Tette, magnifica ossessione
di Alba SolaroSi vedono seni nell’arte da quando esiste l’arte. La statuetta della Venere di Willendorf, incarnazione della fertilità, ha almeno 27 mila anni e almeno un terzo dei suoi 11 centimetri è occupato dalle mammelle. Da allora in poi sono stati talmente rappresentati, esaltati, feticizzati, come ossessione erotica o sinonimo di maternità o anche tutt’e due insieme, che quasi non ci facciamo più caso.
Ma chi andrà a Venezia fra il 18 aprile e il 24 novembre, in concomitanza con la Biennale d’Arte (quest’anno titolata Stranieri ovunque-Foreigners Everywhere), entrando nelle stanze di Palazzo Franchetti che ospitano la mostra Breasts potrà fare la conoscenza delle mammelle allungate del dipinto The Hidden Paintings Grandma Improved, In Deepth. Sembrano tendersi per dire qualcosa. L’autrice, Laure Prouvost (Turner Prize nel 2013), nutre una meravigliosa e surreale passione per le tette, declinate in installazioni a forma di fontane, collinette erbose, enormi sculture di cartapesta che avrebber…
Si vedono seni nell’arte da quando esiste l’arte. La statuetta della Venere di Willendorf, incarnazione della fertilità, ha almeno 27 mila anni e almeno un terzo dei suoi 11 centimetri è occupato dalle mammelle. Da allora in poi sono stati talmente rappresentati, esaltati, feticizzati, come ossessione erotica o sinonimo di maternità o anche tutt’e due insieme, che quasi non ci facciamo più caso.
Ma chi andrà a Venezia fra il 18 aprile e il 24 novembre, in concomitanza con la Biennale d’Arte (quest’anno titolata Stranieri ovunque-Foreigners Everywhere), entrando nelle stanze di Palazzo Franchetti che ospitano la mostra Breasts potrà fare la conoscenza delle mammelle allungate del dipinto The Hidden Paintings Grandma Improved, In Deepth. Sembrano tendersi per dire qualcosa. L’autrice, Laure Prouvost (Turner Prize nel 2013), nutre una meravigliosa e surreale passione per le tette, declinate in installazioni a forma di fontane, collinette erbose, enormi sculture di cartapesta che avrebbero fatto la felicità di Fellini.
Come un’armatura
In mostra ci saranno anche le body mask di metallo dell’americana Sherrie Levine, luccicanti come armature primitive: raffigurano in serie il torso di una donna incinta di cui vediamo solo il ventre tondo e il seno gonfio, e nelle intenzioni dell’artista raccontano l’influenza che l’etnografia ha avuto sul modernismo. Sempre più spesso, le artiste contemporanee usano la più rappresentata parte dell’anatomia femminile come veicolo per parlare di altro, si divertono a sovvertire e rovesciare una narrazione di secoli.
«Per questo, fare una mostra sul seno non è una cosa ovvia come sembra» spiega la curatrice di Breasts, Carolina Pasti «anche perché, se lo fosse, come mai in giro non se ne vedono quasi per niente?».In realtà sono ovunque, non le mostre ma le tette, da OnlyFans ai videogiochi, per non dire del fatto che dal punto di vista anatomico tutti nasciamo col tessuto mammario. Eppure fanno ancora paura. A gennaio in Inghilterra era stata messa al bando una campagna pubblicitaria di Calvin Klein con modella la cantante FKA Twigs: «Troppo provocante» il seno e il corpo nudo che emerge dagli abiti. Lei aveva rispedito tutto al mittente ricordando Josephine Baker e Grace Jones, artiste nere che hanno usato la nudità per abbattere barriere. «E poi perché nessuno si è scandalizzato per le foto della stessa campagna con Jeremy Allen White (l’attore di The Bear, ndr) anche più nudo di me?».
«Spero che la nostra mostra accenda ancora di più il dibattito», auspica Pasti, che inseguiva questo progetto da lungo tempo, «da quando ho conosciuto un’artista, Laura Panno, che lavora attorno al corpo femminile e ha inventato le Tette trottole, sculture di vetro che giocano con l’oggettificazione del seno ma in chiave ironica. Non ci sono in mostra solo perché in questo momento sono esposte da un’altra parte, ma ci saranno altri suoi lavori».
Tutti i modi per dirle
Tette, bocce, sise, pere, mele, ciliegie, minne, zizze, bombe, poppe, nella lingua italiana, secondo il Dizionario storico del lessico erotico (Longanesi), si contano oltre 90 sinonimi; anche puppe, come abbiamo imparato quando Francesco Nuti cantò Pupp’a pera in Madonna che silenzio c’è stasera (1982). E naturalmente meloni, salito al primo posto da quando abbiamo il primo presidente del Consiglio donna.
Il seno è politico, almeno da quando la cultura europea ha cominciato a usare giovani donne a petto nudo come emblema di ideali politici (vedi la Libertà che guida il popolo dipinto da Eugène Delacroix nel 1830). La mostra veneziana parte proprio dal dialogo tra passato e presente per scandagliare cosa è cambiato nella rappresentazione: il primo colpo d’occhio, entrando, mette a confronto una Madonna lactans di epoca rinascimentale, con il celebre autoritratto di Cindy Sherman, Untitled 205, che si ispira alla Fornarina di Raffaello: nella foto c’è lei nei panni di una Madonna che allatta, ma il latte le gocciola da una protesi mammaria legata al petto. Oggi si discute dell’opportunità o meno di allattare in pubblico; nel 1700 l’allattamento era diventato addirittura un culto, come ricordava la studiosa Marilyn Yalom in The History of Breast (1997).
In Francia, all’epoca, si era affermata la decisione che le donne dovessero allattare i propri piccoli, idea divenuta un vero e proprio culto; Jean-Jacques Rousseau lo vedeva come strumento di rinnovamento sociale che univa di più le madri ai figli, e anche i padri; il governo aveva annunciato che non avrebbe concesso sostegni economici alle famiglie se le madri si fossero rivolte a balie per l’allattamento. Oggi il dibattito è riaperto.
Orgoglio e pregiudizio
In mostra c’è la foto Donna con bambino (1980) scattata da Oliviero Toscani per una campagna Benetton che fece scandalo per il corpo nero della donna a contrasto col candore del neonato. Fra i trenta artisti contemporanei c’è anche l’inglese Charlotte Colbert, figlia del jet set finanziario londinese, appassionata di Dalì e Breton, surrealista in chiave pop che a casa ha una vasca da bagno di stile vittoriano da lei decorata con 108 tette in silicone: «Se la uso per fare il bagno? Certo che sì!», ride entusiasta.
A Venezia porta Mastectomy, una scultura, anche se lei nella sua multimedialità ama il cinema: con She Will, descritto come una «favola femminista in forma di horror psicologico», aveva vinto il premio per la miglior opera prima a Locarno nel 2022. Mother and Child è invece una video scultura in movimento dove si vede la modella Lily Cole che allatta sua figlia. «Entrambe abbiamo partorito nello stesso periodo» ci racconta da Londra «e ci irritava il senso di vergogna che ci facevano provare quando allattavamo in pubblico, come se la maternità andasse a scapito di tutti gli altri aspetti della propria vita e ci dovessimo per qualche ragione nascondere. Fa pensare, quando le armi e la violenza non sono stigmatizzate ma il nutrimento e la vita sì. A volte mi chiedo se non sia l’umiliante promemoria del fatto che veniamo tutti da un utero, siamo tutti umani, mortali e con ciò sia deboli che forti».
La sua scultura, Mastectomy, «è forse l’opera in mostra che mi ha più sorpreso» dice Pasti «perché affronta una questione forte ma in modo giocoso. Perdere il seno mette in gioco l’identità; la realtà cambia ma il corpo è sempre il nostro. Tengo molto al tema, i proventi del libro della mostra andranno allo IEO Monzino».
E gli uomini?
E a proposito di seni tagliati, che ci ricordano anche le minne della martire Sant’Agata diventate nel tempo un tipico dolce siciliano: a Venezia divide lo spazio con un manichino sadomaso di Allen Jones l’inquietante tetta scultura di Proune Nourry, celebre per il busto di Amazzone esibito al Metropolitan Museum di New York nel 2018, che ci riporta al mito greco delle donne guerriere disposte a tagliarsi una parte del seno per poter meglio imbracciare arco e frecce nella battaglia.
A cosa siamo disposte per farci valere? Ritrarre la nudità femminile oggi viene spesso rivendicato dalle artiste come un rovesciamento del “male gaze” che le ha imprigionate per secoli. Tetrarch (2010) di Christopher Bucklow mostra la silhouette della top model Claudia Schiffer. Quando Harper’s Bazaar le chiese da chi volesse essere ritratta nuda, indicò lui. «I personaggi pubblici», spiegava, «non sono diversi dagli altri, sono incarnazioni viventi di energie archetipiche e queste energie sono anche all’interno dell’anima individuale».
Con Bucklow ci sono anche le foto di Mapplethorpe, Araki, Irving Penn: «Mi interessa anche la prospettiva maschile» conclude Pasti: «è cambiato questo sguardo? Le loro foto sono per lo più immagini di fine anni 80/90, quando anche le riviste di moda traboccavano di seni nudi; oggi non si vedono quasi più».