Scrittori uniti contro Trump? Più che altro divisi su Biden
dalla nostra inviata Anna LombardiNEW YORK. Washington, abbiamo un problema: e non si chiama (solo) Donald Trump. La guerra a Gaza sta entrando sempre più pesantemente nella campagna elettorale, pesando sul gradimento di Joe Biden nel suo partito. La base elettorale democratica è più divisa che mai: e perfino il sostegno incondizionato degli intellettuali e della democraticissima Hollywood è in forse. L’impatto sulle elezioni potrebbe essere pesante: con buona pace del fatto che Trump è molto più vicino al premier israeliano Benjamin Netanyahu di quanto lo sia il presidente in carica. Certo, a otto mesi dal voto, è difficile dire quanto peserà: «Ma difficilmente porterà ad appelli unitari e a un impegno comune del mondo della cultura per far rieleggere un democratico come accaduto più volte in passato», ci dice lo scrittore Percival Everett, finalista al Pulitzer col suo recentissimo James: «Resta il fatto che la democrazia è davvero a rischio, perché manchiamo sempre più di empatia. Nessuno prova a immedesimarsi nell…
NEW YORK. Washington, abbiamo un problema: e non si chiama (solo) Donald Trump. La guerra a Gaza sta entrando sempre più pesantemente nella campagna elettorale, pesando sul gradimento di Joe Biden nel suo partito. La base elettorale democratica è più divisa che mai: e perfino il sostegno incondizionato degli intellettuali e della democraticissima Hollywood è in forse. L’impatto sulle elezioni potrebbe essere pesante: con buona pace del fatto che Trump è molto più vicino al premier israeliano Benjamin Netanyahu di quanto lo sia il presidente in carica. Certo, a otto mesi dal voto, è difficile dire quanto peserà: «Ma difficilmente porterà ad appelli unitari e a un impegno comune del mondo della cultura per far rieleggere un democratico come accaduto più volte in passato», ci dice lo scrittore Percival Everett, finalista al Pulitzer col suo recentissimo James: «Resta il fatto che la democrazia è davvero a rischio, perché manchiamo sempre più di empatia. Nessuno prova a immedesimarsi nelle sofferenze dell’altro e questo porta alla divisione politica cui assistiamo ora. E di cui Trump approfitta. Non siamo mai stati in una situazione così difficile. Non so come ne usciremo».
Gli uncommited
Molti dem lo stanno imparando a proprie spese: la deputata “socialista” Alexandria Ocasio-Cortez è stata contestata in un cinema di Brooklyn da un gruppo che l’ha accusata di non aver mai usato la parola “genocidio” parlando del popolo palestinese. Il deputato californiano Adam Schiff, capo della Commissione Intelligence della Camera, ha dovuto interrompere un comizio davanti a manifestanti che gridavano “Cessate il fuoco ora!”. E perfino Joe Biden, nel giorno del discorso sullo Stato dell’Unione, è stato costretto a cambiare percorso per non incrociare su Pennsylvania Avenue i tanti che brandivano striscioni con scritto “Genocidio”. Ormai ogni evento dem (e non solo: i manifestanti erano anche agli Oscar) ha la sua protesta. E il timore che le scelte della Casa Bianca su Gaza finiranno per pesare prima alla Convention democratica di agosto a Chicago (dove già si temono disordini) e poi sul voto di novembre è tale che cento facoltosi donatori del partito – e fra questi molti ebrei – hanno sottoscritto una lettera al presidente avvertendolo: «La rabbia per il persistere della sanguinosa guerra di Gaza aumenta le possibilità di vittoria di Donald Trump». Invitandolo a «non dare ulteriore supporto incondizionato a Israele».
A spaventarli, il numero di elettori che nel corso delle primarie dell’asinello sta scrivendo per protesta uncommitted, “non impegnato” (a votare Biden, ndr), sulla scheda, seguendo l’esempio dei 101 mila che per primi lo hanno fatto nel Michigan, lo Stato più arabo d’America, dove alle presidenziali peserà ogni voto. Una forma di dissenso che si è rapidamente estesa: tanto che si calcola riguardi ormai il 13 per cento degli iscritti a votare come democratici. Se l’81 per cento dei dem approva l’operato complessivo di Biden, secondo un recente sondaggio di Fox, la gestione della guerra dispiace al 44 di questi. E il 63 afferma che la risposta militare di Israele a Gaza è «andata troppo oltre».
Hollywood spaccata
Un rischio ormai recepito dalla leadership dem, che pochi giorni fa ha spinto Chuck Schumer – leader della maggioranza al Senato, l’ebreo con la più alta carica istituzionale negli Stati Uniti – a chiedere nuove elezioni in Israele: «Netanyahu ha perso la strada dando alla personale sopravvivenza politica la precedenza sugli interessi del Paese». Affermazione subito cavalcata da Trump: «Gli ebrei che votano Biden odiano Israele e la loro religione», ha detto. Mentre lo speaker repubblicano Mike Johnson si è subito messo al lavoro per organizzare un intervento di Netanyahu alla Camera. «Mi sconvolge che Trump abbia l’ardire di accusare la maggioranza degli ebrei americani di essere praticamente la quinta colonna di Hamas. La politica americana è un disastro», ci dice in una dolentissima mail lo scrittore Nathan Englander, autore, fra gli altri, di Kaddish.com e Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank. Ben sapendo che dall’indomani della strage perpetrata da Hamas il 7 ottobre e della reazione militare israeliana, una frattura profonda attraversa anche il mondo della cultura e dello spettacolo.
A essere divisa fra chi fa dichiarazioni di solidarietà a Israele e chi si pronuncia contro le morti di civili a Gaza è soprattutto Hollywood. Dove a chiedere il cessate il fuoco sono noti attivisti come gli attori Mark Ruffalo, Cynthia Nixon, Angelina Jolie, Susan Sarandon: quest’ultima cacciata dalla United Talent Agency cui apparteneva, mentre lo scrittore Ta-Nehisi Coates, che pure era il primo firmatario di una lettera di critiche, è sopravvissuto alla medesima epurazione. Ma intanto pure le parole del regista ebreo Jonathan Glazer mentre riceveva l’Oscar per La zona d’interesse («Rifiutiamo che il nostro essere ebrei e l’Olocausto vengano strumentalizzati da un’occupazione che per tante persone innocenti ha portato al conflitto, siano esse le vittime del 7 ottobre in Israele o dell’attacco in corso a Gaza») sono state stigmatizzate da una lettera firmata da 1.200 personalità ebraiche di Hollywood. Nel testo, fra l’altro si scrive: «Rifiutiamo l’equivalenza morale tra lo sterminio perpetrato dai nazisti per motivi razziali e Israele che cerca di evitare la propria cancellazione prendendo di mira Hamas, non i civili». Divisioni che pesano sempre più: non è un caso che la settimana scorsa la diplomazia americana per la prima volta abbia presentato all’Onu una risoluzione per il “cessate il fuoco immediato e prolungato”. Ribaltando totalmente la propria precedente posizione.
Sul Venerdì del 29 marzo 2024