Bernardo Valli: “Non pensavo di diventare vecchio”. Avventure e letture di un inviato molto speciale
di Simonetta FioriSe guardo altrove (Ventanas, 600 pp., 26 euro) è una raccolta degli articoli di Bernardo Valli dedicati a letteratura, arte, cinema, fotografia in oltre mezzo secolo di attività. In queste pagine, un estratto dell’intervista-prefazione firmata da Simonetta Fiori. Il libro esce oggi 15 aprile, in occasione del 94esimo compleanno di Valli
Parigi. Ogni volta che si legge un articolo di Bernardo Valli, si vorrebbe stare là, insieme a lui: nei luoghi che racconta, davanti ai suoi personaggi sempre osservati criticamente, negli imprevedibili itinerari intellettuali in cui ti conduce per mano, senza mai imboccare sentieri già noti. Sia che interroghi Golo Mann sulla natura demoniaca di Hitler o dialoghi con Sartre sulla verità storica custodita nella letteratura o si affacci sul Danubio in compagnia di György Lukács, il desiderio del lettore è sempre quello di accompagnarlo con discrezione, cercando di rubare il più possibile attraverso il suo sguardo.
A novantaquattro anni, il principe degl…
Se guardo altrove (Ventanas, 600 pp., 26 euro) è una raccolta degli articoli di Bernardo Valli dedicati a letteratura, arte, cinema, fotografia in oltre mezzo secolo di attività. In queste pagine, un estratto dell’intervista-prefazione firmata da Simonetta Fiori. Il libro esce oggi 15 aprile, in occasione del 94esimo compleanno di Valli
Parigi. Ogni volta che si legge un articolo di Bernardo Valli, si vorrebbe stare là, insieme a lui: nei luoghi che racconta, davanti ai suoi personaggi sempre osservati criticamente, negli imprevedibili itinerari intellettuali in cui ti conduce per mano, senza mai imboccare sentieri già noti. Sia che interroghi Golo Mann sulla natura demoniaca di Hitler o dialoghi con Sartre sulla verità storica custodita nella letteratura o si affacci sul Danubio in compagnia di György Lukács, il desiderio del lettore è sempre quello di accompagnarlo con discrezione, cercando di rubare il più possibile attraverso il suo sguardo.
A novantaquattro anni, il principe degli inviati ti accoglie dritto come un fuso nella sua storica casa parigina di rue Chaptal. È capace di scendere le scale senza appoggiarsi al corrimano, in perfetto equilibrio nonostante con un braccio regga il vassoio con le tazze da tè. Più della lucidità colpisce la forza fisica, che molto deve all’addestramento legionario e a una esistenza avventurosa nei luoghi caldi del pianeta. La memoria è ancora buona, i passaggi fondamentali del suo vissuto sono evocati attraverso le guerre narrate, come se non vi fosse distinzione tra il tempo privato e il tempo della grande storia. Solo qualche nome si perde nel racconto d’una lunga vita da fuggiasco, eterno ragazzo scappato a diciannove anni da casa e in fondo mai acquietato.«Sono stato molto fortunato. Il mio mestiere mi ha permesso di visitare tutti i Paesi, tranne il Canada e l’Australia» comincia a raccontare mentre la moglie Laura attrezza il set della nostra intervista con tisane calde e coperte di pelo lungo degne di Pietro il Grande. Tra loro ci sono intesa e ironia. Anche la riedizione di questi articoli, sostenuta da Laura Putti nella sua veste di editrice per Ventanas, fa parte di un dialogo d’amore che dura da oltre trent’anni.
Sin dagli esordi sul Giorno nel 1956, Valli ha raccontato sui quotidiani guerre e rivoluzioni, fermando sulla pagina quella che ha definito «la verità del momento». Il suo metodo non cambia nella cronaca dei fenomeni intellettuali: l’obiettivo è sempre quello di dare un senso a ogni avvenimento, attraverso il quale leggere la vicenda umana. Tutto il suo giornalismo – dichiaratamente di tema culturale, politico o di guerra – è profondamente intriso di storia, letteratura, memoria. «Il passato l’ho incollato addosso, quando faccio il mio mestiere» dice Valli. E ancor più quando racconta la sua vita eccezionale, che è storia del Novecento.
Cominciamo dalla casa di Rue Chaptal. Anche questo quartiere è ricco di memoria culturale.«Un tempo qui c’era la vera Parigi. In questa strada si incontravano George Sand con Chopin, Lamartine, Turgeniev e tanti altri. Oggi vedi solo dei palazzetti haussmanniani poco interessanti, ma dietro questo quartiere c’è la storia di quella che fu chiamata La Nouvelle Athènes. Perfino l’imperatrice Sissi veniva a posare per un pittore francese di origini olandesi allora di gran moda, Ary Scheffer, la cui casa, quasi di fronte alla mia, è diventata il Museo della vita romantica. Qui vicino, in rue de Bruxelles, viveva Émile Zola all’epoca della sua battaglia in difesa di Dreyfus. E Balzac vi ha ambientato diversi romanzi, anche se lui abitava da un’altra parte. Questi brutti edifici di oggi sono dovuti alle distruzioni operate dalla Comune e a una cattiva ricostruzione sui giardini di un tempo. Se non conoscessi la sua storia, vedrei solo un arrondissement piuttosto banale».
In un confronto con Cesare Garboli, tu rivendichi l’importanza della conoscenza storica proprio a partire dal tuo quartiere. Tutta la raccolta dei tuoi articoli culturali si può leggere anche come un atto d’amore per Parigi: per i suoi luoghi, per la sua storia, per il suo ceto intellettuale così consapevole di sé. Perché scegliesti questa città?
«Mi stabilii definitivamente a Parigi nel 1975, su proposta del Corriere della sera che mi chiese di coprire l’ufficio di corrispondenza dopo un lungo periodo trascorso in Asia. Ma il mio legame con questa città era molto più antico. Intanto avevo seguito per Il Giorno il ritorno alla vita politica del generale de Gaulle. Ero seduto davanti a lui per terra, insieme a Guido Piovene, quando nel maggio del 1958 in una storica conferenza stampa si dichiarò pronto ad assumere i poteri della Repubblica. E dieci anni più tardi avrei raccontato il Maggio francese. Tieni conto anche delle mie origini militari: da ragazzo avevo trascorso cinque anni nella Legione straniera dove avevo fatto ogni esperienza. L’allievo dell’accademia. Il disertore in galera. L’addestratore, fino alla promozione a sottufficiale. E poi le guerre, in Marocco e in Indocina dove nell’esercito coloniale francese feci la guardia a un importante generale. Chiesi di essere smobilitato nel maggio del 1954, nei giorni della caduta di Dien Bien Phu. Andai a Casablanca dove Raffaele Mattioli, amico di alcuni miei parenti, mi fece avere un posto presso la Banca Commerciale. La Legione straniera è stata la più grande stupidaggine della mia vita, ma certo l’interesse per la Francia era nato anche da quella esperienza».
Come c’eri arrivato?
«La colpa è di Dumas. Volevo vivere la mia avventura lontano da casa, pur avendo un ottimo rapporto con i miei. Avevo diciannove anni e allora non c’erano grandi orizzonti per un giovane che voleva scappare dalla provincia. Così approdai in quello che in sostanza era un collegio, un collegio dove si poteva morire. Oggi quasi mi vergogno di quella scelta: non per ciò che ho fatto, ma per il tempo dedicato a un’esperienza che non ha significato nulla».
Ma è stato grazie al tuo vissuto da legionario che poi hai acquisito una coscienza anticolonialista.
«Questo sì. A un certo punto fui allontanato dall’Indocina: frequentavo troppo gli oppositori vietnamiti per essere considerato agli occhi dei francesi un soldato fedele. Andai prima in Algeria, poi in Marocco. Tra i lavori che ho fatto a Casablanca subito dopo la Legione, oltre alla Banca Commerciale, ricordo l’impiego presso una fabbrica che produceva gli ascensori Schindler. Facevo il direttore del personale».
La tua esperienza in quello che era uno strumento di repressione coloniale ti ha modificato completamente lo sguardo sul mondo. Non è certo casuale che tu sia diventato il grande cronista della decolonizzazione: in Algeria, in Congo, in Mali, in Senegal, in Sudafrica, in Rhodesia... Hai raccontato l’uscita di miliardi di uomini e donne dalle caverne della storia. E anche gli articoli d’argomento culturale rivelano una identità democratica molto forte.
«Da questo punto di vista è stata importante la scuola del Giorno, dove approdai nel 1956, due anni dopo essermene andato dalla Legione. Era un giornale dichiaratamente antifascista, pur essendoci in redazione diversi giovani che avevano creduto in Mussolini. Sia Gaetano Baldacci che il successore Italo Pietra provenivano dalle file della Resistenza e furono molto fermi nel dare un orientamento democratico al quotidiano. Una volta scrissi un pezzo dal quale traspariva simpatia per un ex fascista poi diventato legionario che aveva salvato la vita di molte persone. La cosa non sfuggì all’occhio vigile d’un professore ebreo, Umberto Segre, editorialista del giornale. Incrociandomi nel corridoio mi disse con garbo: “Bernardo, questa volta hai fatto bene perché la persona è benemerita, ma non diventi un’abitudine”. Segre aveva perduto molti famigliari ad Auschwitz».
Sin dagli esordi al Giorno, il tuo giornalismo è intriso di letteratura. Leggendo questi articoli ho avuto l’impressione che tracciando un ritratto del giornalista francese Jean Daniel tu abbia parlato di te stesso.
«Cosa scrivevo di Jean?».
Scrivi che da adolescente aveva scoperto l’esistenza di quel mistero a cui avrebbe dedicato la sua vita: quello che consiste nel dare un’anima, un’impronta, un significato a ogni avvenimento. Ma qui attribuisci a Daniel un talento narrativo che ti appartiene. In te c’è mai stata una tentazione letteraria?
«Sono cresciuto in una città – Parma – fortemente impregnata di letteratura. Nel liceo classico Maria Luigia insegnavano professori come Attilio Bertolucci, Francesco Squarcia, Italo Petrolini, Pietrino Bianchi che esercitarono una profonda influenza su diverse generazioni di studenti. Non ebbi Attilio come insegnante, ma leggevo i libri che consigliava a mio fratello, che era suo allievo. Quella letteraria era una dimensione molto presente nelle nostre case in forma di sogno e avventura. Conrad, Salgari, Dumas: come ti ho detto, forse non è un caso che poi mi sia arruolato nella Legione francese. Ancora prima del magistero del Maria Luigia, avevo subìto il fascino della lettura nella grande casa dei miei nonni materni a Castelvetro, nella valle del Po, vicino a Cremona. Là ricordo una grande biblioteca dove ho scoperto la possibilità di una vita parallela».
Da che famiglia provieni?
«Ho una doppia radice. Quella materna affondava nella grande borghesia agraria che aveva sostenuto il fascismo, considerato un rimedio contro i movimenti contadini. Per larga parte erano notai e avvocati di provincia. Un fratello di mia madre, combattente della Grande Guerra, ufficiale impegnato a Milano nel 1919 per sedare le manifestazioni antimilitariste, era morto per polmonite prima dell’avvento di Mussolini. Ma questo non impedì al ras di Cremona, Roberto Farinacci, di trasformarlo in martire fascista. E la famiglia Belli, che pure era di orientamento liberale di destra, non si oppose alla celebrazione littoria. Mia madre, donna di carattere, aveva fatto la crocerossina in guerra. Non nascondeva la sua adesione al regime. Da bambino, nella mia preghiera quotidiana, oltre che per il re e il pontefice c’era sempre un pensiero per il Duce. Io ero molto fedele a questo mondo materno. E negli anni di guerra, ragazzino, esultavo per le vittorie italiane».
E tuo padre?
«Mio padre faceva il medico e mi pareva intimamente estraneo all’ideologia fascista. Ma i Valli erano di tutt’altra specie rispetto al ramo di mia madre: tutti professori, liceali e universitari. Una famiglia della borghesia intellettuale romagnola. Francesco Lanzoni, fratello di mia nonna, era il personaggio dominante: un sacerdote illuminato, sospettato di modernismo, che per quasi trent’anni aveva diretto il seminario di Faenza. Da parte della famiglia Valli, al di là della formale iscrizione al partito nazionale fascista a cui tutti erano obbligati, prevaleva insofferenza al regime».
Tu che bambino eri?
«Un autentico mascalzone. Mia madre mi mandò a fare il chierichetto presso padre Forcellini, un gesuita molto particolare. Mi colpiva come fiutava il tabacco, prendendone un pizzico dalla tabacchiera e avvicinandolo veloce alle narici, come volesse camuffare quel gesto voluttuoso. Allo stesso modo, durante la messa, risucchiava il vino dal calice fino all’ultima goccia. Un giorno arrivò a casa insieme ad altri padri gesuiti: erano persuasi che sarei potuto diventare uno di loro. Ricordo lo sguardo scettico di mia madre: “Non sapete quel che dite”».
Non mi hai ancora detto che tipo di lettore eri.
«Onnivoro, appassionato. E disordinato. La curiosità per la letteratura è andata crescendo parallelamente al mio lavoro di inviato nel mondo. Leggere Musil in Thailandia o Tolstoj nel mio bungalow di Singapore è stata una esperienza formidabile, molto diversa da quella che avrei potuto fare stando seduto a casa. Immergersi completamente in Dostoevskij o in Proust mentre ti scoppia una rivoluzione in un paese che non è tuo acquista un significato diverso».
Che cosa intendi?
«La lettura rappresentava un punto di equilibrio, una cornice affidabile entro la quale ancorare il vissuto disordinato di quei momenti. Ma non c’era niente di sistematico. Se devo trovare una definizione, sono stato un lettore primitivo o, meglio ancora, piratesco. Scoprivo una cosa e mi ci buttavo all’arrembaggio, senza nessun rispetto per filoni narrativi o scuole di pensiero. Ricordo che Tiziano Terzani, mio vicino a Singapore, non aveva una grande passione per la letteratura: gliela feci scoprire con Un cuore semplice di Flaubert. Lui ovviamente mi ha insegnato moltissime altre cose».
Questa passione letteraria si è mai tradotta in una tentazione? Non hai mai pensato di scrivere un romanzo?
«Ma certo, come ho sognato di fare il comandante generale in campo o il paracadutista o il campione di scherma. Ma non ho nessun libro nascosto. Non lascio romanzi inediti nel canterano di casa, se è questo che vuoi dire».
Ma non avevi iniziato a scrivere un racconto?
«Mah, mi può essere capitato, ma non ho mai avuto il tempo necessario. Il giornalista è come un soldato: quando riposa si stende sulla branda. E poi a me piace moltissimo oziare».
Tra giornalismo e letteratura tu hai continuato a restare fedele al primo.
«Ho fatto un mestiere che non esiste più, legato al giornale di carta nato alla fine dell’Ottocento. Oggi i ritmi frenetici dell’online non consentono più quei tempi vuoti che mi hanno permesso di leggere, di studiare, di entrare ogni volta in una storia diversa. Vedi quegli scaffali là in alto? Sto sfoltendo la mia libreria dalle migliaia di volumi sull’Africa nera, sull’Indocina, sull’America latina. Sono i libri del mio giornalismo. Vorrei liberare Laura dal loro carico, quando non ci sarò più».
È un modo per accomiatarti?
«L’ho già fatto lasciando la mia rubrica sull’Espresso, poco tempo fa. Ho più anni dei miei vecchi zii che consideravo decrepiti e questo un po’ mi spiazza. Non immaginavo di diventare vecchio».
Invecchiare è un privilegio.
«Sono stato un uomo molto fortunato, anche se questa può essere intesa come un’affermazione egoista. Sono stato fortunato io, non alcune persone a me vicine: i loro dolori sono le mie ferite più profonde. La vita si può dividere in varie fasi. A un certo punto diventa senza futuro. Io non sapevo che questo sarebbe accaduto. Ho compiuto gli anni – nel corso della mia lunga vita – senza capire le conseguenze di quelle ricorrenze. Finché mi sono accorto che non c’è avvenire».
Quando te ne sei accorto?
«Una volta superato il traguardo dei novanta. La mancanza di avvenire rende assurdi i sogni perché sai che è impossibile realizzarli. E io ho sempre sognato. Credere nell’Aldilà può aiutare a nutrire un’aspettativa. Ma non è il mio caso: sono agnostico e non ho alcun orizzonte davanti a me. Se sei inchiodato a una poltrona tremante e ignaro, il problema non si pone. Ma se continui a coltivare curiosità intellettuali, questo ti secca un po’».
Sul Venerdì del 12 aprile 2024