin della scrittrice palestinese Susan Abulhawa: parla del conflitto Israele-Palestina attraverso il racconto di una famiglia palestinese costretta ad abbandonare la propria terra per rifugiarsi nel campo profughi di Jenin. Storia di una famiglia di profughi e delle successive generazioni nate e cresciute a Jenin, storie di vite spezzate dagli orrori della guerra,di altre sopravvissute grazie al grande amore per le loro famiglie e per la loro terra d’origine. Il libro descrive gli orrori delle guerre che i telegiornali e la stampa non sempre raccontano, di ciò che bambini, mamme, fratelli, padri devono vedere infliggere ai loro cari prima che vengano uccisi. Quali saranno gli effetti su chi sopravvive non è facile immaginare, sicuramente un dolore difficile da sopportare che forse solo la vendetta può in parte lenire, generando …
Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.
Ho appena finito di leggere il libro Ogni mattina a Jenin della scrittrice palestinese Susan Abulhawa: parla del conflitto Israele-Palestina attraverso il racconto di una famiglia palestinese costretta ad abbandonare la propria terra per rifugiarsi nel campo profughi di Jenin. Storia di una famiglia di profughi e delle successive generazioni nate e cresciute a Jenin, storie di vite spezzate dagli orrori della guerra,di altre sopravvissute grazie al grande amore per le loro famiglie e per la loro terra d’origine. Il libro descrive gli orrori delle guerre che i telegiornali e la stampa non sempre raccontano, di ciò che bambini, mamme, fratelli, padri devono vedere infliggere ai loro cari prima che vengano uccisi. Quali saranno gli effetti su chi sopravvive non è facile immaginare, sicuramente un dolore difficile da sopportare che forse solo la vendetta può in parte lenire, generando altra morte e orrore. Tuttavia uno dei personaggi che vede la sua giovane moglie incinta e il suo piccolo figlio orrendamente trucidati riesce a sopravvivere al dolore e alla vendetta, e grazie all’amore per la sua famiglia rinuncia a diventare un terrorista. L’aspetto dominante non è quello delle vite umane, ma quello economico che determina l’equilibrio delle potenze mondiali e del loro Pil che cresce anche grazie alla produzione di sofisticate armi da guerra. Signora Aspesi, come definirebbe le fabbriche dislocate in tutto il mondo, Italia compresa, che producono e vendono armi ai Paesi in guerra? Molto interessante l’intervista alla cantante israeliana Noa sul Venerdì del 9 febbraio.
Antonello Sanna
I nostri esperti di guerra raccontano, bravissimi e informatissimi, delle nuove armi che costano miliardi e che le grandi fabbriche continuano a inventare, sempre più costose, sempre più potenti: un giorno, ne troveranno una cosi potente che farà fuori tutto il mondo. Già quelle atomiche ci sembrano vecchie, chissà. Dunque diciamolo ridendo: da quando le guerre si sono fatte “serie” e forse l’Ucraina è già perduta e i palestinesi cercano come si fa, dopo aver tutto perduto, a rivivere. Sempre aspettandosene un’altra, di guerra. Non conosco il libro di cui lei parla, e lo immagino molto interessante, anche se poi forse, non sono questi i libri che impediscono le guerre.Le guerre si fanno, tornano gli uomini truccati da mostri con armi ovunque, e l’idea che viene è proprio quella: gli uomini si sono ripresi il potere, la guerra è legata al potere maschile. Ma gli uomini ricoperti di armi potentissime non contano nulla, muoiono a centinaia, muore un uomo e quella macchina che lo ha fatto fuori e costata miliardi vale certo di più. Più, certo, di un uomo.
L’essenza del fascismo? Soltanto “più Stato”
Cara Aspesi, chissà cosa sarà l’Italia tra cinquant’anni. Sicuramente,nel 2074, ci sarà ancora qualche rancoroso di turno che darà del fascista a qualcun altro che gli risponderà “epitandolo” come “comunista”. Purtroppo, il fascismo non è eterno, come diceva Eco, ma solo un fatto storico, come un regno o come la mafia. Sulla storia del fascismo italiano ho letto molto e ho capito che uno storico non si accontenta mai delle idee di un altro storico. Eppure è sotto gli occhi di tutti che il fascismo inventato da Mussolini e i suoi accoliti non fu una rivoluzione, né una controrivoluzione e men che mai un’evoluzione del nostro Paese. Il fascismo, al netto delle botte agli avversari, delle censure e dei confini, si manifesta come qualcosa di cui gli italiani hanno bisogno e cioè “Più Stato”. Per secoli, stati e staterelli hanno condizionato la vita degli italiani, al punto che tra Otto e Novecento, in milioni se ne fuggono via per non essere più vessati da conti, marchesi e feudatari vari. Da quasi un secolo, dunque, gli italiani vengono obbligati a stare nella penisola, a lavorare e fare figli con il beneplacito dello Stato. Alla fine si è creata un’enorme classe media che non lavora, non fa figli e soprattutto sta zitta se lo Stato gli dà da mangiare. E così è dagli anni Cinquanta ad oggi, con l’Iri, l’Eni, la tivù e i treni di Stato, la scuola e la sanità pubbliche. Questo per me è l’essenza del fascismo: non vedere, non sentire, non parlare, ma accettare; finché ce n’è per tutti. Grazie.
Luigi Lamberti
Più Stato? Mi vengono i brividi. Io non so, signor Lamberti, se quello che lei racconta sia “l’essenza del fascismo”. Guardi che io non l’escludo, pare che ogni giorno si parli sempre di più dell’atomica,e se uno ha la faccia desolata e inquinata dalla chirurgia, come Putin, può anche cominciare a crederci. Se poi non ci accorgiamo più di quel che ci capita forse il momento è giusto. Mi ha moltissimo impressionato vedere la premier prendere in giro gli avversari con boccucce e aria spaventata, come se ormai anche le grandi tragedie del mondo che ci attorniano, fossero, appunto “una cosa da ridere”. In più il grottesco che ci circonda: forse è vero, due guerre così vicine quando ci sono armi di massima meraviglia che distruggono centinaia di uomini alla volta sono sconvolgenti. Forse facciamo le guerre per prepararci alla fine? Per togliere di mezzo troppa gente? Lei mi consente di andare oltre: può darsi che oggi sia io di cattivo umore, ma mi dica lei in realtà cosa si aspetta?
Oppenheimer & gli altri: ancora sugli oscar
Cara Natalia, ti ho scritto qualche giorno fa a proposito di La zona di interesse che ha meritato l’Oscar anche perché sul pur bellissimo Io capitano è piombata, come una cappa oscura, la dichiarazione di uno degli sceneggiatori (tale Ceccherini) su «gli ebrei che vincono sempre». Semplicemente orribile. Ma questa volta non sono d’accordo con te. Ho trovato Oppenheimer un brutto film (buona solo la parte centrale su Los Alamos, noiosissima la parte dedicata alle inchieste e, soprattutto, a mio avviso, il film non comunica il senso enorme di tragedia, sia personale che mondiale di quel momento storico). E questo, sempre secondo me e in contrasto con te, per la pessima interpretazione di Cillian Murphy, che deve aver pensato che un genio deve avere perennemente lo sguardo fisso nel vuoto. In questi giorni, gira su Sky Documentary un documentario bellissimo su e con il vero Oppenheimer; Cillian avrebbe fatto bene a vederlo: forse, ogni tanto, avrebbe chiuso gli occhi.
Luciana Raffo Tatafiore
Da quando ho cominciato parlare anche di cinema, mi sono accorta che molta gente ci va, Allora perché si continua a piangere sul povero orfanello con le sale vuote? Forse al cinema non andranno più gli stupidotti, ma quelli che ci tengono e ne seguono gli eventi sono tanti. Da qualche parte,devo aver scritto che il film su Oppenheimer era un film “maschile”, cioè fatto, come a quei tempi, senza tener conto anche della esistenza delle donne. Poi, mi è sembrato che, dopo tanto femminismo, un film “maschio” col ritorno alla bomba (toccando ferro) poteva essere accettabile. Ebbene sì, gentile signora, mi ha conquistato la “maschilità” dell’impresa in tempi in cui si stava esagerando per dare spazio alle donne. Mi è invece piaciuto l’irlandese Cillian Murphy, per lo meno una faccia strana. Non ho visto il documentario con il vero Oppenheimer e mi sento un po’ invidiosa nei suoi confronti. Quanto a La zona d’interesse, la frase di Ceccherini, «gli ebrei vincono sempre», ha forse impedito che il film vincesse l’Oscar e si accontentasse di quello per i film stranieri. Ma era troppo importante perché non vincesse.