La Palestina vista dal Cile: come vive e cosa pensa la più grande comunità palestinese fuori dal mondo arabo
di Gabriella SabaSantiago del Cile. Il sindaco del municipio di Recoleta, a Santiago, Daniel Jadue, e l’ex deputato ed ex sindaco del municipio di Estación Central, Gustavo Hasbún, sono agli antipodi per posizioni politiche. Il primo è un comunista irriducibile, il secondo un esponente del partito Unión Demócrata Independiente, tra i più a destra. A legarli, in questa cittadina alle porte della capitale cilena, è un’antica amicizia e una causa comune: la Palestina.Di origine palestinese sono sia Hasbún sia Jadue. Il primo di Betlemme, il secondo della poco distante Beit Jala. Fanno parte di quel mezzo milione di cileni, su diciannove milioni di abitanti, i cui padri e nonni arrivarono nel Paese sudamericano in tre ondate. Tra la fine dell’Ottocento e il 1948, in occasione della Nakba, l’esodo seguito alla creazione dello Stato di Israele e alla fuga forzata dei palestinesi dalle loro case.
È la più grande comunità di origine palestinese fuori dal mondo arabo. Una rete di famiglie che controlla gruppi…
Santiago del Cile. Il sindaco del municipio di Recoleta, a Santiago, Daniel Jadue, e l’ex deputato ed ex sindaco del municipio di Estación Central, Gustavo Hasbún, sono agli antipodi per posizioni politiche. Il primo è un comunista irriducibile, il secondo un esponente del partito Unión Demócrata Independiente, tra i più a destra. A legarli, in questa cittadina alle porte della capitale cilena, è un’antica amicizia e una causa comune: la Palestina.Di origine palestinese sono sia Hasbún sia Jadue. Il primo di Betlemme, il secondo della poco distante Beit Jala. Fanno parte di quel mezzo milione di cileni, su diciannove milioni di abitanti, i cui padri e nonni arrivarono nel Paese sudamericano in tre ondate. Tra la fine dell’Ottocento e il 1948, in occasione della Nakba, l’esodo seguito alla creazione dello Stato di Israele e alla fuga forzata dei palestinesi dalle loro case.
È la più grande comunità di origine palestinese fuori dal mondo arabo. Una rete di famiglie che controlla gruppi finanziari e banche, gestisce catene farmaceutiche e centri commerciali, ha sfornato ministri e deputati e vanta esponenti di successo anche nella letteratura, nel cinema e nelle arti. «Don Diego, ma ci sono palestinesi poveri in Cile?», chiedo a Diego Khamis, 33 anni, direttore dell’esclusivo Club Palestino, centro social e sportivo della comunità nella capitale. Davanti alla terrazza in cui sediamo, giardini curatissimi sfumano nello skyline dei grattacieli di Las Condes, la zona bene di Santiago. Nascosti in mezzo agli alberi, campi da tennis e piscine, in tutto dodici ettari la cui cura è affidata a paesaggisti di grido. Su un muro, il ritratto di Yasser Arafat. «Certo che ci sono», risponde Diego. «Però è vero che quelli ricchi sono tanti».
Li chiamavano “los turcos”
Il primo gruppo di palestinesi arrivò alla fine dell’Ottocento. Erano cristiani di Betlemme, Beit Jala e Betsaur, che una riforma punitiva dell’impero ottomano spinse a cercare fortuna nelle Americhe. Il Cile era una terra vergine in cui videro opportunità. Si arrangiarono all’inizio come venditori itineranti: compravano oggetti di uso comune nelle città e li vendevano nelle zone più sperdute. Non gli andò male, e a quel punto cominciarono ad aprire le prime fabbriche tessili che nel giro di pochi decenni diventarono delle potenze. Quell’attività fu per molto tempo il marchio di fabbrica dei turcos, come venivano chiamati. Basti pensare che ancora nel 1968, il 60 per cento dell’impiego urbano nella zona della capitale lo dava l’industria tessile, di cui l’80 era in mano ai palestinesi. Gli aristocratici cileni, pigri proprietari terrieri, li vedevano come una minaccia, ma la discriminazione non si spinse troppo oltre.
Molti degli imprenditori di origini arabe erano illuminati: costruirono quartieri per i dipendenti e colonie estive. Si veda il caso della famiglia Yarur, che diede il nome sia al quartiere, per i suoi operai, sia all’autobus pubblico che lo collegava alla città. Gli Yarur sono un esempio del successo di tanti palestinesi. Sbarcato in Cile con la prima ondata, il patriarca Juan fondò quello che diventò il più importante gruppo tessile dell’America Latina, e poi la Banca BCI, Banco de Crédito e Inversiones. I figli Carlos, Jorge e Amador aprirono la holding che ereditò il nipote Juan Carlos, diventato un importante azionista di grosse banche e aziende vinicole oltre che mecenate e collezionista d’arte. Juan Carlos è morto due anni fa, il gruppo è adesso nelle mani del fratello Luis Enrique, il cui patrimonio, stando alla rivista americana Forbes, ammonta a 1.300 milioni di dollari. Il nipote Juan, 40 anni è, secondo il magazine Artnews, fra i duecento collezionisti d’arte più importanti al mondo.
Già, perché le industrie tessili sono state solo una tappa nell’ascesa dei turcos. Quando il modello di mercato cambiò, cominciarono a comprare banche, finanziarie e centri commerciali. Così ha fatto José Said Saffie, i cui nonni arrivavano da Betlemme, celebre per aver aperto nel 1982 il Parque Arauco, il primo mall di tutto il Cile, e per aver dato vita anche a uno dei gruppi più importanti dell’America Latina. Un altro pezzo da novanta è Alvaro Saieh, quarto uomo più ricco del Paese, i cui interessi vanno dal gigante finanziario CorpBank al gruppo editoriale Copesa: è il patron de La Tercera, uno dei quotidiani più importanti del Cile.
Li chiamano “los cilestinos”
Se è vero che molti cilestinos (come oggi li chiamano qui) si sono integrati in fretta e sono diventati ricchi, non hanno però perso il contatto con le origini. «Quando mio padre è andato per la prima volta in Palestina, si è inginocchiato e non riusciva a smettere di piangere e di baciare la terra», ci racconta Sofia Halabi, 37 anni, chef e divulgatrice della cucina palestinese – la considera «una forma di resistenza» . Figlia della seconda generazione, le cui nonne si ritrovavano il sabato per cucinare piatti tipici, ha imparato da bambina a realizzare le ricette delle sue radici. E in un viaggio di tre mesi a Betlemme ha capito che la sua strada culinaria era quella della Palestina, dove ha scovato ottimi piatti, come una magnifica conserva di melanzane che ci offre nella sua casa piena di foto dei nonni e di bandiere. Racconta che in quel viaggio visse sulla propria pelle la discriminazione, tra check-point e permessi per potersi spostare. «Eppure, quando arrivai a Betlemme, sentii che quella era la mia casa».
Insieme a molti altri Halabi era in piazza, a novembre, per protestare contro i bombardamenti israeliani su Gaza. E come tanti altri ha messo al posto della foto nell’account Facebook uno sfondo nero.Per tutti i cileni di origine araba che sono stati in Palestina, l’esperienza del viaggio nella terra di origine è stata una svolta decisiva. Ce lo conferma anche la scrittrice Lina Meruane, autrice del libro Palestina en pedazos. Aggiunge: «La narrazione di vittime e carnefici si è andata invertendo nelle ultime decadi, anche se Israele ha convinto buona parte del mondo occidentale che criticare le sue politiche sia antisemita». Ancora più duro l’ex deputato Gustavo Hasbùn, che pur non giustificando il pogrom di Hamas proprio non vede «grandi differenze» tra quanto fatto dai nazisti e quanto sta facendo Israele. Quando gli chiediamo che rapporti ci sono con la comunità ebraica risponde secco: «Eccellenti, fino al 7 ottobre».
Ma non sono solo i viaggi a tener vivi i legami. Molti, tra i ricchi della comunità, hanno costruito in Cisgiordania alberghi e sistemato vecchie terre e case di famiglia. Elizabeth Kassis a Betlemme ha aperto un boutique-hotel di lusso insieme allo chef Fadi Kattan. Figlia del re degli insaccati Alberto (che a sua volta ha fondato un museo della diaspora nella casa in cui è nata sua madre) alleva cavalli ed è la prima presidente donna della Asociación Nacional de Caballos Árabes de Deportes. Mentre la potente Bank of Palestine, controllata da Jorge Sabag, vende gli appartamenti che molti suoi clienti hanno acquistato a Betsiala a crediti ipotecari agevolati. Kassis lo chiamano «l’imprenditore pinochetista» ma non è certo un’eccezione la sua. Ai tempi del golpe militare, gli uomini d’affari palestinesi non simpatizzavano per il governo Allende, che aveva espropriato loro gran parte delle fabbriche. Ancora oggi, tra il 70 e l’80 per cento della comunità è politicamente a destra.
Una maglietta senza Israele
A mano a mano che aumentava il loro peso nella società, i cilestinos fondavano centri di aggregazione. Nel 1920 è nata la squadra di calcio Deportivo Palestino, che con il tempo è diventata una delle più forti del Paese. Da quando si è professionalizzata, nei primi anni 50, accoglie anche giocatori cileni che sottopone a un corso di formazione sulla situazione politica in Palestina. Il suo slogan è Más que un equipo: todo un pueblo. Sugli spalti dello stadio della squadra La Cisterna, periferia di Santiago, l’addetto stampa José Nabzo elenca le iniziative del club: 36 scuole in Cile e due in Palestina, una a Ramallah e l’altra a Gaza, adesso ovviamente chiusa. Il Deportivo ha fatto scandalo quando presentò una maglietta in cui era disegnata la mappa della Palestina prima del 1948, senza Israele: la squadra è stata multata dalla Asociación Nacional de Fútbol Profesional de Chile, ma la maglietta è stata un successo internazionale: «Dal 7 ottobre il prestigio del Palestino è cresciuto enormemente, perfino i tifosi del Colo Colo (la squadra avversaria, ndr) hanno esposto uno striscione con la scritta Palestina Libre».
Dieci anni dopo il Palestino nacque il Club di cui è oggi direttore Diego Khamis. Dal 7 ottobre non ha più un secondo libero. Tra i suoi compiti c’è quello di sensibilizzare i politici alla causa. È soddisfatto delle dichiarazioni del presidente Gabriel Boric, che ha condannato la brutalità di Hamas ma è molto duro anche verso la reazione di Israele. Dopo due ore di intervista, mi accompagna a visitare il club. I riferimenti alla causa palestinese sono ovunque. Un pannello all’entrata riproduce quattro bambini trasfigurati in angeli e avvolti nella bandiera. Un altro recita En memoria de los niños de Palestina. È piena estate a Santiago, e molte persone si tuffano nelle piscine: sul fondo si intravvede, nemmeno a dirlo, la bandiera palestinese.
Sul Venerdì del 26 aprile 2024