Eppur si crede: viaggio nell’Italia dei miracoli
di Paola ZanuttiniNapoli. Io non sono certo in età riproduttiva, non sembra esserlo neanche il professor Marino Niola, antropologo detentore da lungo tempo di una rubrica su questo giornale e autore di L’Italia dei Miracoli. Storie di santi, magia e misteri, saggio in uscita per Raffaello Cortina sulla persistenza di culti e rituali pagani nella religiosità cattolica, che mi guida in un petit tour esemplificativo. Ma, nonostante i succitati limiti di età, appena il prof chiede a un venditore di bandiere del Napoli appostato su via Toledo quanto manca a vico Tre Re, quello risponde incoraggiante: «Ah, Santa Maria Francesca! La seconda a destra».
Il fatto è che Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, al 13 di vico Tre Re a Toledo, è il santuario-casa museo dove si celebra l’ultimo rito di fertilità dell’Occ…
Napoli. Io non sono certo in età riproduttiva, non sembra esserlo neanche il professor Marino Niola, antropologo detentore da lungo tempo di una rubrica su questo giornale e autore di L’Italia dei Miracoli. Storie di santi, magia e misteri, saggio in uscita per Raffaello Cortina sulla persistenza di culti e rituali pagani nella religiosità cattolica, che mi guida in un petit tour esemplificativo. Ma, nonostante i succitati limiti di età, appena il prof chiede a un venditore di bandiere del Napoli appostato su via Toledo quanto manca a vico Tre Re, quello risponde incoraggiante: «Ah, Santa Maria Francesca! La seconda a destra».
Il fatto è che Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, al 13 di vico Tre Re a Toledo, è il santuario-casa museo dove si celebra l’ultimo rito di fertilità dell’Occidente che – vorrei spiegare al venditore di bandiere – noi osserveremo con sguardo scientifico e non per implorare fecondità inopportune. Infatti, quando mi viene chiesto se voglio accomodarmi sulla stessa seggiola della santa dove, accompagnato dalle preghiere di una suora sbrigativa, si dovrebbe compiere il miracolo di sconfiggere le sterilità più irrevocabili, declino l’invito. Per senso del ridicolo, per rispetto verso chi ci crede, ma pure del concetto di efficacia simbolica enunciato da Lévi Strauss – che approfondiremo in seguito.
Anche se è vietato fotografare ci provo lo stesso, fingendo un selfie che dovrebbe inquadrare una coppia che si è appena sottoposta al rito – la donna sulla seggiola, l’uomo accanto, in piedi – ma la suora, piuttosto somigliante alla santa, interrompe la giaculatoria per intimare: «Niente foto!». E poi ricomincia.
Un po’ di agiografia. La devotissima Maria Francesca, venerata dalle napoletane, visitata da non poche forestiere, come dai croceristi stranieri in cerca di folk, e recensita perfino su Tripadvisor, visse nel Settecento, avrebbe voluto farsi suora, ma il suo lavoro di ricamatrice-tessitrice sostentava la famiglia, quindi ripiegò su un saio da terziaria francescana. Abitò questa casa per 38 anni, fino alla morte, che la colse quando ne aveva 76, nel 1796, con le stimmate e una buona nomea di protettrice della fecondità, della gravidanza e della maternità in tempi di febbri puerperali e mortalità neonatale alle stelle. Canonizzata nell’800, nel secolo successivo ha visto crescere la sua fama, e il profluvio di ex voto e fiocchi rosazzurri esposti nella casa ne dimostrano l’imperitura potenza taumaturgica.
Nell’epoca della maternità ipermedicalizzata e della natalità in picchiata (oltre tre coppie su dieci con problemi di infertilità), si ricorre a quella che Niola definisce «una fecondazione assistita dall’alto». Qui si celebra «una liturgia femminile che rimodella un fondo misteriosamente arcaico per consegnare nelle mani della santa l’eredità delle Grandi Madri, signore numinose e luminose delle nascite e dei destini. Come le greche Demetra e Hera. O come le romane Lucina, la levatrice degli dèi, e Anna Perenna, la nutrice dell’universo, venerata dalle donne senza figli. E soprattutto Mater Matuta, patrona degli stati aurorali della vita».
Questo per dire che dalla postmodernità straripa il passato e, anche se i culti si tecnicizzano e su rosarioonline.org è possibile scaricare una Novena a Santa Maria Francesca per la gravidanza, mentre le community virtuali dedicate a questo o quel santo palpitano di vitalismo immateriale, l’umanità del terzo millennio continua a chiedere un aiuto extraterreno (dall’alto o dal basso) con le stesse modalità dei suoi antichi e pagani progenitori.
Il rapporto con l’aldilà è ancora più tangibile a Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, zona Tribunali, meglio nota in città come la chiesa “de’ ’e cape ’e morte”, cioè dei teschi. Qui, come al cimitero delle Fontanelle, per ora inagibile per via delle frane, o nella basilica di San Pietro ad Aram, va in scena il secolare culto delle anime pezzentelle di Napoli. Anime di poveracci morti di pestilenze e finiti negli ossari, cui nessuno rendeva gli onori dovuti ai defunti finché altri poveracci non le hanno adottate. Funzionava così: un morto si presentava in sonno al prescelto che avrebbe poi riconosciuto il suo teschio fra mille. In cambio di costanti ripuliture delle sue povere ossa e delle preghiere per scontare anni di purgatorio, dal trapassato potenti aiuti per salute, amore, lavoro e numeri al lotto. Ma, in caso di trattamento insoddisfacente, la capuzzella si vendicava. Così, per dire: il convitato di pietra del Don Giovanni proviene da questi sotterranei.
Nell’ipogeo della bella chiesa barocca, il corpo a corpo con la reliquia si è fatto più mediato. In cornice, il divieto promulgato nel 1969 dal Cardinal Ursi di adottare e lustrare capuzzelle sconosciute. Quindi gli altarini, realizzati con antiche maioliche vietresi o più modeste mattonelle da bagno e cucina, sono ormai pochi, ma teschi e ossa restano oggetto di un culto affettuoso a base di fiori di plastica, candele, immagini di Padre Pio, fotografie di altri defunti, ex voto e altri più o meno insoliti pegni di devozione. Poi c’è anche chi butta le monetine in una cripta. Come nella Fontana di Trevi. Anche qui, dice Niola, riaffiora il mondo precristiano: le cerimonie delle discese agli inferi, la nekyia, il richiamare gli spettri per interrogarli sul futuro. Ma non l’usanza di bruciare i morti, quella no: «I devoti direbbero che la cremazione è una pratica diabolica, perché quella fase di trasformazione del cadavere corrisponde al periodo impiegato dall’anima per andare dal purgatorio al paradiso. Non a caso, quando adottavano un cranio avviavano quel processo di pulizia con alcol e ovatta che corrispondeva alla purificazione dell’anima».
E adesso torniamo sulla terra: perché le chiese sono sempre più vuote mentre la richiesta di miracoli e di intercessioni divine non sembra diminuire?
«Il Paese è in via di progressiva secolarizzazione, ma con una domanda religiosa che invece resta forte. La prova è che le chiese sono deserte, mentre i grandi santuari miracolosi sono gremiti. Perché la gente chiede quella rassicurazione che la Chiesa ufficiale non dà più. C’è l’impressione che il sacro non passi più attraverso le sue istituzioni».
E perché?
«Perché la Chiesa è troppo simile a una Ong».
Papa Francesco non è empatico? Rassicurante?
«È empatico, è vicino, è un parente, ma non è rassicurante: la religione deve esserlo, deve farti sentire legato empaticamente agli altri, non solo al Papa. E soprattutto deve essere un’attrice di potenza perché la religione gestisce il sacro, l’energia. Mentre questa Chiesa non appare più in grado di fare il lavoro, non è più una diga capace di contenere quell’enorme potenza. La progressiva soppressione o neutralizzazione della liturgia, del rituale, di certi elementi come il canto, la musica, dimostrano che il rapporto con il sacro non passa più attraverso i sensi, il corpo, ma attraverso la testa. È una religione astratta, più da teologi o da operatori sociali. Mentre in tutti questi altri luoghi il protagonista è il corpo, l’immagine, il rapporto con l’immagine, con l’ex voto. È un corpo a corpo consacrato, un incontro di emozioni, secrezioni, non tanto di neuroni, ma più di ormoni».
Nel Nord ci devono essere meno ormoni religiosi, perché nella ventina di santi e santuari che lei esamina c’è solo una meta settentrionale: la Val di Susa.
«Nel Nord la religione popolare è molto più disciplinata e condizionata da quella ufficiale. Al Sud c’è questa sorta di paganesimo naturale dove tutto deve passare per la fisicità e i sentimenti: “Questa eterna luna di miele paganeggiante” la chiama Henry James».
Lei scrive che a favorire il ritorno del paganesimo, degli dèi in esilio, è il Rinascimento, con la riscoperta della classicità. E poi il Barocco, che recupera come vecchi mattoni pregiati gli elementi mitologici e li inserisce nella costruzione culturale della Controriforma. Quindi la Controriforma utilizzava credenze che, fino al giorno prima, definiva eresie per combattere la Riforma protestante, un’eresia ancora maggiore?
«Il vero pericolo a quel punto non era più il paganesimo precedente, ma l’eresia protestante che avrebbe fatto piazza pulita di tutto: della Chiesa di Roma, ma anche di quello che la Chiesa ha ereditato dal mondo antico. In fondo, la Chiesa di Roma è quel che resta dell’Impero romano. Tutta l’eredità antica viene tradotta in termini cristiani, a partire dalla scelta dei tre attributi simbolici di Cristo, che sono quelli delle divinità mediterranee: il grano, quindi Demetra; l’olio, Atena, Minerva; e il vino, Dioniso, Bacco. È una trinità sacra. Il cristianesimo compie un’operazione geniale perché ne fa gli attributi eucaristici di Cristo. Christos, l’unto, catturato nell’orto di Getsemani – che in aramaico vuol dire frantoio – trasforma il corpo in pane e in vino. Il protestantesimo tutto questo lo toglie, lo aborre».
E il postmoderno in cui restiamo infognati, come si rapporta ai santi e le madonne coi mantelli rubati ai costumi pagani?
«Il postmoderno consiste nel mettere più tempi insieme, no? La stessa operazione che fa il Barocco: la Controriforma. Riprende il passato, lo mette insieme al presente e si costruiscono ipotesi nuove di futuro. Non è un caso che il Barocco è insieme mistica, teologia, spettacolo del sacro e della morte, accanto alle scienze, all’indagine sull’insondabile, sull’infinito. Comincia tutto allora. Con i gesuiti euclidei. La diottrica e la geometria sono le nuove scienze? I gesuiti si inventano la teometria che misura l’opera di Dio. Si riprende il lessico della scienza per tradurlo in religione e riaffermarne il primato sulla scienza laica».
Processioni a piedi scalzi o in ginocchio, incappucciati che si battono a sangue il petto, idolatrie più o meno striscianti, culto delle reliquie e del materiale organico dei santi non minacciano la Chiesa? Non le levano il controllo sulla potenza del sacro?
«Sì, levano, e però restituiscono sotto forma di afflusso di denari. Basta pensare a quello che significa un santuario popolare come la Madonna dell’Arco qui a Napoli, il Divino Amore a Roma, o Santa Rita a Cascia. Per la Chiesa questi milioni di pellegrini significano anche una possibilità di rimanere ancorata alla religiosità popolare, che è quella più viva, tenuta a freno per secoli, ma eventualmente liberata per renderla funzionale».
Come il populismo in politica?
«Esatto. In questo momento la Chiesa mi fa pensare al Pd, che non riesce più a contenere né a rappresentare questo magma di sentimenti, appartenenze, aspirazioni, bisogno di consolazione».
Che cosa fa di un santo un santo di successo?
«I miracoli. Per essere canonizzati sono la prova stringente della santità. Questo è vero per la chiesa ufficiale, molto spesso però ci sono dei santi canonizzati che non hanno alcun successo popolare: di solito le proposte dall’alto non trovano rispondenza, mentre i grandi santi sono quelli canonizzati dal basso. Poi arriva la Chiesa e li sistema, altrimenti le sfuggirebbero. È un modo per controllare questa energia, comunque elusiva. Un giorno, a Padova, a Sant’Antonio, c’era un gruppo di srilankesi che facevano una specie di danza davanti alle reliquie del santo. Ho domandato loro se erano cristiani: no, induisti. E che c’erano venuti a fare da Sant’Antonio? Perché fa i miracoli, mi hanno risposto, concludendo che noi occidentali facciamo sempre troppe domande».
La grazia più richiesta?
«La guarigione. Non a caso, in latino salvezza e salute si chiamano con la stessa parola: salus».
Pellegrini e affini hanno qualcosa in comune coi terrapiattisti o i No vax?
«Non necessariamente, con questa equazione derubricheremmo certe forme di religiosità come arretratezza, ignoranza, invece non è così: coinvolgono prevalentemente il sottoproletariato urbano e la piccola borghesia ma, a sorpresa, anche persone di ceti più elevati, perché questi fenomeni si allargano, viralizzano. E poi nel terrapiattista o nel No vax c’è una sorta di fanatismo, di astio antistituzionale, mentre in questi non c’è alcuna polemica. Le donne che vanno da Santa Maria Francesca vanno pure dal dottore».
I tagli alla sanità pubblica favoriscono la deriva miracolistica? «Secondo me sì, perché in mancanza di servizi pubblici e di mezzi per accedere al privato ci si affida al soprannaturale».
Cos’è esattamente “l’efficacia simbolica” dei rituali sciamanici di cui parlava Lévi-Strauss?
«Quello che chiamiamo miracolo è un interruttore che si accende e si spegne. Però dentro ci sono, da una parte, l’attesa del devoto e la sua fiducia nell’immagine sacra, che per lui è proprio la divinità, il santo; dall’altra parte c’è quell’atmosfera, appunto, di densità umana, di concitazione emotiva che si crea nei grandi santuari popolari, dove è assente la rarefazione del dogma – quelle astrazioni impervie di cui la gente neanche capisce il senso – ma ci sono invece il palpitamento, gli umori, gli odori: tutto un insieme che, secondo me, fa crescere le endorfine, e mette probabilmente in moto meccanismi anche di autoguarigione o consolazione che la scienza medica non riesce a spiegare».
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Sul Venerdì del 26 aprile 2024