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Minà, Fidel e Cuba: ritorna l’intervista dei record

Gianni Minà (1938-2023) e Fidel Castro (1926-2016) nel 1987. 
Tra il 1987 e il 2015 il giornalista incontrò il Líder Máximo quattro volte, in colloqui durati ore ed ore. Adesso un libro li raccoglie tutti. Per aficionados di Cuba e non
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Fu certamente uno scoop mondiale l’intervista che Gianni Minà fece a Fidel Castro nel 1987. L’aveva attesa per ben tredici anni, ma quando alla fine il Comandante gliela concesse non fu parco di parole: il colloquio durò sedici ore, dalle due del pomeriggio del 28 giugno alle sei del mattino successivo. E quando si concluse, con Minà e i tecnici stremati, Fidel, che era andato avanti a forza di tè corretto al rum, sembrava fresco come una rosa ed ebbe la forza di dire: «Non so se questo è un record mondiale, ma sedici ore filate di dialogo con un giornalista televisivo, per quanto mi riguarda, rappresentano un primato almeno dei Caraibi».

«È impossibile immaginare qualcuno che abbia l’abitudine di parlare più di lui», ha scritto Gabriel García Márquez. E tuttavia, non fu solo per quel record che l’intervista, prima come trasmissione televisiva e poi come libro, ebbe un successo mondiale. In quelle sedici ore Fidel Castro aveva affrontato come mai prima, con grande franchezza, alcuni …

Fu certamente uno scoop mondiale l’intervista che Gianni Minà fece a Fidel Castro nel 1987. L’aveva attesa per ben tredici anni, ma quando alla fine il Comandante gliela concesse non fu parco di parole: il colloquio durò sedici ore, dalle due del pomeriggio del 28 giugno alle sei del mattino successivo. E quando si concluse, con Minà e i tecnici stremati, Fidel, che era andato avanti a forza di tè corretto al rum, sembrava fresco come una rosa ed ebbe la forza di dire: «Non so se questo è un record mondiale, ma sedici ore filate di dialogo con un giornalista televisivo, per quanto mi riguarda, rappresentano un primato almeno dei Caraibi».

«È impossibile immaginare qualcuno che abbia l’abitudine di parlare più di lui», ha scritto Gabriel García Márquez. E tuttavia, non fu solo per quel record che l’intervista, prima come trasmissione televisiva e poi come libro, ebbe un successo mondiale. In quelle sedici ore Fidel Castro aveva affrontato come mai prima, con grande franchezza, alcuni temi scottanti, a partire dall’avventura in Congo e poi in Bolivia del Che Guevara fino al tema dei diritti umani. Il Comandante concesse poi altre tre interviste a Minà: una, di sole sette ore, nel 1990, subito dopo il crollo del blocco socialista e la stupefacente fucilazione di un eroe nazionale, il generale Ochoa, accusato di essere coinvolto nel narcotraffico; un’altra nel 1993, in pieno “Periodo especial”, la fase della crisi economica seguita al crollo dell’Urss; e l’ultima nel 2015, un anno prima della morte, durante la visita di papa Francesco a Cuba. Ora “minimum fax” le raccoglie tutte in un volume intitolato Fidel. Un dialogo lungo trent’anni (a cura di Loredana Macchietti), con le prefazioni di Gabriel García Márquez e Jorge Amado, e una postfazione di Frei Betto.

Non in ginocchio da te

Di fronte alle domande rispettose ma mai “in ginocchio” di Minà, Fidel è un fiume in piena, che scarica sull’interlocutore «le convinzioni, i ricordi, le tesi, le passioni, le analisi, i furori, le tenerezze, gli aneddoti, le autocritiche, le ironie, i sarcasmi» – sono parole di Minà – che lo caratterizzavano, vantando senza pause le «conquiste» della rivoluzione, dall’istruzione e dalla sanità per tutti i cittadini ai progressi nel campo delle biotecnologie, senza mai dimenticare di attribuire quasi ogni difficoltà all’ostilità e all’embargo degli Stati Uniti. Certo, nessun Paese ha mai subìto dal gigante nordamericano tanti attacchi, tanti attentati al leader, tanta disinformazione programmata come Cuba. E questo fattore va considerato nel giudicare le scelte, spesso discutibili, a volte obbligate, del gruppo dirigente dell’Isola, o la storia complessiva di questo Paese, a poche miglia nautiche da Miami, dal 1959 a oggi.

Voglio fare il turista

Per Minà, quella degli Stati Uniti è «un’ostilità senza senso che non solo non favorisce un processo di democratizzazione a Cuba, ma, forse, finisce per convincere alla solidarietà col governo anche chi, stanco delle ristrettezze, vorrebbe fortemente che la Revolución si aprisse, si liberalizzasse, concedesse maggiori spazi al dissenso». A riprova di questo, chi sta dalla parte del governo per anni ha citato il fatto che nonostante il malcontento per le difficoltà di approvvigionamento di beni fondamentali, per le carenze dei trasporti o per la scarsa libertà di movimento, la maggior parte della popolazione a lungo non ha rimesso in discussione la Revolución.E tuttavia, c’è molto che non convince nelle risposte e nelle affermazioni del leader cubano. Fidel era certamente un uomo complesso, di grande levatura e portatore di una visione. Ma non era sempre lucido nell’analisi, e rimaneva spesso legato a schemi e idee sconfitte dalla Storia. Perciò stupiscono, ancor di più a rileggerli oggi, il suo integralismo, la sua incrollabile fede nel marxismo-leninismo e nel partito unico proprio mentre i Paesi del blocco dell’Est crollavano su sé stessi, la sua ostinata esaltazione dell’Unione sovietica o della Corea del Nord. O infastidiscono, come scriveva anche Minà, «il linguaggio, la retorica, l’utopia del líder máximo, le sue durezze per difendere alcuni valori morali a costo anche di sacrificare certi diritti democratici».

Rileggendo queste interviste, mentre attualmente la situazione dell’Isola va deteriorandosi sempre di più e la gente comincia a scendere in piazza per reclamare almeno un livello minimo di sopravvivenza, una “dignitosa povertà” che la Revolución non è più in grado di garantire, meraviglia l’ottimismo di Fidel smentito dai fatti immediatamente successivi, o la sua fede cieca in una gioventù che invece, come ha sottolineato lo scrittore Leonardo Padura, ormai da qualche anno ha intrapreso un esodo silenzioso da Cuba, svuotandola quasi completamente di professionisti, tecnici, artisti, intellettuali. A volte, se non si trattasse di eventi tragici, le risposte di Fidel farebbero perfino sorridere amaramente. Quando nel 1990 Minà gli chiede se il grande afflusso di turisti nell’isola non rischia di trasformarsi in un cattivo esempio per il livello di vita della gente, il Comandante risponde: «Il turista che sceglie noi è un turista sano: non viene a cercare droga o prostituzione, perché non le abbiamo». Di lì a poco, in pieno Periodo especial, gli alberghi e le strade dell’Avana si sarebbero riempiti di jineteras, prostitute in cerca di clienti stranieri, e i ragazzini a cui si chiedeva cosa volevano fare da grandi rispondevano: «Il turista».

Guardare avanti

Nonostante ciò, queste quattro interviste rappresentano comunque un importante documento storico, un’occasione per riflettere ancora su una Rivoluzione che è stata sicuramente uno dei grandi eventi del XX secolo, e che è ancora lì dopo aver superato l’invasione della Baia dei Porci, le centinaia di attentati contro Castro organizzati dalla Cia, la crisi dei missili, il blocco economico, le avventure internazionaliste in Africa, la radicale crisi derivata dalla chiusura dei rapporti economici privilegiati con i Paesi del blocco sovietico e la morte del líder máximo. E forniscono uno stimolo per cercare di intravedere il destino di Cuba e della sua controversa Revolución.

Sul Venerdì del 5 aprile 2024

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