Ritorno a Marrakech dopo il terremoto
di Federica RossiMarrakech (Marocco).Camminando oggi per le vie di Marrakech affollate di turisti, potrebbe sembrare che qui, nella notte fra l’8 e il 9 settembre 2023, la terra non abbia mai tremato. Eppure, quello che è stato il più devastante terremoto della storia del Marocco contemporaneo, ha distrutto città e villaggi nella regione, causando quasi tremila morti e più di cinquemila feriti. L’epicentro è stato registrato nella provincia di Al Haouz, a meno di cinquanta chilometri dalla città.Nessuno però, nei vicoli del suq della città più visitata del Paese, ha granché voglia di parlarne. Non perché la gente sia ancora traumatizzata. Certo, anche a Marrakech la paura è stata grande, sia per le persone direttamente toccate dal sisma sia per i commercianti e i gestori degli hotel – e quindi per il governo: il turismo contribuisce infatti al sette per cento del Pil del Marocco; un crollo delle entrate qui, nel cuore pulsante dell’industria turistica nazionale, avrebbe portato a conseguenze pesantiss…
Marrakech (Marocco).Camminando oggi per le vie di Marrakech affollate di turisti, potrebbe sembrare che qui, nella notte fra l’8 e il 9 settembre 2023, la terra non abbia mai tremato. Eppure, quello che è stato il più devastante terremoto della storia del Marocco contemporaneo, ha distrutto città e villaggi nella regione, causando quasi tremila morti e più di cinquemila feriti. L’epicentro è stato registrato nella provincia di Al Haouz, a meno di cinquanta chilometri dalla città.Nessuno però, nei vicoli del suq della città più visitata del Paese, ha granché voglia di parlarne. Non perché la gente sia ancora traumatizzata. Certo, anche a Marrakech la paura è stata grande, sia per le persone direttamente toccate dal sisma sia per i commercianti e i gestori degli hotel – e quindi per il governo: il turismo contribuisce infatti al sette per cento del Pil del Marocco; un crollo delle entrate qui, nel cuore pulsante dell’industria turistica nazionale, avrebbe portato a conseguenze pesantissime ben al di là di queste antiche stradine.
E così, complice anche il fatto che i danni in città sono stati relativamente limitati, la ricostruzione nella “perla del Sud”, come viene chiamata, è stata fatta in tempi da record. E tutti hanno potuto tirare un respiro di sollievo quasi immediatamente. Non così nelle zone circostanti, dove – oggi come nelle prime ore dell’emergenza – è tutta un’altra storia.
Teli e cerotti
Ma andiamo con ordine. A Marrakech i danni provocati dal terremoto sono ancora oggi visibili nella mellah, il quartiere ebraico (patrimonio Unesco) della città, ma solo se si va a cercarli. Anace Heddan, direttore dell’ong Les Citoyens, ci spiega che la zona «era inaccessibile» nelle ore immediatamente dopo la scossa, con le strade ostruite dai frammenti di muri crollati. Oggi le macerie sono state rimosse e solo qualche cumulo rimane ancora ai lati delle strade, anche se i turisti impegnati nello shopping nelle centinaia di botteghe di spezie, orecchini e sciarpe neppure li notano. L’effetto straniamento è ancora più forte nella celebre piazza Jama El Fnaa, considerata il cuore della città. Qui, il minareto della moschea Kharbouch è crollato, ma il vuoto è già stato dimenticato: al suo posto c’è un grande telo con la bandiera marocchina. Occorre impegnarsi e non lasciarsi distrarre dagli incantatori di serpenti per notare ai margini della piazza le macerie di due o tre palazzi. Poco lontano gli scheletri di quello che era l’hotel Ben Chabbat e di alcune botteghe artigiane – tutti sono stati coperti da un pannello che mostra come saranno ricostruiti. La vetrina della ricostruzione è la moschea di Koutoubia, con il suo minareto alto 77 metri e una superficie di 5.300 metri quadrati: solo l’estremità più alta porta i segni di ciò che è successo, ancora ricoperta di teli. Operai e restauratori sono al lavoro. “Il tetto di Marrakech”, come viene chiamata, ha riaperto le porte con l’inizio del Ramadan, a metà marzo. Alle sue spalle, nei vicoli, una ragnatela di ponteggi supporta alcuni edifici danneggiati, ma sembrano quasi far parte degli incastri tra archi, bancarelle e ristoranti. Lungo le mura alcune crepe sono state riempite da malta e cemento: è un cerotto visibile, ma a chi lo guarda trasmette perlopiù l’immagine di un Paese impegnato nella ricostruzione. “Va tutto bene, caro turista”, è il messaggio rassicurante ai turisti che arrivano qui da tutto il mondo.
Guardando ai Mondiali
Tanto rassicurante che, nonostante il sisma, il 2023 è stato comunque un anno record per il turismo: più 12 per cento rispetto al 2022 (che comunque risentiva ancora della pandemia). Un incremento che non si è mai interrotto, neanche nei mesi immediatamente successivi al terremoto: già a novembre 2023 ci sono stati il 9 per cento di visitatori in più.Per ottenere questi risultati, il governo – e re Mohammed VI personalmente – ha fatto carte false. A solo un mese dal terremoto, nel palazzo di Bab Ighli, una delle storiche porte d’ingresso alla medina, si è tenuto un incontro del Fondo Monetario Internazionale Imf e della Banca Mondiale. Dal 9 ottobre 14 mila delegati hanno riempito gli hotel della città: «Non c’era un buco libero» ci racconta Sadiq, receptionist in uno degli hotel di lusso della zona. In poche settimane, con l’impegno diretto della Fondazione nazionale dei Musei (ente governativo) hanno riaperto anche Dar El Bacha e Jamaâ el-Fna, i due principali poli culturali della città. E ora tutti gli occhi sono già puntati al grande appuntamento del 2030, quando il Marocco ospiterà per la prima volta – insieme a Spagna e Portogallo – i Mondiali di calcio, con un investimento previsto di circa cinque miliardi di euro. E Marrakech, ovviamente, avrà un posto d’onore negli eventi sportivi e non.
“No grazie” agli aiuti
I Mondiali segnalano un’apertura al mondo che contrasta nettamente con il “no, grazie” con cui il Paese ha rifiutato buona parte delle offerte di aiuti internazionali arrivate dopo il sisma. A creare polemiche, in particolare, è stato il diniego con cui è stata accolta la mano tesa della Francia, ex potenza coloniale con cui i rapporti non sono sempre ottimali. Eppure, quei soldi sarebbero serviti: se non per Marrakech, di certo per le aree che circondano la città.Una volta usciti dalle mura, infatti, lungo la strada che va verso il deserto del Sahara «sembra che il terremoto sia avvenuto ieri», dice Yasmin Kharboui, operatrice umanitaria. Nessuna delle 59.674 case distrutte dal sisma nelle zone rurali (secondo le stime ufficiali) è stata ancora ricostruita. E la gente è costretta ad arrangiarsi come può. «Qui più di 450 famiglie vivono nelle tende, 150 nelle case, anche se danneggiate» ci spiega Samir, che fa parte dell’”Association Asselda pour l’environnement et le développement rurale et famille” di Asselda, a circa cinquanta chilometri da Marrakech. «Le tende del governo non vanno bene né per coprirsi dal freddo invernale né per il caldo desertico». C’è chi all’ingresso ha poggiato la porta della vecchia casa, unico oggetto rimasto intatto.
Cinque anni per ricostruire
Il tempo stimato per la ricostruzione da queste parti, secondo quanto annunciato dal re, è di cinque anni. «Troppo lungo» dice Samir, mentre ci fa da guida fra ragazzi che passano le giornate ricostruendosi case da soli, giovani donne traumatizzate e bambini che fanno lezione in un capannone perchè la scuola è stata distrutta. Sforzi come quelli che fa Yasmin, che ad Asselda ha lanciato con l’associazione “St. Ambroeus FC”, il progetto per una scuola di calcio, sono una goccia nel mare della disperazione.Il governo ha stanziato l’equivalente di 14 mila euro a famiglia, per ricostruire la casa, e di 250 euro come stipendio mensile. Cifre da molti giudicate insufficienti: «Da queste parti le famiglie sono numerose», si lamenta Fatima. «Le uniche misure che hanno funzionato sono state gli aiuti della prima ora: cibo, acqua, pannolini e qualche soldo. Ma sono arrivati solo in alcuni villaggi», aggiunge Yasmin.
Le critiche sono arrivate fino a Rabat, la capitale: ma non hanno scosso il governo, il cui intento dichiarato è – almeno ufficialmente – quello di aiutare prima di tutto chi, nelle zone terremotate, viveva in maniera stanziale. E non le decine di migliaia di marocchini che negli ultimi anni sono fuggiti dalle montagne in cerca di fortuna in città o all’estero.
Doppio standard
Polemiche a parte, è un fatto che più ci si allontana dalle città e dai percorsi turistici, più l’aiuto del governo diminuisce. Una lentezza che si contrappone alla prontezza con cui il regime, qualche settimana fa, ha identificato gli abitanti di Tagadirt che hanno marciato fino a Marrakech protestando proprio contro i ritardi nella ricostruzione. «Il mio villaggio è stato totalmente distrutto» ci racconta Mohammed, guida turistica di 33 anni, indicando la distesa di montagne in direzione di Tagadirt.In attesa di novità lui, come molti altri, ha deciso di rimboccarsi le maniche: in tutta l’area colpita la società civile ha creato associazioni che puntano a colmare i buchi lasciati aperti dalle istituzioni. “Coordinamento delle vittime del terremoto” è il nome più comune di questi gruppi locali: semplice, come le domande che pongono.
Sul Venerdì del 12 aprile 2024