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C’è Unabomber in libreria, vale la pena rileggerlo?

Theodore Kaczynski (1942-2023) (Getty images) 
Con i suoi pacchi bomba Ted Kaczynski fece tre morti e 23 feriti prima di essere catturato e condannato all'ergastolo. A un anno dalla morte, i suoi scritti – che escono in una nuova edizione critica – continuano a ispirare ribelli antisistema di ogni colore
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«Abbiamo scritto un lungo articolo [...] che vorremmo pubblicare»: un giornalista del New York Times nell’aprile 1995 si vede recapitare una lettera in cui legge queste parole. Una richiesta ordinaria in un giornale, se non fosse per il seguito: «Se riuscirete a farlo pubblicare secondo le nostre richieste, termineremo definitivamente ogni attività terroristica». Qualche giorno prima il presidente dell’Associazione dei produttori di legname della California era morto aprendo un pacco esplosivo, ultima vittima di un serial killer che negli ultimi 17 anni aveva recapitato 16 pacchi bomba a scienziati, accademici e informatici, ferendone 23 e uccidendone tre. I media l’avevano soprannominato Unabomber e l’Fbi l’avrebbe catturato l’anno dopo, in seguito all’indagine più lunga e costosa mai condotta dall’agenzia governativa.

Solo allora si scoprì la sua identità: Theodore John Kaczynski, per gli amici Ted. E di amici, nei 27 anni di detenzione, se ne fece molti – fino alla sua morte, nel g…

«Abbiamo scritto un lungo articolo [...] che vorremmo pubblicare»: un giornalista del New York Times nell’aprile 1995 si vede recapitare una lettera in cui legge queste parole. Una richiesta ordinaria in un giornale, se non fosse per il seguito: «Se riuscirete a farlo pubblicare secondo le nostre richieste, termineremo definitivamente ogni attività terroristica». Qualche giorno prima il presidente dell’Associazione dei produttori di legname della California era morto aprendo un pacco esplosivo, ultima vittima di un serial killer che negli ultimi 17 anni aveva recapitato 16 pacchi bomba a scienziati, accademici e informatici, ferendone 23 e uccidendone tre. I media l’avevano soprannominato Unabomber e l’Fbi l’avrebbe catturato l’anno dopo, in seguito all’indagine più lunga e costosa mai condotta dall’agenzia governativa.

Solo allora si scoprì la sua identità: Theodore John Kaczynski, per gli amici Ted. E di amici, nei 27 anni di detenzione, se ne fece molti – fino alla sua morte, nel giugno scorso. In carcere Kaczynski è diventato personaggio pop e protagonista di meme, gli è stata dedicata una serie tv e una docuserie su Netflix, suoi scritti e oggetti sono finiti all’asta o esposti nei musei di criminologia statunitensi. Ma soprattutto, è diventato un modello per molti gruppi politici antisistema di orientamento opposto, dall’alt-right americana agli anarchici, dalla galassia incel alla sinistra più radicale.

Lettere dal carcere

Per capire da dove viene tanta popolarità bisogna rileggersi La società industriale e il suo futuro, quel lungo articolo che nel 1995 Kaczynski aveva inviato alle principali testate statunitensi e che la casa editrice anarchica D Editore ripubblica in una nuova traduzione ed edizione critica. Il volume, che contiene anche altri suoi scritti successivi, alcuni inediti, è il primo di una collana che punta a essere la più completa al mondo dedicata all’autore.

«Quattro anni fa ho scoperto che, tramite un lungo e complicato iter mediato dal carcere di Florence, era possibile entrare in contatto con Kaczynski», racconta l’editore e curatore Emmanuele J. Pilia. «Quindi gli ho scritto, proponendogli di pubblicare alcuni testi inediti, e dopo sei mesi ho ricevuto la sua risposta, in cui mi spiegava che stava continuando a riaggiornare il manifesto». Kaczynski non aveva semplicemente ritoccato piccoli dettagli ma aveva continuato a lavorarci creando un apparato di note sterminato. In alcuni casi punti controversi del suo pensiero erano stati chiariti e ampliati da scritti successivi o dalla sua corrispondenza dal carcere, che raggiungeva 400 persone, alcune note, per esempio il filosofo dell’ecologia David Skrbina.

Questo materiale è oggi conservato alla Labadie Collection dell’Università del Michigan, il più antico e importante fondo dedicato al movimento anarchico. «Su Reddit ho avuto la fortuna di conoscere un responsabile del fondo e fan di Ted che conosce molto bene la sua produzione, nel tempo libero la sta digitalizzando e mi ha fornito alcuni suoi scritti in anteprima», spiega Pilia.

Visione-mondo

Il manifesto proposto ai giornali e negli anni ampliato e corretto è il riassunto della sua visione-mondo, che cerca di rileggere tutta la realtà attraverso l’idea che l’intera società industriale e tecnologica sia una trappola in cui l’umanità è cascata senza rendersene conto. «Kaczynski credeva che le forme tecnologiche a un certo punto abbiano cominciato a evolvere come se fossero autocoscienti, usando l’uomo come vettore per tramandarsi» spiega Pilia. L’apparente benessere portato dalla società industriale e tecnologica non basta a giustificarla: «Essa ci ha tolto ciò che ci rende umani, ciò che rende significativa la vita, che lui chiama “power process” e noi abbiamo tradotto come “processo di autoaffermazione”. Le difficoltà e i problemi psicologici dell’uomo di oggi nascevano, secondo lui, dalla schiavitù tecnologica: in questo ha visto in anticipo la nostra attuale dipendenza da dopamina».

Un luddista retrogrado, quindi? «Kaczynski non contesta la tecnologia in sé, ma il sistema tecnologico industriale: è contro di esso che, secondo lui, dovevano unirsi bianchi, neri, donne, uomini, omosessuali, senza differenze». Le battaglie per i diritti delle minoranze passavano in secondo piano rispetto alla lotta prioritaria contro il sistema tecnologico. Per questo molte sue prese di posizione, per esempio contro il politicamente corretto, l’hanno trasformato in un modello per l’estrema destra.

«Credeva che l’unico modo per contrastare il sistema tecnologico fosse sabotare, organizzarsi, “colpire il sistema dove più fa male”». Eppure l’unica cosa che seppe fare fu spedire pacchi bomba a ricercatori e docenti universitari. «I primi attentati in realtà li fece per rabbia, poi capì che con essi il suo messaggio poteva essere amplificato: gli attentati sono diventati il più spettacolare progetto di self branding a cui un autore si sia mai dedicato, ovviamente da non suggerire». Se nel testo inviato ai giornali il ruolo della violenza era smorzato, negli scritti successivi Kaczynski la definì uno strumento di lotta politica necessario alla rivoluzione.

Deliri persecutori

A mixare queste teorie lucidissime a certi deliri persecutori alimentati da uno sfrenato individualismo, facendo detonare il tutto in un meticoloso progetto di cieca violenza, contribuì il vissuto personale. Da piccolo gli fu misurato un quoziente intellettivo al di sopra della media e diagnosticata una malattia del sangue che lo portò a un lungo periodo di isolamento totale. Poi il bullismo subito da ragazzo, i brillanti studi matematici, l’inizio della carriera accademica e l’improvvisa autosospensione. Una probabile disforia di genere e la partecipazione al progetto MK Ultra, programma clandestino del governo che studiava i meccanismi della manipolazione umana usando torture psicologiche, fisiche e droghe.

«Per alcuni criminale, pazzo, malato, per altri filosofo, martire, profeta. Kaczynski è stato certamente un pensatore problematico e inconciliabile con l’intersezionalità delle lotte in cui crediamo» conclude Pilia. «Eppure questo testo è l’ultimo grande manifesto politico anarchico, che indica con coraggio una possibilità oggi completamente rimossa, quella della rivoluzione».

Sul Venerdì del 19 aprile 2024

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