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Don Winslow: ho raccontato l’America in rovine ma ora scrivo sui social. Contro Trump

Lo scrittore americano Don Winslow, 70 anni, nel suo studio di Julian, in California (John Francis Peters/The New York Times) 
Intervista allo scrittore, in libreria con “Città in rovine”, l’ultimo romanzo della trilogia di Danny Ryan. “Qualunque cosa purché non torni quel fascista. Io mi alzo, leggo i giornali e produco video e post. Non sono Taylor Swift, ma due milioni di follower ce li ho».
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Tre sono gli oggetti chiave che appaiono sullo schermo durante questa intervista a Don Winslow nella sua casa in California: il computer che ha davanti, la tazza che stringe in mano e il poster che ha sulla parete a fianco. Il primo gli è servito per l’attività di romanziere e adesso, visto come funziona la politica contemporanea, per quella di attivista. La seconda porta il marchio della macelleria Satriale’s, quella dei Soprano, e richiama il suo presente storico di autore di una trilogia sulla mafia della costa orientale americana. Il terzo reca una scritta, “Eddie would go”, ispirata a un surfer hawaiano capace di affrontare le onde più alte per sfida o per salvare qualcuno, un monito di coraggio che precede e, se ce la fa, accompagna ogni sua scelta. Intorno a lui la città in fiamme che aprì l’epica di Danny Ryan: consumati i sogni, ora è in rovine. Finita. Si conclude così: “La stessa onda viene risucchiata dall’oceano e porta con sé le ceneri”. Possiamo tornare, tutti, a casa.

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Tre sono gli oggetti chiave che appaiono sullo schermo durante questa intervista a Don Winslow nella sua casa in California: il computer che ha davanti, la tazza che stringe in mano e il poster che ha sulla parete a fianco. Il primo gli è servito per l’attività di romanziere e adesso, visto come funziona la politica contemporanea, per quella di attivista. La seconda porta il marchio della macelleria Satriale’s, quella dei Soprano, e richiama il suo presente storico di autore di una trilogia sulla mafia della costa orientale americana. Il terzo reca una scritta, “Eddie would go”, ispirata a un surfer hawaiano capace di affrontare le onde più alte per sfida o per salvare qualcuno, un monito di coraggio che precede e, se ce la fa, accompagna ogni sua scelta. Intorno a lui la città in fiamme che aprì l’epica di Danny Ryan: consumati i sogni, ora è in rovine. Finita. Si conclude così: “La stessa onda viene risucchiata dall’oceano e porta con sé le ceneri”. Possiamo tornare, tutti, a casa.

Dopo essere stato attore, sceneggiatore, guida turistica, detective, infine scrittore, e dopo aver scritto 23 romanzi (tra cui Il potere del cane, Il cartello, Il confine, Il re del mondo, Le belve, L’inverno di Frankie Machine) che hanno venduto milioni di copie e sono stati spesso trasposti in film di successo, Don Winslow potrebbe riposarsi – ma la guerra non è terminata, non possiamo riposare in pace. Cominciò trent’anni fa, quando decise di leggere i classici per provare a scrivere una storia di mafia «definitiva».

Davvero, dopo Il Padrino e mentre iniziavano i Soprano, pensava di potercela fare?

«Figurarsi se non ero pieno di dubbi. E ne ho ancora. Non sono sicuro di esserci riuscito. Eravamo tutti all’ombra del Padrino, che prima di essere una grande trilogia cinematografica è stato un libro strepitoso. Pochi oggi ricordano che effetto ebbe, lo leggevano tutti, in ogni parte del mondo. Poi è arrivato Goodfellas e, mentre stavo scrivendo il terzo volume della Città, ecco I Soprano...».

Alla tradizione si aggiungeva l’innovazione. Che cosa le rimaneva?

«L’incrocio con la classicità. Vede, mi ero preso del tempo, volevo finalmente affrontare la lista dei libri che si devono leggere nel corso della vita. Cose che si rimandano sempre, invece mi ero dato sette anni per farlo. A metà mi sono imbattuto nella grande letteratura greca e latina. L’Iliade, l’Odissea, l’Eneide, le tragedie di Eschilo sono uno straordinario esempio di crime fiction. Ho pensato di incrociarle con la realtà che conoscevo».

Da ex investigatore?

«Anche da semplice abitante del Rhode Island. Ai più non risulta, ma è una terra di gangster. Per dire: ho visto Il Padrino al cinema con i figli di noti mafiosi».

Si sono riconosciuti?

«Di più. L’effetto è stato quello di creare una realtà. All’epoca nessuno usava il termine “padrino”. È stato il film a crearlo. Anche io, nel mio piccolo, ho avuto buone recensioni nell’ambiente».

Le ha trovate su internet, sotto pseudonimi?

«No, le ho ricevute di persona. Una volta ero seduto allo stadio, stavo guardando una partita di baseball e un noto boss mi si è seduto a fianco, mi ha fatto i complimenti, poi si è alzato e se n’è andato».

Confortante, ma come può un personaggio del genere assomigliare a Enea?

«Enea era il modello ideale per Danny Ryan. Volendo costruire un personaggio con tre incarnazioni si prestava alla perfezione. Atto primo: guerra di Troia, Enea è un soldato, non un condottiero, e così Danny nella faida tra irlandesi e italiani a Providence. Atto secondo: Enea è un esule, un profugo, come Danny che fugge in California con l’anziano padre e il figlio. Atto terzo: Enea costruisce un impero, sulla sabbia. Infatti Danny va a Las Vegas, dove era ancora possibile farlo. Certo, mi sentivo sulle spalle di Virgilio e Scorsese, ma come si dice: imparalo e dimenticalo. O anche: se incontri il Buddha per la strada, uccidilo».

Appunto. In questa trilogia c’è meno violenza rispetto a quella del Confine. Molto spesso il racconto si ferma prima dell’atto, quasi una dissolvenza cinematografica: per scelta?

«Le violenze narrate al confine erano tutte tratte da fatti veramente accaduti, di cui avevo avuto conoscenza come investigatore. Qui invece guida la mia immaginazione e posso limitare certi gesti o non renderli espliciti».

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Lei ha scelto un protagonista, Danny Ryan, un po’ meno cattivo dei cattivi. Non vorrebbe trafficare in droga né uccidere, lo fa in maniera riluttante: è una forma di pudore? Una clausola di salvaguardia? Voleva evitare la solita accusa che con Scarface o don Corleone si creano alla fine modelli aspirazionali?

«Non sono un filosofo o un moralista. Scrivo storie. Porto il lettore in un mondo dove da solo non entrerebbe. Racconto dal punto di vista del personaggio, quindi in modo soggettivo. Da investigatore ho conosciuto molti mafiosi, li ho interrogati. Puoi odiarli, odiare quel che fanno, ma hanno un loro punto di vista e quel punto di vista non va condiviso, ma va capito. Non credo che uno spettatore diventi un gangster perché vede Marlon Brando accarezzare un gatto in grembo. Però esistono pulsioni in cui ci si può riconoscere».

Quell’idea di giustizia che lo Stato non garantisce?

«Esattamente. La scena iniziale del Padrino. Il padre della ragazza stuprata che “credeva nell’America”, ma è rimasto deluso e si rivolge al padrino per avere vendetta, o giustizia, dipende dai punti di vista. Ma sa qual è la scena rovesciata e straordinaria? Sta nei Soprano. La psicologa che ha in cura Tony, il protagonista, è stata stuprata. Il pubblico lo sa, lui no. Lei parla, più volte sembra sul punto di rivelarglielo, ma non lo fa. Lei sa, noi sappiamo, che se lo facesse, Tony Soprano la vendicherebbe, nel più crudele dei modi. E io credo che tutti noi, io per primo, vedendo quella scena vorremmo che glielo dicesse, la imploriamo perché glielo dica. Tutti vorremmo un Brando che ci sistema le cose. Tutti dicono di “conoscere qualcuno”. Che gli toglie una multa o mette a tacere un vicino rumoroso. “Conosco qualcuno” è il motto della nazione. Ma la vita non è così, la vita è frustrazione».

La sua reazione è cambiarla, la vita. Da guida per safari a investigatore a scrittore. E ora ha annunciato l’abbandono della scrittura per l’attivismo politico. Non era possibile dedicarsi all’impegno politico scrivendo? Non si combatte, non si cambiano le cose anche con i libri?

«Non ci sono i tempi. Con un libro ci vogliono anni per arrivare al pubblico. Avrei finito per scrivere l’elegia della democrazia americana, il suo necrologio. Bisogna essere più veloci e arrivare a più persone. Si deve combattere dove è il campo di battaglia. Per questo lo faccio sui social. Mi alzo la mattina, leggo i giornali e poi comincio a produrre post e video. Gli spunti sono innumerevoli, ogni giorno».

Con un solo bersaglio: Donald Trump. Quando lui era stato sconfitto, nel 2020, ma lei lo attaccava, le dicevano che era fuori tempo, che non era più un problema. E adesso?

«Sostenevo che Trump era un fascista nel 2015, prima che diventasse presidente. Mi davano del pazzo. Magari avessi avuto torto. Lo è. Ed è razzista. Ed è un traditore dell’America che dovrebbe essere processato per questo, e condannato. Ma non è accaduto, hanno perso l’occasione, il tempo, e poi hanno avuto paura. E lui è tornato, come temevo. Il Partito repubblicano lo sta sostenendo di nuovo, andando oltre ogni vergogna».

Però il punto è un altro. A votarlo è la gente, liberamente: che vogliamo fare?

«Però...però... la gente lo ha frainteso. Lo votano i meno abbienti pensando che farà qualcosa per loro, che cosa? Li inviterà a cena nella sua proprietà in Florida? Lui li detesta, i poveri. Neppure lui crede a sé stesso».

Però il punto resta che a credergli sono gli altri... e non è che non lo conoscano, è già stato presidente per quattro anni. Quindi?

«Credo sia un problema psicologico, quel che si definisce dissonanza cognitiva. Mentono a sé stessi. Lo seguono come i seguaci di una setta seguono il guru, anche se hanno capito che non è un profeta ma un impostore. Eppure qualcosa si muove. Qualcuno comincia a staccarsi. L’altro giorno il cowboy del ranch qui a fianco è venuto a cercarmi per dirmi: avevi ragione tu, Trump è invotabile».

Però... con tutto il rispetto, il cowboy è uno, ne restano milioni…

«Sì, e io non sono Taylor Swift, non posso influenzare milioni di persone, anche se ho due milioni di follower. Però, stavolta lo dico io, non possiamo dare per scontato l’esito. A noi piace tanto fare previsioni e pronostici, ma poi il mondo decide diversamente e le cose prendono un’altra direzione. Arriva la pandemia o scoppia la guerra in Ucraina o il sette ottobre, l’undici settembre e nessuno che avesse previsto niente del genere. Noi possiamo solo continuare a fare quel che facciamo perché ci crediamo. Non possiamo metterci sul divano e stare a vedere quel che succede. Ho settant’anni, un giorno i miei nipoti mi chiederanno: che cos’hai fatto tu per impedirlo?».

Per impedire che cosa? Qual è lo scenario peggiore?

«Una dittatura».

Proprio su queste pagine il suo collega John Grisham ha detto: «Quattro anni fa eravamo pronti a votare chiunque purché non fosse Trump, perché non dovremmo essere pronti a rifarlo?». Si può continuare a motivare il voto con “chiunque purché non”?

«Premesso che Biden è sottovalutato, io piuttosto che Trump voterei per uno scimpanzè schizofrenico e sono sicuro che sarebbe un presidente migliore».

Riceve molti “complimenti” per affermazioni come questa?

«Ah certo, mi fermano anche per strada per augurare la morte a me, ai miei familiari e a i miei amici. Li ascolto per un minuto poi me ne vado, con alcuni è inutile provarci».

Ha settant’anni. Ha avuto successo. Ha una famiglia, degli amici. Magari i nipoti la perdoneranno, perché non lascia perdere?

«La vede quella scritta sul poster? Dice: Eddie would go (Eddie ci andrebbe, ndr). Eddie Aikau era un surfista hawaiano che affrontava onde altissime. Faceva anche il bagnino e salvò molte persone buttandosi nell’oceano in situazioni che nessun altro avrebbe affrontato, mareggiate all’apparenza impossibili. “Eddie would go” è diventato un modo di dire per farsi forza. Quando vedi una situazione difficile, quando pensi di non potercela fare e stai per rinunciare, allora ti dici: Eddie ci andrebbe. E vai».

Quanto spesso lo fa?

«Una, anche due volte al giorno. Con questo non voglio passare per un eroe: non vado al fronte, sto al computer e pigio un pulsante».

Ci sono Paesi dove fare una cosa del genere richiede eroismo.

«La Russia di Putin, idolo di Trump, ad esempio. Proprio per questo serve farlo adesso, perché non diventi proibito».

Non servirebbe piuttosto una chiamata all’azione? Non si rischia di scambiare la partecipazione con un clic? Dove sono le manifestazioni di massa?

«Ci sono state anche di recente: Black Lives Matter, per dire. Poi magari la televisione non le mostra o fa un’inquadratura riduttiva e pochi restano colpiti. Con un post o un video invece arrivi a milioni di persone».

Che magari leggono, guardano, mettono un segno di approvazione poi vanno ad aprire il frigorifero e si prendono una lattina ghiacciata…

«Può darsi, ma io non voglio essere pessimista, o cinico. La natura umana è la stessa da secoli, per questo Eschilo è attuale.Ma credo nel karma e nel fatto che non si possa smettere di sperare».Ma si può smettere di scrivere…«Era il momento. Ho finito la trilogia, c’è una situazione drammatica da evitare. Ho avuto tanto, più di quanto pensassi. E sono grato a chi mi ha pubblicato, letto, ascoltato. Davvero, grazie a tutti».

Sul Venerdì del 29 marzo 2024

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