Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.
Leggo spesso la sua rubrica, che mi piace molto, come molte altre sul Venerdì. Come si fa del buon sesso dopo i cinquanta con la propria moglie, che già dalla prima gravidanza a 26 anni in poi è andata scemando fino ad arrivare alla menopausa esaurendosi e lamentandosi di fastidi vari? Seconda domanda, ma “bella femmina” è un insulto per le donne sempre più libere ed emancipate? Non tutti noi maschi, uomini, riusciamo a capire in che modo ci dobbiamo comportare, visto che qualche complimento fatto non in modo volgare può farti passare per un disgraziato. Grazie per l’eventuale risposta.
Annibale Brocca
Gentile signor Brocca, in questa lettera, che io mi permetto di considerare ingenua, o antica, o fuori dal tempo, lei pone due domande che riassumono la vita, vera, di tante donne. Il sesso può mettersi per sempre contro le donne se, non so come dire, fatto male, senza mai pensare al loro piacere, senza mai rispondere alle loro fantasie. E per loro è una cosa senza gioia, in più con relativi problemi. Perché poi dire oggi a una donna “che bella femmina” è un vero insulto? Forse se a lei dicessero “che bel maschiaccio!” non le piacerebbe per niente. Provi a pensarci.
Meglio spolverare che stare davanti alla tv.
Perché in Italia si conduce da sempre una strenua lotta contro la polvere? Forse perché nella terra dove fioriscono i limoni, il maggior irraggiamento la rende più visibile? In Italia si dedica molto più tempo alla pulizia domestica rispetto al resto d’Europa e agli Usa. Nei Paesi anglosassoni domina un diverso stile di vita: la tradizione protestante considera immorale affidare ad altre persone compiti umili quale quello delle pulizie domestiche, quindi mentre in Italia è diffuso il ricorso ai collaboratori domestici, negli Usa è peculiarità solo delle classi molto ricche. E che dire poi delle strategie commerciali: alcuni prodotti casalinghi ideati per far risparmiar tempo alle casalinghe in Italia non hanno sfondato. Il successo di un prodotto per la pulizia secondo le italiane non è dato dal fatto che aiuta a pulire in meno tempo, ma che abbia la potenza del caro e vecchio olio di gomito. Anni fa era stato lanciato sul mercato uno spray multiuso che ha avuto successo solo quando è stato pubblicizzato per le sue potenti capacità sgrassanti. Da alcune ricerche è emerso che in media le donne italiane dedicano 21 ore alla settimana in più alle pulizie domestiche rispetto alle americane.Ma se questo tempo “risparmiato” viene impiegato per sonnecchiare davanti alla tv, piagnucolando per qualche soap opera o gozzovigliando con “junk food”, allora forse è meglio dedicarlo per una migliore igiene domestica.
Matilde
Firmata da una donna, mi pare che anche qui le donne più che far la polvere, “gozzovigliano con junk food”, e questa volta sono le signore a prendersela con le donne pigrone. Questa lettera, ecco,ho voluto riportarla perché pensavo che mai l’avrei ricevuta. Una lettera dedicata alla POLVERE! Secondo le ricerche, dice la signora Matilde, ben 21 ore sono dedicate dalle “spolveratrici” a pulire, ma se si guarda la tv, cioè non si fa nulla, allora è meglio dedicarsi a una migliore igiene domestica!
I morti sul lavoro di ieri e di oggi
Domani mattina parto per andare al 49esimo anniversario, invitato da Ciro Liguoro unico sopravvissuto, della strage di Sant’Anastasia dell’11 aprile 1975, dove morirono 13 giovani lavoratori. E proprio oggi, a Suviana, in provincia di Bologna, è capitata la stessa cosa, sette lavoratori morti per un’esplosione in una centrale idroelettrica dell’Enel. E ora, contrariamente a 49 anni fa, le stragi come questa di Suviana, e quella di Brandizzo (Ferrovie dello Stato) sono provocate da quelle che a mio parere sono delle forme legalizzate di caporalato, in questo caso di Stato, ma diffusissimo anche nel privato. Come altro modo definirle quando senti che a Suviana (come a Brandizzo) è un caposquadra, ex dipendente Enel, che dirige dei lavoratori di ditte esterne? La maggioranza dei morti e delle stragi (come anche quella all’Esselunga di Firenze) sono provocate dagli appalti e subappalti, con lavoratori per la stragrande maggioranza precari e ricattabili. Siamo, con i sette morti di oggi, a contare 291 morti sui luoghi di lavoro (tutti registrati per giorno, mese e anno, per identità, età, professione – anche se in nero – nazionalità e cenni sulle tragedie), con i morti sulle strade e in itinere arriviamo a 366 complessivi. Il numero esponenziale di morti è soprattutto dovuto al precariato e al nuovo caporalato, scaricato su questi poveri lavoratori. Un Amen non si nega a nessuno.
Carlo Soricelli, curatore dell’Osservatorio Nazionale di Bologna morti sul lavoro
291 morti in un anno che, molto giovani o quasi vecchi, aumentano ogni giorno il numero che non dà pace. Persone che scompaiono subito, morti per incuria o incapacità di altri, morti per trovarsi davanti a un lavoro nuovo. 291 e siamo a maggio, tanti altri ne arriveranno. Morti che saranno sui giornali per un giorno, e poi scompariranno, perché erano in nero, perché non contano nulla, chi li piange non fa notizia. Il signor Soricelli dice che andrà al 49° anniversario della strage di Sant’Anastasia avvenuta nel 1975, con 13 giovani lavoratori morti. Ce l’ha detto il giorno in cui a Suviana, nel Bolognese, ne sono morti sette. A Sant’Anastasia erano stati 13 i morti, una era una donna, e a momenti non la contavano. L’altro giorno erano “appena” sette. Se si tenessero i conti, coloro che muoiono lavorando sarebbero migliaia. Si protesta per un giorno, si fanno anche scioperi. Ogni volta si dice che ci metteranno solo personaggi di grande bravura. Ma poi se ti capita di lavorare in una specie di inferno dove l’acqua continua a invadere l’enorme struttura della centrale idroelettrica come a Suviana…
Ma i tatuaggi sono ormai simbolo del conformismo
Abbiamo perso talmente il senso di appartenenza alla comunità e a valori condivisi che oggi, pur di affermare qualcosa nei confronti della società, si ricorre al tatuaggio, alla scrittura indelebile, disegni e simboli sul proprio corpo. E lo si fa non per rivendicare l’appartenenza ad un certo gruppo sociale (come in origine il tatuaggio era considerato) ma per rimarcare una propria individualità che però, essendo il mezzo così diffuso, finisce per diventare puro e semplice conformismo. Forse l’uomo ha bisogno di riti collettivi, che siano civili o religiosi e, venendo a mancare questi, il tatuaggio rappresenta un’apparente appartenenza sociale. Lei ha una interpretazione diversa del fenomeno?
Giuliana Ranaldi
Quando vedo il povero Fedez con il collo che pare sgozzato, chiudo gli occhi e penso alle parole d’amore che mi pare ricevesse. Almeno mi pare. Non potrebbe la sua signora essersi semplicemente stancata di trovarsi sempre con quel disegno (a furia di non guardarlo non so neanche cosa rappresenta) che, sarò antichissima, fa un pochino orrore? Pare che ai ragazzi piaccia molto. Ma io penso, se me ne trovavo uno, mille anni fa, non mi sarei presa un gran spavento?
Sul Venerdì del 19 aprile 2024