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Chi fermerà i Pooh? “Non siamo i Pink Floyd italiani. Semmai sono loro i Pooh inglesi”

I Pooh a Venezia: suoneranno a piazza San Marco. Da sinistra: Riccardo Fogli, Dodi Battaglia, Roby Facchinetti, Red Canzian. Foto Mirco Toniolo - Errebi 
Gli esordi, i trionfi, le difficoltà. E la pensione che può attendere. Gli splendidi settantenni si raccontano prima del tour che li porterà tra le bellezze d’Italia. Intervista quadrupla
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Milano. I Pooh sono un classico intramontabile, un romanzo popolare che da quasi sessant’anni non si smette di leggere. Adesso quella storia ha una nuova copertina, con le immagini della grande bellezza d’Italia che farà da sfondo al prossimo viaggio, da giugno ad agosto. Concerti in piazza San Marco, a Pompei, alle Terme di Caracalla e in altri luoghi incantati. L’asticella è sempre più alta.

Cosa c’è, oltre i Pooh? Forse i Pooh.

Roby Facchinetti è il ragazzo che il primo maggio compirà ottant’anni e che sceglie una parola, una sola, per spiegare tutto: «Emozione. Quella che sento dentro di me pensando a questo progetto, e che vedo sui volti delle persone che vengono ad ascoltarci. Il fuoco si autoalimenta così, la spinta a migliorare non finisce mai, però con una serenità e una consapevolezza che prima non c’erano. Se ci siamo rimessi a suonare dopo sette anni, e dopo la perdita di Stefano D’Orazio (nel 2020, ndr), lo dobbiamo all’insistenza dei nostri figli e all’amore del pubblico…

Milano. I Pooh sono un classico intramontabile, un romanzo popolare che da quasi sessant’anni non si smette di leggere. Adesso quella storia ha una nuova copertina, con le immagini della grande bellezza d’Italia che farà da sfondo al prossimo viaggio, da giugno ad agosto. Concerti in piazza San Marco, a Pompei, alle Terme di Caracalla e in altri luoghi incantati. L’asticella è sempre più alta.

Cosa c’è, oltre i Pooh? Forse i Pooh.

Roby Facchinetti è il ragazzo che il primo maggio compirà ottant’anni e che sceglie una parola, una sola, per spiegare tutto: «Emozione. Quella che sento dentro di me pensando a questo progetto, e che vedo sui volti delle persone che vengono ad ascoltarci. Il fuoco si autoalimenta così, la spinta a migliorare non finisce mai, però con una serenità e una consapevolezza che prima non c’erano. Se ci siamo rimessi a suonare dopo sette anni, e dopo la perdita di Stefano D’Orazio (nel 2020, ndr), lo dobbiamo all’insistenza dei nostri figli e all’amore del pubblico. Certo, non è facile cercare il “mai fatto” quando hai fatto tutto: suonare nei luoghi più belli della nostra bellissima Italia ci è sembrato un ottimo motivo per proseguire sullo slancio del Tour 2023, che doveva vivere appena un paio di serate e invece… Non bisogna vergognarsi delle emozioni. L’età si affronta allenandosi bene, avendo cura di quello che si mangia, riposando il necessario ed essendo felici di quanto si fa. Le tre ore di concerto ogni sera sono il meno, quello che pesa sono gli spostamenti e le alzatacce, però l’incanto alla fine cancella ogni fatica. Adesso cerco di immaginare le serate che ci attendono: il concertista, del resto, è qualcuno che inventa qualcosa che prima non c’era. Il pubblico a volte dice di preferirci dal vivo: lo considero un grande complimento. Però non è stato sempre facile: nel 1970 abbiamo conosciuto un momento di crisi vera, noi incidevamo album ma in quel momento si vendevano solo i 45 giri. Abbiamo insistito, è andata bene, siamo riusciti a comprarci strumenti e attrezzature, poco alla volta si è creato un mondo. Sono entrato nei Pooh nel 1966, si erano formati da appena tre mesi: li avevo conosciuti a Bologna e li ascoltai suonare per tre sere di seguito, poi il debutto in concerto in una sala di Cattolica, il Moulin Rouge, senza prove. Suonare è davvero una specie di miracolo: dopo tanto tempo, ancora trovo frasi nuove nelle nostre canzoni, oppure le comprendo meglio. Si cambia e si apprezza tutto di più. I Pooh sono una famiglia nel senso più alto del termine, e l’età pensionabile al momento non è prevista. Nel 2025 ci concederemo un anno sabbatico, e nel 2026 celebreremo i sessant’anni di attività. Come, non lo sappiamo, ma di certo l’asticella si alzerà ancora».

La prima formazione alla fine degli anni 70. Secondo da sinistra Valerio Negrini (1946-2013). Mondadori Collection 

Dedicato a Negrini e D’Orazio

Il secondo ragazzo dei Pooh è Dodi Battaglia, e non nasconde l’impazienza: «Un evento del genere lo si vive emotivamente con mesi di anticipo. La sera vado a letto e penso ai concerti in piazza San Marco del 5 e 6 luglio: non sarà facile, però sono sicuro che suoneremo benissimo perché la bellezza aiuta sempre la bellezza. Quando ci hanno proposto questo viaggio italiano, ho soltanto detto: bene, dove si firma? L’amore della gente moltiplica la vitalità: ho amici di lunga data, felici della loro pensione. Ma per me non è così, forse non lo sarà mai. Senza falsa modestia, credo che i Pooh siano un pezzo di storia della musica italiana, e sarà magnifico suonare in alcuni luoghi così importanti per la nostra Storia. L’enorme rammarico è che questo accada senza Valerio Negrini (fondatore del gruppo scomparso nel 2013, ndr) e Stefano D’Orazio, che hanno dato parole alla nostra musica. Stefano aveva un occhio speciale per lo spettacolo nei concerti, ci aiutò a trovare soluzioni inedite e fantasiose. In fondo raccontiamo una storia che non finisce mai, e la lunga sosta ci ha permesso di elaborarla meglio: mai avremmo pensato che sarebbe ricominciata così. L’avventura dei Pooh sono anche le nostre visioni, i temi affrontati con decenni di anticipo come l’omosessualità e i barconi dei migranti. Sono entrato nel gruppo nel 1968, ero giovanissimo e suonavo malissimo, però poi ho lavorato tanto. Non basta il talento, servono volontà e abnegazione, oltre a un po’ di fortuna nella dinamica degli incontri. Quando mi chiesero di sostituire il chitarrista Mario Goretti, mi pregarono di non dirlo nemmeno a casa. Dopo il primo concerto a Cattolica, mio padre mi riportò indietro in Cinquecento, e la mattina dopo vennero a recuperarmi con un furgone tutto vetri, c’era un caldo bestiale. Avevo una valigia di cartone e un bel giubbotto: da quel giorno non sono più tornato. Quando salimmo per la prima volta in testa alla Hit Parade con Tanta voglia di lei, appresi la notizia sulla spiaggia di Misano Adriatico da una radiolina a transistor».

I Pooh con il Telegatto nel 1975. Foto Mondadori Portfolio/Angelo Deligio 

La macchina del fumo

Per il terzo ragazzo, che è veneto e si chiama Red Canzian, suonare in piazza San Marco sarà una specie di richiamo della foresta: «Non me l’immagino facile ma meraviglioso. Alla nostra età non c’è più niente da dimostrare e possiamo suonare come davvero ci piace, con più serenità, però mai come se fosse un’abitudine. La risposta emotiva del pubblico è decisiva, e a noi ancora brillano gli occhi: se così non fosse, saremmo degli ingrati nei confronti del destino. I concerti in mezzo alle bellezze d’Italia saranno un momento fondamentale della nostra carriera: qualcuno potrebbe pensare che i Pooh si siano messi all’inseguimento dei Pink Floyd, ma io scherzo e dico che non siamo noi i Pink Floyd italiani, semmai sono loro i Pooh inglesi… Ci sentiamo ancora piuttosto in forma, la nostra fisicità la ritrovo in pochi altri gruppi: diciamo che un lavoro ben fatto aiuta a lavorare. Un segreto è la generosità: abbiamo sempre fatto più consuntivi che preventivi, anche quando bisognava trovare i soldi per i manifesti e beato chi li aveva. Sappiamo bene cosa sono le cambiali, veniamo da famiglie operaie e ricordo la paga di mio padre, 70 mila lire al mese. Ci siamo fatti il mazzo, ora è l’epoca del digitale però ripenso a quando si preparavano le scenografie a colpi di pennello: una volta lo usai anch’io, al Forum di Assago, mi accorsi che non avevano dipinto la porta di uscita dal palco, però mi cadde il pennello nel secchio e feci una doccia di colore. Un’altra volta, la fiammata di un effetto speciale fece scaricare a un pompiere torinese un intero estintore addosso a Stefano. Quante risate! Come quando inventammo la prima macchina del fumo, spalmando brillantina Linetti su un irrigatore per le rose. L’avveniristica apparecchiatura si completava con una serpentina in rame e una resistenza dello scaldabagno. Nei concerti, il tipico suono dei Pooh emerge quasi per magia, è stato naturale da subito, un colpo di fortuna negli incontri: senza nulla togliere a nessuno, Roby Facchinetti è uno dei più grandi autori nella storia della musica italiana. I Pooh sono un gruppo di colleghi che negli anni sono diventati grandi amici, e posso dire che ci vogliamo sempre più bene.

Dobbiamo ringraziare Stefano e Valerio che hanno scritto per noi parole a volte fuori moda, molto avanti o molto indietro rispetto ai tempi, e questo vuol dire spaccare. Abbiamo cantato tante canzoni d’amore, e in qualche modo quelle canzoni siamo noi: la gente le ascolta, e ognuno rilegge il libro della propria vita. È giusto ringraziare i nostri ragazzi, mio figlio Phil Mer che suona la batteria con noi, Francesco Facchinetti e Daniele Battaglia che si occupano del management e sono anche molto bravi nel tenere a posto i conti. Il successo ha reso bello persino un nome che all’inizio sembrava un po’ sfigato, Pooh come pidocchio, oppure “puah”: invece viene da Winnie The Pooh, l’orsetto. L’idea di abbinarlo a noi fu di una segretaria americana. Io sono con loro dal gennaio 1973, ci conoscemmo ad Asiago, al Festivalbar: parlai con Roby dietro il palco, poi passarono due anni. Quando vedevo suonare Riccardo Fogli, con quella presenza scenica e quella bellezza, oltre alla bravura, pensavo che sostituirlo sarebbero stati cavoli miei. Il primo concerto con i Pooh fu ad Avellino, dove mi rubarono gli stivaletti e le musicassette che dovevano servire per le prove, che difatti non feci. Quando ci siamo rimessi insieme per la “reunion” non c’è stata competizione con Riccardo, solo affetto. Non si smette mai di imparare e nemmeno di studiare, bisogna sentirsi artigiani e pionieri, con qualcosa di visionario dentro e una buona dose di muscoli e fiato. Alla musica si pensa sempre, è come l’amore: una persona mica la ami solo quando è con te».

Avanti e indietro

Riccardo Fogli è un Pooh speciale, un ragazzo avanti e indietro in questo viaggio, un po’ come la vita. «Li ho ascoltati tanto, li ho amati tanto. Questi miei fratelli cantano canzoni che sembrano scritte apposta per te. È come con i grandi libri, quando ti chiedi se per caso l’autore ti conosca per nome. Durante i concerti, tra un brano e l’altro in cui non sono sul palco, mi capita di andare in camerino e rileggere i testi, e ogni volta è una canzone nuova».

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