Suzi Ronson: così cambiai la testa a David Bowie
di Simona Orlando«Erano tutti fuori dal salone di bellezza a guardare l’assurda coppia in strada: lei vestita da uomo, lui con un lungo abito da donna che spingeva il passeggino» Suzi Ronson, su Zoom, ricorda il primo avvistamento della famiglia Bowie nel 1971 a Beckenham, sobborgo londinese dove faceva la parrucchiera. La signora Peggy era sua cliente: «Tra una piega e l’altra mi parlava del figlio artista, un tale David di Space Oddity, non ancora famoso, e mi presentò sua nuora Angie. Poi Angie mi chiese una permanente a domicilio, e mi si stravolse la vita». Nel memoir Me & Mr Jones: My Life with David Bowie and the Spiders from Mars (in inglese, con foto di Mick Rock, ed. Faber&Faber, 320 pp, 24 euro, disponibile dal 4 aprile), l‘autrice offre un punto di vista privilegiato, dall’interno e al principio: Bowie che assembla il gruppo, gli Spiders from Mars, e comincia a concepire Ziggy Stardust, la sua creatura più cangiante e dirompente; il chitarrista Mick Ronson, per tutti “Ronno”, che d…
«Erano tutti fuori dal salone di bellezza a guardare l’assurda coppia in strada: lei vestita da uomo, lui con un lungo abito da donna che spingeva il passeggino» Suzi Ronson, su Zoom, ricorda il primo avvistamento della famiglia Bowie nel 1971 a Beckenham, sobborgo londinese dove faceva la parrucchiera. La signora Peggy era sua cliente: «Tra una piega e l’altra mi parlava del figlio artista, un tale David di Space Oddity, non ancora famoso, e mi presentò sua nuora Angie. Poi Angie mi chiese una permanente a domicilio, e mi si stravolse la vita». Nel memoir Me & Mr Jones: My Life with David Bowie and the Spiders from Mars (in inglese, con foto di Mick Rock, ed. Faber&Faber, 320 pp, 24 euro, disponibile dal 4 aprile), l‘autrice offre un punto di vista privilegiato, dall’interno e al principio: Bowie che assembla il gruppo, gli Spiders from Mars, e comincia a concepire Ziggy Stardust, la sua creatura più cangiante e dirompente; il chitarrista Mick Ronson, per tutti “Ronno”, che diventa non solo “il suo Jeff Beck” (Bowie lo chiamava così), ma il suo suono distintivo; Suzi che passa dal coiffeur di quartiere a curare i look di un’opera vivente per tre dischi – The Rise and Fall of Ziggy Stardust, Aladdin Sane, Pin Ups - e rispettivi tour, finendo per sposare Ronson. È il racconto dettagliato di un’avventura marziana durata meno di tre anni, ma rimasta nella storia del rock.
Mrs. Ronson, il taglio alla Ziggy è ancora ovunque. Come nacque?
«Andai a casa di Angie per farle la permanente e David mi mostrò la foto di una modella con un mullet fiammante. Chiese: “Che ne dici?”. Risposi che sarebbe stato il primo a portare i capelli corti, Beatles e Stones li avevano lunghi. Pregai che andasse bene. Mai fatto prima, tanto meno su un uomo. Inventai un colore rosso, sforbiciai e aggiunsi un prodotto tedesco che usavo per fissare le chiome delle signore».
Gli piacque subito?
«Era perfetto su di lui, così magro, collo da cigno, pelle d’alabastro, postura grandiosa. Fui pagata due sterline ma lo avrei fatto anche gratis. I Bowie erano sgargianti e eccitanti, volevo assolutamente frequentare la loro villa di Haddon Hall».
Un po’ Factory, un po’ comune hippie?
«Sì, artisti e stilisti parlavano di Andy Warhol e William Burroughs, si suonava. Ci si era appena trasferita a vivere la band di David. Lì lo vidi baciare un uomo. Lui e Angie avevano un matrimonio aperto. Per me fu uno shock culturale».
Lei stessa passò una notte con Bowie.
«Dovevo distruggere le mie grigie idee di periferia, se volevo entrare in quel mondo».
A Haddon Hall incontrò anche Lou Reed.
«Bowie parlava di Lou con riverenza, e mi fece strano vedere una rockstar americana così nervosa, pietrificata prima di salire su un palco inglese. Reed mi chiese di prepararlo per il concerto allo Scala. Gli feci i capelli e gli truccai gli occhi da panda. La foto diventò la copertina del disco Transformer».
Si occupò anche di Iggy Pop?
«Lo incontrai a casa di David con Lou, ma lavorai per lui a Los Angeles. Gli tinsi i capelli di blu e mi raccomandai di lavarli un paio di volte prima di andare in piscina. Non mi ascoltò e macchiò da lato a lato la piscina del Beverly Hills Hotel. Fu cacciato».
Che rapporto avevano Lou Reed, David Bowie e Iggy Pop?
«Di grande stima. Lou era più silenzioso, aveva un pubblico più dark del nostro. Iggy era sfrenato sul palco, abbastanza normale fuori. Nessuno dei due aveva lo stile esagerato di David. Tutti sembravano sorpassati di fronte a lui»
Come visse la costruzione di Ziggy Stardust?
«Fu la mia fortuna. Ero sconcertata e attratta. Bowie, dopo aver visto il film “Arancia Meccanica”, volle mischiare gli abiti dei violenti Drughi a tessuti Liberty e disegni spaziali. Con Lindsday Kemp, arrivarono sul palco i mimi, poi le opere tessili di Kansai Yamamoto, il teatro kabuki. Provammo per mesi. Quando vidi tutto montato, Bowie spiccava come un uccello esotico. Mi chiedevo se il mondo fosse pronto a ricevere quel teatro rock ‘n’ roll»
Gli Spiders from Mars lo erano?
«Musicalmente sì, ma erano tipi normali, a disagio con il trucco. Visto il successo dello show, si abituarono presto a gridare: “Dov’è il mio mascara?”. David e Mick erano dèi. Uno androgino, l’altro mascolino. Si completavano e venivano adorati in egual misura»
Era spesso sola con Bowie in camerino. Persona e personaggio differivano?
«A differenza di tante rockstar, con me David è sempre stato gentile, mai indecente e raramente primadonna».
Quando accadde?
«Tra un cambio e l’altro gli davo sempre un bicchiere di vino, una sigaretta e i pantaloni. Ma una sera si ruppe la zip. Era corrosa dal sudore. Per fortuna Mick vide Bowie nudo dietro le quinte e allungò l’assolo di chitarra. Ebbi il tempo di risolvere».
Altri intoppi?
«L’iconico body di Ziggy non conteneva i genitali, che uscivano dai lati. Dovetti mettergli un sospensorio sotto, ma era beige e lo dipinsi di rosso. Nella pudica Tokyo, Bowie decise di presentarsi con il solo sospensorio per il bis, come i lottatori di sumo, e io gli cucii al volo un orecchino proprio sul perizoma, che brillava. Bowie era una gazza ladra, prendeva idee dappertutto, provava senza paura. Una notte mi bussò alla porta: «Che ne pensi?». Si era depilato le sopracciglia. Il problema fu che poi, nel live, il trucco colò negli occhi. Venne da me urlando: “Sono cieco!”. Scoprimmo perché è importante avere le sopracciglia».
Nel 1972 Bowie andò da Elvis al Madison Square Garden. Lo preparò lei?
«Sì, feci il taglio, gli spiegai come usare i prodotti in mia assenza. Voleva disperatamente essere famoso, e apparire meraviglioso, come l’erede del Re. Pensava a cosa dirgli, alla foto insieme. Si presentò al concerto di Elvis vestito da Ziggy, ma rimase male, perché non riuscì a incontrarlo. In compenso, copiò la Elvis Presley Exit».
Vale a dire?
«La folla impazziva per Ziggy, lo assaliva, gli strappava i capelli. Dopo l’ultimo pezzo, cominciò a scappare in macchina con indosso i vestiti di scena, per seminare i fan. Alla Elvis, appunto. Fu strano perché Bowie e la band erano soliti ricevere i fan nel backstage».
E scegliere chi portarsi in camera.
«Da quel momento toccò farlo a me. Durante il concerto, mi indicavano le persone che volevano in hotel. Ma era una cosa allegra, comune, non promiscua. Si chiacchierava al bar, per smaltire l’adrenalina, poi ognuno decideva liberamente. Erano gli anni 60, piena rivoluzione sessuale, era uscita la pillola, non esisteva l’AIDS. Tutti andavano con tutti».
Rischiaste grosso con una sedicenne…
«Dimostrava vent’anni, la madre venne a cercarla e feci appena in tempo a portarla fuori dalla stanza di David. Lui le disse: “Torna l’anno prossimo”».
Si trovò anche in macchina mentre lui aveva un rapporto con un ragazzo.
«In quella fase era bisex, ma l’ho visto raramente con uomini. Sperimentava, ricopriva ruoli. Annunciò di essere gay solo per scioccare. Era così Bowie, tutto un “colpisci e terrorizza”».
Rituali in tour?
«L’uomo delle stelle non volava, aveva paura di schiantarsi. In America ci arrivava in nave, noi lo raggiungevamo in aereo. Si mangiava tutti insieme prima dello show, e ci si godeva la serata. Si discuteva della performance solo il giorno dopo».
Lei diventò la prima roadie della storia.
«Oggi sono felice di vedere tante donne che lo fanno, ma all’epoca c’ero solo io: un’assistente e diciotto uomini. Mi occupavo di tante cose, commissioni varie, non solo dei look. Desideravo far parte della squadra e girare il mondo»
A Tokyo Bowie decise di sciogliere la band.
«Ma senza dirglielo. Io tenni il segreto, sperando ci ripensasse. Era una cosa folle, si trovavano all’apice del successo. Invece il 3 luglio 1973, Hammersmith Odeon, Bowie prese il microfono e annunciò che era l’ultimo concerto. Uccise il suo alter ego, ma ferì gli altri».
Crudele?
«Credo che fosse fisicamente esausto e non volesse restare incastrato in un personaggio. Poi sì, aveva questà capacità di scaricarti, chiudere la porta e non tornare indietro. Cercava nuove persone e energie»
Anni dopo Bowie diede colpa alla cocaina.
«Era più ambizione solista, penso. Nei tour di Ziggy non ho mai visto polvere bianca, me ne sarei accorta. Dopo, invece, ci arrivavano notizie di feste con così tanta cocaina da sostenere la Bolivia».
L’ultima volta insieme fu in Italia?
«Sì, registrammo Pin Ups in un castello francese e ci trasferimmo in una villa a Roma. Ma Bowie non era tipo da starsene in relax, e se ne andò presto. Io e Mick restammo e ci fidanzammo. Ascoltavamo Lucio Battisti e Claudio Baglioni».
Nel debutto solista di Ronson ci sono le cover in inglese di Vorrei… non vorrei… ma se vuoi, e Io me ne andrei.
«Sulla prima di Battisti, Music is Lethal, scrisse il testo proprio Bowie. Ma i dischi di Mick non andarono bene e ne soffrì»
Però arrivò Bob Dylan.
«A noi non piaceva, eravamo glam rocker! Lo incontrammo in un club di New York e, quando iniziò a cantare, ci ipnotizzò. Invitò Mick a suonare nel tour Rolling Thunder Revue. Diverso da quello di Bowie, più rilassato, più bohèmien»
Dylan era riservato?
«Un mago della sparizione. Parlava appena con me e con il suo chitarrista. Bob guidava il suo camper, con dentro amici scelti e un cane senza nome. Una volta se lo scordò in un’area di sosta e mandò un Hell’s Angel a recuperarlo in moto. Noi altri viaggiavamo su due bus, comunicavamo tutti con il walkie-talkie. Poi ci fermavamo e piantavamo le tende. Sembrava una fiera gipsy»
Personaggi strani?
«A parte i famosi, da Allen Ginsberg a Joan Baez, c’erano una contorsionista, un uomo che leggeva i tarocchi, un dottore e un astronomo che la notte puntava il telescopio. La ragazza che dava la cocaina si chiamava Felicity. Si faceva musica notte e giorno».
Lei e Mick non aveste più contatti con Bowie?
«No. So che Bowie scriveva lettere mentre Mick produceva Your Arsenal di Morrissey. David era intrigato dall’ex cantante degli Smiths. Voleva sapere come si comportava in studio».
L’ultima volta che Bowie e Ronno suonarono insieme fu al tributo per Freddie Mercury, a Wembley nel 1992.
«Mick non gli portava rancore. Stava già molto male fisicamente. Morì poco dopo, a 46 anni, di tumore al fegato. Lo stesso che poi colpì Bowie. Entrambi passarono gli utlimi giorni ad incidere in studio. Sono sicura che se mio marito non fosse scomparso così presto, sarebbero tornati a lavorare insieme. Mi spiace che Mick non abbia potuto vedere quanto oggi sia apprezzato il suo talento».
Non fu riconosciuto abbastanza?
«Bowie era un fuoriclasse e sarebbe emerso comunque, ma per fare certe performance, c’è bisogno di tanta gente, di tanto sostegno. Era un cantante folk, fu Mick a farlo diventare rock. Produsse e arrangiò brani come The Man Who Sold the World, Starman, Life on Mars. Ricordo che lavorava su Transformer di Lou Reed chiuso in bagno, con cuffie e sigarette, perché era l’unico posto tranquillo. Suonò anche il piano su Perfect Day. Non prese mai le royalties su nessun pezzo».
La lezione più preziosa di Bowie?
«Avevo 22 anni e mi fece schivare la mediocrità. Diceva: “Se non hai niente di grandioso da fare, meglio non fare niente»