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Edoardo Sylos Labini: “Finalmente con la destra lavoro in Rai”

Edoardo Sylos Labini (52 anni). Dal 24 marzo conduce su Rai3 Inimitabili (Maurizio D'Avanzo/ ipa-agency) 
Uno spot famoso, il teatro, legami che contano. «Ma la sinistra non mi faceva lavorare» dice l’Antò più famoso della pubblicità italiana. E ora che ha un programma su Rai 3? «Non è spoils system, è giustizia»
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Edoardo Sylos Labini, 52 anni, è l’Antò più celebre della televisione italiana. Sì, lui, quello a cui Luisa Ranieri, nelle prime ore di un rovente pomeriggio estivo sussurrava l’indimenticabile: «Antò, fa caldooo…».

Dal 24 marzo è in tv con una nuova trasmissione su Rai 3, Inimitabili, dedicata alle vite di Giuseppe Mazzini, Filippo Tommaso Marinetti, Gabriele D’Annunzio e Giovannino Guareschi.

Ma Antò gli è rimasto nel cuore: «Una piccola grande rievocazione della commedia all’italiana con la quale sono già entrato nella storia della tv», dice con modestia. «Quindi, se non dovessi riuscirci con la mia trasmissione, sono comunque tranquillo», aggiunge ironico.

Di certo sarà ricordato come un altro scudiero di TeleMeloni.«E sa quante volte sentirò questa cosa? Ma io sono s…

Edoardo Sylos Labini, 52 anni, è l’Antò più celebre della televisione italiana. Sì, lui, quello a cui Luisa Ranieri, nelle prime ore di un rovente pomeriggio estivo sussurrava l’indimenticabile: «Antò, fa caldooo…».

Dal 24 marzo è in tv con una nuova trasmissione su Rai 3, Inimitabili, dedicata alle vite di Giuseppe Mazzini, Filippo Tommaso Marinetti, Gabriele D’Annunzio e Giovannino Guareschi.

Ma Antò gli è rimasto nel cuore: «Una piccola grande rievocazione della commedia all’italiana con la quale sono già entrato nella storia della tv», dice con modestia. «Quindi, se non dovessi riuscirci con la mia trasmissione, sono comunque tranquillo», aggiunge ironico.

Di certo sarà ricordato come un altro scudiero di TeleMeloni.«E sa quante volte sentirò questa cosa? Ma io sono sempre stato schierato a destra. E l’ho sempre detto, anche pubblicamente».E così, ora che la destra è al governo, ecco Sylos Labini in tv.

«Non sono salito sul carro dei vincitori, come tanti stanno facendo. Mi sono sempre occupato di cultura. Cercando di farlo in uno schieramento politico che, dal Dopoguerra a oggi, se ne è sempre interessato poco».

Perché non ammettere, semplicemente, di essere stato piazzato in virtù dello spoils system?

«Un sistema praticato dalla sinistra per decenni. Fa parte del gioco. Ma, mi permetta, io tutto questo spoils system non lo vedo».

Ma come? Nega che la maggioranza stia prendendosi tutto ciò che si muove intorno alla cultura?

«Guardi che per affermare un sistema culturale non basta nominare un direttore o un presidente. La macchina della cultura è molto più complessa. Ci vogliono idee, ci vuole un esercito, non soltanto i generali. Bisogna avere una visione».

E la sua, di visione, si esplica proprio nel momento in cui…

«Ma le mie idee le ho sempre espresse. Anche in Rai. E la Rai a trazione centrosinistra le ha sempre rifiutate. Comunque la mia trasmissione racconta grandi personaggi, che appartengono a tutti».

Eppure le malelingue dicono che stia dando il suo contributo alla costruzione di un fantomatico Pantheon della destra.

«No. Sono personaggi che ho sempre raccontato, soprattutto in teatro. La mia carriera parla da sola».

Responsabile della Cultura in Forza Italia.

«E me ne sono andato perché, da libero intellettuale, non ero e non sono pronto ai compromessi».

Abbia pazienza, la famiglia è stata di aiuto.

«All’epoca ero sposato con Luna Berlusconi, la figlia di Paolo. Ma Silvio non mi ha dato in gestione le cliniche o la sanità. Mi ha assegnato una responsabilità su un terreno che conoscevo. L’unico che ho sempre frequentato. Ho iniziato con Alida Valli e Giuseppe Patroni Griffi».

Quanto le piace Giorgia Meloni?

«Politicamente apprezzo le sue posizioni. Ma critico se sento il bisogno di farlo. Sono libero. Ho fondato un giornale, CulturaIdentità, che mando avanti senza prendere un euro dai partiti».

Nessuno dal centrodestra le ha offerto consigli, diciamo così, su come costruire il programma?

«Nessuno. E lavoro con una squadra preesistente, quella di Rai Cultura. Mi faccio aiutare solo da due miei collaboratori storici».

E come l’ha accolta la squadra preesistente?

«All’inizio, insomma, ho percepito il pregiudizio. Ma poi è andata bene. Quello che voglio fare è solo raccontare un personaggio, descriverne le idee, la forza dei valori. Cerco di essere oggettivo. E di lavorare con un linguaggio nuovo che metta insieme teatro e documentario. Aiuta a capire di più il valore culturale».

A proposito: che voto darebbe al ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano?

«Così mi mette in difficoltà».

Adesso non dica che Sangiuliano ha trovato il deserto, o meglio un feudo della sinistra.

«E infatti non lo dico. Anzi, il ministro dovrebbe dare più spazio a voci diverse. Solo così si può conquistare consenso. Con il pluralismo».

Negli anni scorsi ha dedicato uno spettacolo a Italo Balbo.

«Condottiero e aviatore».

Certamente, e anche fascista. Non una scelta neutrale, ecco.

«Guardi che io critico e condanno le cose deplorevoli che ha fatto il fascismo. Condanno tutti i regimi. Ma bisogna anche cominciare a raccontare il fascismo in maniera analitica. E non parlarne solo quando quattro scemi fanno il saluto romano. Soprattutto, basta con il doppiopesismo. La stessa condanna dovrebbe essere rivolta a chi, dai centri sociali, viene a interrompere le presentazioni dei miei libri».

Allora tra gli “inimitabili” metterà anche degli antifascisti?

«Nella prossima edizione farò di sicuro Antonio Gramsci. Quest’anno avrei voluto raccontare la vita di Pier Paolo Pasolini, mi hanno detto di no».

Motivo?

«Andiamo avanti».

Lei appartiene a una famiglia importante nella storia della sinistra italiana. L’avranno presa bene.

«La mia famiglia ha tante ramificazioni. I figli di Paolo (l’economista, ndr.) hanno negato la nostra parentela quando ho sposato una Berlusconi».

Addirittura?

«Ma poco tempo prima mi avevano chiesto di leggere in pubblico testi del padre».

Le famiglie sono complicate. Finiamo con lo sport?

«Prima giocavo a calcio. Adesso faccio solo cose da cinquantenne».

Squadra del cuore?

«Da vero futurista, mi hanno sempre infastidito le visioni assolute e ideologiche».

Insomma?

«Ero romanista, sono diventato laziale». E si sa, il tifo, come la famiglia, è una macchina complicata.

Sul Venerdì del 29 marzo 2024

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