Contro la siccità, consigli per raccogliere l’acqua piovana
di Giuliano AluffiSe sapessimo che dal cielo sta per piovere oro, ci daremmo da fare per coprire di secchi i nostri tetti. Eppure nei Paesi industrializzati snobbiamo la raccolta e il riuso dell’acqua piovana, che si avvia a essere l’oro blu del futuro. Oggi nei Paesi poveri, e in aree siccitose di Paesi ricchi come l’Australia, la raccolta della pioggia è la maggiore risorsa idrica, ma diventerà sempre più importante anche nel resto del mondo, Paesi mediterranei inclusi, perché con il cambiamento climatico, da un secolo a questa parte, è cambiato il regime annuale delle precipitazioni: il Nord Europa è diventato più umido (dal 10 al 40 per cento) e il Sud Europa è del 20 per cento più arido. Inoltre il ciclo dell’acqua oggi è più veloce (si stima che acceleri del 7 per cento per ogni grado centigrado in più), e quindi c’è più umidità in atmosfera, con un aumento nell’intensità degli eventi estremi. Ma se durante le “bombe d’acqua” in città non si raccoglie la pioggia, questa scorre rapidamente sul suo…
Se sapessimo che dal cielo sta per piovere oro, ci daremmo da fare per coprire di secchi i nostri tetti. Eppure nei Paesi industrializzati snobbiamo la raccolta e il riuso dell’acqua piovana, che si avvia a essere l’oro blu del futuro. Oggi nei Paesi poveri, e in aree siccitose di Paesi ricchi come l’Australia, la raccolta della pioggia è la maggiore risorsa idrica, ma diventerà sempre più importante anche nel resto del mondo, Paesi mediterranei inclusi, perché con il cambiamento climatico, da un secolo a questa parte, è cambiato il regime annuale delle precipitazioni: il Nord Europa è diventato più umido (dal 10 al 40 per cento) e il Sud Europa è del 20 per cento più arido. Inoltre il ciclo dell’acqua oggi è più veloce (si stima che acceleri del 7 per cento per ogni grado centigrado in più), e quindi c’è più umidità in atmosfera, con un aumento nell’intensità degli eventi estremi. Ma se durante le “bombe d’acqua” in città non si raccoglie la pioggia, questa scorre rapidamente sul suolo artificiale e finisce in massa prima nelle fogne, sovraccaricandole, e poi nei fiumi, aumentando il rischio di piene e allagamenti.Un quadro che porta l’Onu a inserire raccolta e riuso di acqua piovana tra i mezzi per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile.
«Le città diventano sempre più grandi, per il 2050 il 68 per cento dell’umanità vivrà in città e la richiesta d’acqua sempre più concentrata in pochi punti metterà in difficoltà le infrastrutture di trasporto, distribuzione e trattamento dell’acqua», dice Gianfranco Becciu, docente di Costruzioni idrauliche al Politecnico di Milano. L’acqua piovana non può sostituire tutte le risorse idriche: «Ma può alimentare una grande parte degli usi sia domestici sia industriali, che a rigore non richiederebbero acqua potabile», aggiunge. «Oltre il 50 per cento del nostro consumo d’acqua domestico potrebbe venire dalla pioggia: il lavaggio dei vestiti, il lavaggio di superfici interne ed esterne, il flussaggio del wc, l’irrigazione di orti e giardini».Se in Italia se ne parla ancora poco è soprattutto per motivi economici: «La raccolta da noi», spiega il docente, «è limitata ad alcune zone rurali, soprattutto le più siccitose. Il costo del riuso di acqua piovana è intorno a 2 euro al metro cubo: in Europa il costo dell’acqua distribuita dall’acquedotto è ben superiore, mentre in Italia in molti casi è attorno a 1 euro, o anche meno, come a Milano. Ma la situazione può cambiare nel futuro prossimo, per la riduzione nella disponibilità da altre fonti, non solo quantitativa: la qualità delle acque che vanno in acquedotto sta infatti peggiorando per effetto dell’inquinamento». E infatti, precisa Becciu, «circa il 10 per cento dei Comuni italiani ormai ha nei suoi regolamenti edilizi degli incentivi al riuso di acqua piovana, e molti costruttori stanno realizzando edifici con sistemi di raccolta».
Nell’ultima legge finanziaria, il Friuli ha inserito un fondo di due milioni di euro come bonus per gli impianti di recupero dell’acqua piovana.
Serbatoi anti alghe
Ma come funziona? Servono superfici opportune, come i tetti di palazzi e garage, e grondaie e pluviali (i tubi che portano giù l’acqua che scorre nelle grondaie) dotati di filtri. «Il tetto ideale è di metallo, meno poroso dei tetti in asfalto. E comunque bisogna sempre buttare via la prima acqua (tipicamente i primi venti litri), perché trascina le polveri del tetto e le deiezioni degli uccelli. Poi serve inserire filtri tra grondaia e pluviale per trattenere foglie, insetti e altri materiali», spiega l’esperta in bioedilizia Renee Dang, autrice del libro Raccogliere l’acqua piovana (TerraNuova). «Consiglio di iniziare con un serbatoio da 400 litri, in Hdpe (polietilene ad alta densità) o metallo a uso alimentare (acciaio zincato o inox) e aumentare la dimensione in seguito. È importante che sia opaco: se filtra luce solare, può far crescere alghe».Per la depurazione si possono usare diversi sistemi. «Con la nano-filtrazione si filtrano non solo i batteri, ma anche quasi tutti i virus, arrivando a eliminare il 99,9 per cento dei microrganismi, una condizione quindi molto simile alla potabilità», aggiunge Becciu. «Ma è un sistema ancora costoso. Soluzioni più economiche sono la disinfezione con raggi ultravioletti, oppure la classica clorazione con pastiglie, che è anche più duratura». Comunque, seppure disinfettata, è meglio non berla. «In origine la pioggia è purissima, ma già durante la caduta può mescolarsi agli inquinanti nell’aria. Il pulviscolo atmosferico e l’anidride carbonica possono rendere l’acqua più acida e in più può raccogliere lo sporco sul tetto. È difficile con un sistema domestico garantire gli stessi controlli e garanzie che si hanno nell’acquedotto pubblico», dice Giovanni Braca, ricercatore dell’Ispra. «Berla quindi non è consigliabile, anche perché è priva di sali minerali e quindi meno benefica dell’acqua del rubinetto o in bottiglia. Invece per irrigare le piante è migliore di quella del rubinetto, perché priva del cloro».
L’ecovillaggio di Modena
Quando l’acqua piovana filtra attraverso il terreno finisce nelle falde acquifere sotterranee, ed è lì che si arricchisce di minerali. Una strategia per evitarne lo spreco è raccoglierla, a livello urbano, per poi pomparla direttamente nella falda acquifera, e usarla in un secondo momento. Un esempio virtuoso è l’ecovillaggio Montale nella periferia di Modena, dove grazie a un sistema di tubi drenanti, pozzi e fossi, tutta la pioggia captata, dai palazzi, dai percorsi ciclopedonali, dalle aree a giardino e dai parcheggi a prato, viene convogliata nella falda. «La ricarica artificiale della falda difende l’acqua dall’evaporazione che invece si può avere conservandola in serbatoi o invasi in superficie», sostiene il ricercatore. «Ed è anche utile a ridurre l’abbassamento del terreno che si ha quando si estrae acqua dal sottosuolo». Sfruttare meglio l’acqua piovana si può, anche perché ne siamo ricchi: in Italia ogni anno piovono circa 285-300 miliardi di metri cubi d’acqua. In media sono mille millimetri per metro quadrato, ma con grandi differenze tra Nord e Sud (in Friuli sono oltre duemila, in Sicilia quattrocento). «Di tutta quest’acqua, ne preleviamo dall’ambiente (soprattutto dalle falde, dagli invasi artificiali, che sono circa 500, e dai laghi) un decimo: trenta miliardi di metri cubi. Di questi, 21 miliardi servono a uso agricolo e industriale, e 9 finiscono negli acquedotti, di cui 4 però si perdono per l’usura delle tubature», spiega ancora Braca. Paesi meno fortunati del nostro sanno bene che l’acqua è un tesoro: in Tanzania e Kenya, la ong Justdiggit sta rivitalizzando le zone più aride, come quella di Arusha, scavando buche a mezzaluna sopra la crosta dura del suolo: così si cattura la pioggia, si evita l’erosione del terreno fertile e aumenta la disponibilità per l’agricoltura.
Sul Venerdì del 29 marzo 2024