Antonio Scurati: “Il fantasma del fascismo minaccia la democrazia”
di Antonio Scurati«Non si può entrare… non siamo autorizzati… l’accesso è vietato...».Evidentemente, il piantone ha ricevuto consegne categoriche dai suoi superiori. Mentre mi sbarra l’ingresso, gesticola affannosamente, si guarda attorno ad accertarsi che nessun graduato lo colga in fallo, assume un tono quasi supplichevole di complicità omertosa. Il segreto che si trova a dover custodire sembra sovrastarlo con una mole schiacciante. È senza dubbio troppo grande per lui. Con garbo e cautela, mi permetto di insistere. Spiego che non sono un nostalgico bensì uno studioso, un accademico con intenti di documentazione scientifica (rivelare la mia curiosità intellettuale di romanziere mi parrebbe pericolosamente equivoco). «Niente... non è rimasto niente... mi creda, professore, non c’è più niente!». È la sua replica definitiva. La accompagna un gesto di diniego inappellabile: una croce tracciata nel vuoto con due nervosi fendenti della mano destra; affermano perentoriamente che il passato di cui vado in ce…
«Non si può entrare… non siamo autorizzati… l’accesso è vietato...».Evidentemente, il piantone ha ricevuto consegne categoriche dai suoi superiori. Mentre mi sbarra l’ingresso, gesticola affannosamente, si guarda attorno ad accertarsi che nessun graduato lo colga in fallo, assume un tono quasi supplichevole di complicità omertosa. Il segreto che si trova a dover custodire sembra sovrastarlo con una mole schiacciante. È senza dubbio troppo grande per lui. Con garbo e cautela, mi permetto di insistere. Spiego che non sono un nostalgico bensì uno studioso, un accademico con intenti di documentazione scientifica (rivelare la mia curiosità intellettuale di romanziere mi parrebbe pericolosamente equivoco). «Niente... non è rimasto niente... mi creda, professore, non c’è più niente!». È la sua replica definitiva. La accompagna un gesto di diniego inappellabile: una croce tracciata nel vuoto con due nervosi fendenti della mano destra; affermano perentoriamente che il passato di cui vado in cerca, quel passato oramai remoto, eppure ancora palpitante e scandaloso, non ha lasciato tracce. Non esiste più. O, quanto meno, qualcuno là in alto, non vuole che esista.
Siamo nella prima metà degli anni Dieci del Ventunesimo secolo, mi trovo all’ingresso del commissariato di polizia di piazza San Sepolcro a Milano e ho chiesto di visitare la sala dove il 23 marzo del 1919 Mussolini fondò i fasci di combattimento. Intorno a me, la città narra apertamente le stratificazioni della sua storia millenaria – alle mie spalle la chiesa del Santo Sepolcro sorge dove fu il foro romano e sopra la mia testa svetta la torre fascista edificata nel decennale della marcia su Roma – eppure, a dispetto di ciò, gli ordini ricevuti dal poliziotto negano l’evidenza: l’accesso è vietato, non è rimasto più niente, il passato è svanito. Lo è, quanto meno, il passato fascista. Deve esserlo.
Deluso e stizzito, me ne torno a casa. Mi ributto sui libri. Sto lavorando, infatti, a un progetto letterario inaudito: raccontare l’intera parabola del fascismo in un romanzo incentrato sul suo fondatore. I miei amici scrittori mi danno del pazzo, niente nella cronaca politica di quei giorni sembra suggerirne una qualche attualità: Matteo Renzi è presidente del Consiglio e i pochi superstiti dell’Msi, dopo esser stati masticati da Berlusconi, sono rifluiti in un nuovo improbabile partito accreditato a malapena del 2 per cento. Eppure, annusando l’aria torbida del nuovo millennio, a me sembra che l’ideale democratico ereditato dai nostri padri e madri, formatosi nella lotta antifascista dei nostri nonni, stia smottando; mi sembra che gli italiani non abbiano mai fatto i conti fino in fondo con il passato fascista, non abbiano cioè mai assunto collettivamente la tremenda responsabilità di esser stati fascisti, di aver inventato il fascismo e, dunque, in conseguenza di questa mancata elaborazione, mi sembra che quel passato non sia mai stato davvero superato; mi convinco, anzi, che il fascismo resti il grande rimosso della coscienza nazionale; mi ripeto che il fantasma di quel cadavere insepolto ha continuato e continuerà, come in un racconto di spettri, a infestare la casa comune della democrazia italiana.
L’ottuso diniego del piantone di guardia a San Sepolcro mi pare, anzi, un simbolo di tutto ciò. Mi rimetto, perciò, a studiare la storia del fascismo e a scrivere il mio folle romanzo su Benito Mussolini. Chi vivrà, vedrà.
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A che punto è la notte? A che punto è la rimozione del fascismo? Il suo accesso è ancora negato alla coscienza collettiva? Oggi, a dieci anni da quell’episodio, è la più bruciante attualità politica a imporre questi interrogativi. Le questioni da esse sollevate sono più che mai urgenti nell’anno in cui cade il centesimo anniversario del barbaro assassinio di Giacomo Matteotti e l’ottantesimo delle stragi nazifasciste del 1944. Queste due ricorrenze luttuose concomitanti proclamano, infatti, che il fascismo è stato lungo tutto l’arco della sua esistenza storica – non soltanto alla fine o occasionalmente – un irredimibile fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista. Lo riconosceranno, una buona volta, gli eredi di quella storia?
Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così. Il gruppo dirigente post-fascista, vinte le elezioni nell’ottobre del 2022, aveva davanti a sé due strade: superare definitivamente il suo passato neo-fascista elaborandolo in un franco e responsabile discorso pubblico oppure insistere nella rimozione cercando di riscrivere la storia. Ha indubbiamente imboccato la seconda via, la via degli empi. Dopo aver ostinatamente evitato l’argomento in campagna elettorale, il presidente del Consiglio, quando costretta ad affrontarlo dagli anniversari storici, si è pervicacemente attenuta alla linea ideologica della sua cultura politica neofascista di provenienza: ha preso le distanze dalle efferatezze indifendibili perpetrate dal regime (persecuzione degli ebrei) senza mai ripudiare nel suo insieme l’esperienza fascista, ha disconosciuto il ruolo fondamentale della Resistenza antifascista nella rinascita italiana (fino al punto di non nominarla in occasione del 25 aprile), ha scaricato sui soli nazisti le stragi compiute con la complicità e collaborazione dei fascisti repubblichini, fondatori del partito cui lei aderì in gioventù (si veda il suo discorso riguardo alle Fosse Ardeatine), ha commemorato con toni di infiammato nazionalismo il “martirio” degli italiani d’Istria per mano dei comunisti titini (anniversario delle foibe). Si è, insomma, mantenuta fedele alla versione della storia nazionale propalata per decenni dal Movimento sociale italiano (riassunta nel motto “Non rinnegare, non restaurare”).
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L’esito di questo abuso politico della storia ricorda ciò che Freud definiva denegazione, ossia quel procedimento usato durante la terapia psicoanalitica dal soggetto nevrotico per impedirsi di riconoscere un desiderio che invece prima ha affermato: il giovanile desiderio di fascismo, poi rimosso, ritorna nella riscrittura faziosa della storia nazionale ma camuffato e parziale, senza mai essere riconosciuto apertamente. In questo modo perverso, quel desiderio viene riaffermato in chiave difensiva.
Le conseguenze sono gravi, varie e vaste. Su di un piano più prettamente politico, questo diniego impedisce che vengano recise le radici antidemocratiche e illiberali della destra postfascista. La sua cultura politica resta estranea alla destra liberale conservatrice. Il fantasma del fascismo continua a infestare la comune casa democratica.
Su di un piano culturale più ampio, il diniego si traduce, invece, in una brutale amputazione della storia. Non si tratta qui soltanto di una diversa, faziosa, menzognera narrazione della storia italiana ed europea. C’è qualcosa di più e di peggio: la storia in quanto tale viene negata quale terreno fertile da cui trae alimento la vita di un popolo. La grande stagione di progresso materiale e spirituale del secondo dopoguerra fu, infatti, figlia di un forte e virtuoso sentimento popolare della storia: un popolo di sopravvissuti all’apocalisse, non dimentico del “popolo dei morti”, comprese il proprio essere nel tempo come parte di una storia di rinascita e ne trasse uno slancio morale formidabile rivolgendosi speranzoso a un futuro migliore. Milioni di donne e di uomini, privi perfino della licenza elementare, misero istintivamente in pratica gli insegnamenti della scuola delle Annales: loro, gli umili, gli ultimi, le persone comuni, fino a ieri trattati come “vermi della terra”, “avanzi della storia”, si riconobbero come nuovi soggetti storici, si raccontarono la loro diuturna lotta per nutrirsi, vestirsi, abitare le loro povere case come parte di una narrazione più vasta, di lunga durata, che li univa ai padri, ai nonni, agli avi ignoti, ai figli e ai figli dei figli non ancora nati, in una grandiosa epica del quotidiano sotto la stella della redenzione.
Era una meravigliosa narrazione democratica della democrazia. Diceva: coraggio, avanti, non sei il primo, non sei l’ultimo. Diceva, soprattutto: non sei solo. Diceva: la storia siamo noi.La subdola, sordida manipolazione del passato storico nazionale attualmente tentata dal gruppo dirigente postfascista, rifiutando di riconoscere per vera quell’immane tragedia collettiva da cui proveniamo, interrompendo il fecondo rapporto tra passato e presente, asserendo con prepotenza autocratica una sorta di autointellegibilità del presente (“abbiamo vinto le elezioni, dunque le cose stanno come diciamo noi”), non soltanto consegna a un impietoso oblìo il popolo dei morti ma condanna anche quello dei vivi a una disperata solitudine.
Sul Venerdì del 19 aprile 2024