Barbara Alberti: la mia vita da strega
di Claudia ArlettiRoma. Con la sua trecciona finta a mitigare lo sguardo luciferino, Barbara Alberti è la più eccentrica delle femministe italiane, una signora che si definisce bohémienne e che infischiandosene delle maldicenze si destreggia volentieri tra le paurose trasmissioni tv del mattino e e i Grandi Fratelli, la scrittura di saggi e i film, e ora anche una campagna contro la guerra, impegno quest’ultimo che la assorbe enormemente. Ha appena pubblicato Tremate tremate le streghe son tornate, uno zibaldone di ritratti e di pensieri che è anche una summa della nostra storia recente. A breve, arriva nelle sale Il Vangelo secondo Maria, un film di Paolo Zucca tratto da un suo romanzo. Ferve dunque sempre una grande attività in questo villino di Roma tutto scale, scalette e libri dove, leggera e scattante nonostante l’età, abita con il marito, il produttore Amedeo Pagani (non sono più legalmente sposati ma ci sembra uguale), più il cane Lucky detto Cane e un gatto chiamato John Callaghan.
Alberti, ta…
Roma. Con la sua trecciona finta a mitigare lo sguardo luciferino, Barbara Alberti è la più eccentrica delle femministe italiane, una signora che si definisce bohémienne e che infischiandosene delle maldicenze si destreggia volentieri tra le paurose trasmissioni tv del mattino e e i Grandi Fratelli, la scrittura di saggi e i film, e ora anche una campagna contro la guerra, impegno quest’ultimo che la assorbe enormemente. Ha appena pubblicato Tremate tremate le streghe son tornate, uno zibaldone di ritratti e di pensieri che è anche una summa della nostra storia recente. A breve, arriva nelle sale Il Vangelo secondo Maria, un film di Paolo Zucca tratto da un suo romanzo. Ferve dunque sempre una grande attività in questo villino di Roma tutto scale, scalette e libri dove, leggera e scattante nonostante l’età, abita con il marito, il produttore Amedeo Pagani (non sono più legalmente sposati ma ci sembra uguale), più il cane Lucky detto Cane e un gatto chiamato John Callaghan.
Alberti, tanti nomi, tanti personaggi nel suo libro, e quasi niente cattiverie. Strano no?
«Ho voluto lanciare una benedizione, non una maledizione».
Ma Tremate tremate … è una vecchia invettiva femminista.
«E un inno alla libertà e alla dissidenza. La mala stupidità dei social e la guerra ci fanno pensare che tutti siano domati, che la bruttezza si sia mangiata il mondo. Invece le streghe disobbedienti e capaci sono tante. Non lo vede anche lei quante persone – nella cultura, nel cinema, nella ricerca scientifica… – lavorano per creare bellezza? Il libro è dedicato a loro».
Più donne che uomini.
«Però ci sono anche gli streghi. Alessandro Bergonzoni, un angelone. Luca Guadagnino. Corrado Augias. E Bergoglio, il più strego dei papi».
Al cinema arriva Il Vangelo secondo Maria. Che film è? Sempre roba di streghe?
«Anche questa Maria qui è uno spirito ribelle. Le è proibito tutto e non lo accetta, si monta la testa, vuole essere libera, istruita, andare per il mondo».
Farà ridere?
«A tratti, un po’. Ma non è un film per ridere. E si distacca molto anche dal libro che, scritto quarant’anni fa, aveva al centro un aborto».
Tra lei e il femminismo mainstream non corre buon sangue.
«Il femminismo è diventato perbenismo, ha pecche e responsabilità. Non mi piace che imponga un galateo fittizio al linguaggio, avallando la cultura della rimozione. Ci hanno bruciato come streghe perché eravamo donne, e adesso accendiamo i roghi e creiamo regole inflessibili, come lo schwa, che nasce per non offendere i generi e finisce con il cancellarli tutti».
Per la linguista Vera Gheno, che l’ha lanciato in Italia, l’uso dello schwa non è una regola. Dice: va bene nei contesti giusti.
«D’accordo, ho fatto allo schwa un attacco un po’ farsesco scrivendo che si pronuncia "u”. Ma lei mi ha definito “la vecchietta opinionista del Grande Fratello”. Bella inclusività, darmi della vecchia».
A proposito di GF. Chi glielo ha fatto fare di partecipare?
«Era un lavoro, si è rivelata una fortuna. Stavo vivendo un brutto momento, e lì chiudi la porta: non ti acchiappa nessuno, non hai doveri. All’inizio era tutto un raccontarsi, sembrava il Decamerone, e lo era perché era scoppiata la pandemia, anche se noi non lo sapevamo. Poco a poco si chiarisce che è un gioco a eliminazione e la tensione sale. Per chi ha la mia età la nomination porta con sé un’eco della guerra, tipo “preferisci che ammazzi tuo marito o te?”. Alla terza nomination sono svenuta».
Deve ammettere che non frequenta una grande tv.
«Ma sono entusiasta di potermi esprimere, e mi pagano pure! E poi mica sono una filosofa teorica, sono un clown che lì fa incontri interessanti. Stimo molto i parrucchieri e i truccatori. Veri artisti, poco pagati. Tutti di estrema gentilezza, che in questo tempo di vaffaculo vale oro. Certo, in radio sono più a mio agio. Senza il corpo di mezzo, parlare diventa facile».
Si è mai sentita offesa sul serio in tv?
«Una volta, da una donna. Ma è morta e non si dice. Un’altra volta, da un uomo. Ricco, potente e vendicativo: mi taccio».
Un indizio?
«Torinese».
Invecchiare accresce la “streghità”?
«Non ci sono regole. C’è chi nasce libera e poi diventa fanatica dell’utero in affitto, il trionfo del ricco sul povero».
Il suo libro celebra Michela Murgia. Che era per lo schwa e per la Gpa.
«A lei ho sempre perdonato tutto».
Dell’età che avanza cosa le pesa?
«La memoria che si consuma. Un dramma dell’orgoglio. A volte racconti le cose due volte e quando te ne accorgi vorresti sprofondare. Poi realizzi che nessuno pronuncia più la parola “vecchiaia” davanti a te. Pessimo».
Altre donne mirabili?
«Tante. Ginevra Bompiani, la sapienza. Paola Cortellesi. Lucetta Scaraffia. Luisa Muraro, statura da leader. E Marina Terragni».
Per tanti gay e per tante persone trans, Terragni è il diavolo.
«Conosco persone che hanno fatto la transizione: da addolorate e depresse che erano sono sbocciate. Ma temo la moda. E Terragni, che lo denuncia da studiosa, paga il prezzo della libertà».
Giorgia Meloni?
«Meglio restare chiusa in ascensore con lei che con altri. Però i ceffi che ha intorno fanno spavento. Su Ilaria Salis, Viktor Orbán ci ha inflitto un’umiliazione inaudita, e loro zitti: ma che fascisti sono?, dico io».
Elly Schlein?
«Un’impiegata coscienziosa, che ce la mette tutta. Aspetto sempre qualcosa di sinistra, come Nanni Moretti».
Le si imputa un tratto “sgarbiano”.
«Non sento Vittorio Sgarbi da trent’anni ma non rinnego la bellezza di quella che lui chiamava la “festa
I femminicidi sono davvero in aumento e sempre più violenti come sembra? Oppure sono più visibili da quando hanno un nome?
«Negli Stati Uniti, appena abolita la schiavitù, ci fu un picco di linciaggi di afroamericani. Perché il padrone più pericoloso è quello che stai disarcionando. La scia di sangue cui stiamo assistendo è la risposta all’abolizione del delitto d’onore. Se le vittime fossero uomini, ci sarebbero leggi speciali».
A sua nipote dice tutte queste cose?
«Ha quasi 18 anni. Quando era piccola, facevamo teatro in cantina. Per indurla ad amare Jack London un’estate allestimmo in campagna il fiume Yukon con i cercatori d’oro sulle rive».
La vede strega?
«Ama ciò che fa e fa cose che ama. Dunque streghissima».
Alberti di che cosa ha più paura?
«Oggi della guerra. Con Ginevra Bompiani abbiamo immaginato uno sciopero mondiale telematico. Su assembleaperlapace.org si trova tutto. Forse siamo già condannati, ma almeno avremo tentato un gesto».
Sul Venerdì del 5 aprile 2024