250 anni dopo, rispunta a Rimini il tesoro della nave fantasma
di Piero TrelliniEra dalla primavera precedente che la Westmorland, fregata privata armata con 26 cannoni, languiva nel porto di Livorno in attesa di salpare per Londra. Il capitano Willis Machell era ben consapevole del rischio che stava correndo e si decise a partire solo negli ultimi giorni dell’anno 1778, appena dopo aver saputo che, poche settimane prima, la King George aveva compiuto il medesimo viaggio senza incidenti. Il vascello era abituato a solcare le onde dell’Atlantico per trasportare stoccafissi ma in quella occasione era stato interamente riempito di un prezioso carico appartenente a un gruppo di giovani aristocratici inglesi reduci dal fatidico Grand Tour.
Da pochi mesi la Guerra d’Indipendenza americana aveva messo la Gran Bretagna contro la Francia, che aveva garantito ai coloni ribelli “pieno …
Era dalla primavera precedente che la Westmorland, fregata privata armata con 26 cannoni, languiva nel porto di Livorno in attesa di salpare per Londra. Il capitano Willis Machell era ben consapevole del rischio che stava correndo e si decise a partire solo negli ultimi giorni dell’anno 1778, appena dopo aver saputo che, poche settimane prima, la King George aveva compiuto il medesimo viaggio senza incidenti. Il vascello era abituato a solcare le onde dell’Atlantico per trasportare stoccafissi ma in quella occasione era stato interamente riempito di un prezioso carico appartenente a un gruppo di giovani aristocratici inglesi reduci dal fatidico Grand Tour.
Da pochi mesi la Guerra d’Indipendenza americana aveva messo la Gran Bretagna contro la Francia, che aveva garantito ai coloni ribelli “pieno appoggio” non solo per terra ma anche per mare. E fu proprio qui che le navi francesi Caton e Destine, munite rispettivamente di 64 e 70 cannoni, intercettarono il bastimento britannico. Il capitano Machell, trovandosi di fronte a una evidente inferiorità d’armi, pensò bene di evitare un inutile spargimento di sangue e acconsentì a far scortare la nave fino al porto di Malaga, dove, alle undici del mattino dell’8 gennaio 1779, l’intero carico venne predato e messo all’asta, quasi fosse il frutto di una battuta di pesca da vendere in fretta al mercato ittico.
Quella merce era invece di straordinario valore. Comprendeva, tra le altre, un violoncello, 84 rotoli di carta bianca, 23 casse di statue in marmo di epoca romana, un fucile a doppia canna, 3.835 barili di acciughe, 34 balle di canapa, 123 libbre di seta, 32 grandi forme di parmigiano, 81 confezioni di manna e soprattutto 22 casse di opere d’arte eseguite da Raphael Mengs, Gavin Hamilton, Allan Ramsay, Jacob More, John Robert Cozens, David Allan, Giambattista Piranesi.
Parmigiano e reliquie
A Malaga il prezioso contenuto della stiva fu inizialmente acquistato dalla società Quillin, Galwey & O’Brian e da questa passò alla Sociedad de Lonjistas de Madrid. In quella fase il carico si sarebbe potuto disperdere in mille rivoli se gli emissari di Carlo III di Borbone non l’avessero segretamente acquistato per 360 mila reales d’argento. Il re di Spagna, poi, destinò l’intero bottino della Westmorland alla Reale Accademia di Belle Arti di San Fernando, sottraendolo, di fatto, alla vista degli umani.
Ora, per la prima volta, una sua rappresentanza grafica – 60 pezzi tra disegni, incisioni, dipinti e spartiti – è finalmente visibile in Italia grazie alla mostra, curata da Massimo Pulini e José María Luzón Il tesoro della Westmorland – I disegni predati del Gran Tour (dal 4 maggio al 28 luglio 2024 nell’ambito della Biennale Disegno di Rimini). A bordo della fregata c’erano opere d’arte acquistate da illustri rampolli inglesi (come i figli del primo ministro, del conte di Bessborough, del barone di Fordell o del principe di Galles) i quali compirono, vanamente, sforzi di ogni genere per recuperare i propri ritratti e tutto ciò che avrebbe ricordato per sempre quel viaggio intrapreso in Italia in compagnia dei loro tutori. Frederick Ponsonby, visconte di Duncannon, aveva fatto caricare sulla nave vedute di siti romani, ventagli decorati e volumi d’arte; George Legge, visconte di Lewisham, dipinti a olio, bulbi di fiori, libri italiani e persino campioni di lava del Vesuvio.
Il sequestro di quei beni, artistici e sentimentali, divenne anche oggetto di dispute assicurative e trattative diplomatiche. In una di queste l’ex gesuita John Thorpe incontrò José Nicolás de Azara, l’ambasciatore spagnolo a Roma, per parlargli, in via confidenziale, di una cassa dal contenuto molto speciale. Sulla Westmorland viaggiava, infatti, anche un blocco di marmo di Siena, con le iniziali ThD, all’interno del quale era stata collocata, in uno scomparto segreto, una cassetta contenente reliquie che il Papa stava inviando a Lord Arundell per la cappella del Castello di Wardour. La cassa rimase nell’Academia de San Fernando per sette anni e finalmente giunse a destinazione, dove in seguito è stato appurato che contenesse effettivamente le reliquie di San Clemente.
Il bottino sottratto sembra oggi aver cristallizzato un insieme di istanti perduti appartenenti a quel pugno di aristocratici: nel bagaglio del loro viaggio di istruzione avevano infilato dizionari, guide delle città, libri di lettura oltre a una serie di mappe, incisioni e vedute dell’Italia. Senza contare i souvenir sotto forma di ritratti degli stessi giovani signori che li avevano acquistati lungo le classiche tappe italiane. La commissione di un dipinto a un noto pittore, come Canaletto o Piranesi, era, infatti, l’evento topico del viaggio. E le tele di Pompeo Batoni che ritraggono Francis Basset o George Legge rappresentano qui l’esempio più sofisticato del bisogno di immortalare la propria immagine davanti a un paesaggio romano per testimoniare una straordinaria e indimenticabile esperienza di vita. Erano i “selfie”, unici e irriproducibili, di allora.
Spartiti mai suonati
Nella stiva avevano trovato posto anche due casse riempite di spartiti originali – acquistati direttamente da vari compositori (uno su tutti: Joseph Lidarti) – inediti e mai più suonati. «Sono opere di una singolare arte visuale che hanno la capacità di sprigionare suoni di un’epoca remota», spiega il curatore Massimo Pulini, «e come aprendo il tappo di una bottiglia di profumo, certe musiche, rimaste dormienti per più di due secoli, hanno ora la possibilità di tornare alla loro naturale dimensione sonora».Il carico della Westmorland ai nostri occhi costituisce, dunque, un reperto ineguagliabile capace di mostrarci, come fossimo lì, in che modo venisse concepito, organizzato e vissuto, sul finire del Settecento, il mitizzato Grand Tour. Per merito e colpa di un assalto, quel tesoro depredato, anziché compiere un percorso nello spazio, ha realizzato uno spostamento nel tempo, facendo giungere fino a noi, pressoché intatto, uno struggente bagaglio contenente i ricordi degli altri. Ma tutto questo le due navi che fermarono la Westmorland non potevano saperlo.
Sul Venerdì del 26 aprile 2024