Milano. A Merate, provincia di Lecco, un commercialista sparisce nel nulla. A Milano, città Stato, un senatore incarica un’agenzia di security di indagare sulla scomparsa del suddetto e, intanto, pedinare sua moglie. Sembra ordinario adulterio ma non è detto che lo sia o che sia solo questo. Così la storia diventa un mistero a più strati che pagina dopo pagina fa cadere a pezzi l’idea di una società trasparente, capace di avere il pieno controllo di se stessa. In Trudy (Einaudi), nuovo romanzo di Massimo Carlotto, a essere rimessa in discussione è la possibilità stessa di vivere in una vera democrazia, come se gli strati dei poteri fossero ormai troppi, comunicassero troppo tra loro, finissero per somigliarsi. Piatto ricco per uno dei re del noir italiano, tradotto dagli Usa alla Francia: «Nella modernità la zona grigia non è più quella tra bianco e nero ma dilaga nell’indifferente, si estende dalle trame della politica agli opportunismi dell’avidità di provincia, li connette in un abbraccio privo di scrupoli».
L’Italia dei segreti – vuole dirci l’autore – è vasta e capillare, non solo quella dei potenti che si vedono, anzi l’ambaradan si regge proprio su quello che non si vede, il lavoro dei “pretoriani” sui bordi dell’Impero. Più che un noir, Trudy è allora un horror civile, dove gli unici lampi di luce sono un sindacalista e sua moglie: nel Novecento la lotta era già impari ma ora sembra perduta in partenza, perché tra migranti clandestini e caporalati regna l’umanità opaca di un mondo di lato che si muove a fianco della verità e mai vicino ad essa. A farne parte, mentre gli operai si ostinano a scioperare, sono i picchiatori stupidi e presuntuosi ma anche gli ex commissari diventati imprenditori dell’intelligence, i loro oscuri committenti e gli altrettanto ambigui mediatori. Da bravo scrittore qual è, Carlotto ce li racconta appassionandoci al mistero di Federico Riva, ma intanto ci conduce nella terra di nessuno dove la privatizzazione di alcuni doveri dello Stato, come appunto la sicurezza, moltiplica le riservatezze oltremisura e amplifica tragicamente le zone d’impunità, che siano di un partito, di un commercialista manipolatore o di un ex buttafuori saggio come una zanzara.
Carlotto, chi sono i pretoriani?
«Quelli che garantiscono che certi meccanismi funzionino alla perfezione. Un mix tra il politico e lo specialistico. E gli ambienti della security sono habitat ideale per queste figure. Un mondo che si ramifica muovendosi fluido, sempre adattabile alle circostanze».
Ben serviti dalle nuove tecnologie, anche.
«Negli ultimi vent’anni questo mondo di lato ha gestito in proprio le possibilità fornite dall’innovazione, sviluppandosi senza che ce ne accorgessimo. Pensi solo alla guerra in Ucraina e al ruolo che hanno contractor, agenzie di sicurezza e simili».
In Trudy si respira l’aria di una destra onnipresente. Ma per costruire un “mondo di lato” non basta un anno. E per molto tempo ha governato la sinistra.
«E infatti la responsabilità è tutta della sinistra, che non ha visto questo problema o lo ha visto male. Ancor peggio, ha pensato che fosse inevitabile, moderno, lasciare spazio alla privatizzazione della sicurezza. Mentre i suoi tentativi di rapporto con gli ambienti delle forze dell’ordine e le Forze Armate sono stati fallimentari».
È un mondo dove il non fare notizia – o farla solo quando si vuole – è decisivo. Intanto intorno non si fa che parlare, di tutto e dappertutto.
«Il contesto aiuta. Si approfitta dell’iperproduzione di notizie e chiacchiere. Da un lato i pretoriani sfruttano il chiasso e quando serve lo indirizzano. Dall’altro vi si nascondono dentro».
Che brutta provincia ci racconta.
«Sì, ma la provincia non è tutta uguale. C’è l’Emilia Romagna e c’è il distretto produttivo di Prato che descrivo nel libro, con le sue illegalità diffuse; come c’è Merate, dove vive il mio commercialista scomparso».
Provincia modernissima quando si tratta di soldi, ma dove divorziare è ancora tabù.
«Non ho scelto il Lecchese a caso. In Italia Merate è il comune con il maggior numero di telecamere. Una zona ricca in cui la classe comunque conta, dove il controllo del territorio è esageratamente minuzioso, il tessuto sociale compatto, profondamente legato alle tradizioni e al perbenismo».
Nel libro la parola sicurezza ricorre decine di volte, il risultato è che alla fine ci sentiamo molto insicuri.
«E lo siamo. Per colpa del dilagare di questi ambienti siamo più insicuri. Lo vediamo dal proliferare dei dossieraggi e dalla relazione fuori controllo tra mondo produttivo e crimine. Nei palazzi del potere come in fabbrica, se ci sono problemi ormai si risolvono spiando le persone. E spesso non ci si ferma lì».
Meglio le cabine telefoniche degli smartphone, allora.
«Nel libro ci sono un paio di episodi in cui le cito come residuati di un altro tempo, in via di definitiva dismissione. Ma restano l’ultimo baluardo per fare telefonate senza essere intercettati».
I suoi pretoriani si autoassolvono sempre.
«Già. I miei personaggi e i loro corrispettivi nel mondo reale non ritengono di attraversare il confine del lecito, perché “ormai si fa così”. Si diffonde una percezione della criminalità secondo cui quando a commettere reati sono incensurati ci si considera comunque persone perbene, che magari “usano” il crimine. È una mutazione antropologica molto pericolosa».
Gli uomini sono pessimi, nel suo libro. E delle donne parlano anche peggio.
«Quando si scrive il noir bisogna riprodurre un certo contesto e anche un certo linguaggio. Io ci sono andato e rimasto a lungo nei bar di cui racconto, quegli uomini li ho ascoltati e riprodotti mimeticamente».
Se c’è una lucina, la accendono le donne. Come nel finale di Trudy.
«Inevitabile. Oggi il maschio si dibatte in una crisi senza uscita. Esiste un maschio che vive una dimensione di progresso, ma la maggioranza crede fermamente nel patriarcato. E la destra che c’è nel mondo non aiuta».
Nel libro scrive: il denaro non è mai abbastanza. Quando lo è?
«Mai».
E come la cambiamo questa cosa?
«Non è nemmeno pensabile. Siamo completamente schiavi del pensiero che i soldi non bastano mai. Per usare un linguaggio anni Settanta, solo un progetto di lunga durata, che rimetta in discussione il mondo del lavoro e i sistemi di produzione, può invertire la tendenza».
Scrive che ormai la lotta tra il male e il bene non ha bisogno di eroi.
«Già, naviga nell’anonimato, nel non detto. E così il male non può che vincere, e infatti sta vincendo».
La discussione sui suoi libri è sempre sui contenuti, le pesa?
«È una sofferenza. Però in fondo me la cerco. Ho scelto di raccontare queste storie, questa Italia. E di questo, giustamente, si discute».
Lei sostiene che le persone amano il noir perché intuiscono che spesso dietro la verità ufficiale ce n’è un’altra. Ma ci limitiamo a leggere?
«Un po’ sì. C’è una parte di lettori nei quali aumenta la consapevolezza, ma so bene che in tanti altri agisce una sorta di voyeurismo. Lei mi chiede se anche questo è un motivo di frustrazione e io le rispondo: alla grande».
Quando torna l’Alligatore?
«Io lavoro sulle storie, non sui personaggi, quindi il Buratti non si può adattare a ogni storia. Con la vicenda di Trudy non era compatibile...».
Ok, ma quando torna?
«Lo so che molti lettori affezionati lo aspettano. Le do questa notizia: l’Alligatore torna nel 2025».
Sul Venerdì del 12 aprile 2024