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Le “sirene” giapponesi di Fosco Maraini dallo Speciale Libri del Venerdì

Una fotografie di Fosco Maraini da L’isola delle pescatrici, il libro che scrisse nel 1954, quando visitò l’isola giapponese di Hèkura per realizzare un documentario sulla comunità degli Ama e la pesca subacquea dei molluschi, riservata alle donne. (collezione fosco maraini , gabinetto G.P. vieusseux) 
Sul numero del 3 maggio 40 pagine con le novità di primavera. In anteprima, il fotoreportage del grande viaggiatore sulle pescatrici dell’isola di Hèkura
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Hanno splendidi corpi scolpiti dal mare, ma nessuna malizia nel volto. Sprigionano forza, maestria, quasi un potere sovrannaturale nell’inabissarsi nude nei vertiginosi fondali per poi riaffiorare con i frutti più preziosi. Sono le sirene dell’isola di Hèkura, creature reali e allo stesso tempo mitiche, carnali e misteriose, riprese per la prima volta dall’inarrestabile cinepresa di Fosco Maraini.

La copertina dello Speciale Libri in edicola con il Venerdì del 3 maggio 

Era il 1954 e l’etnologo-viaggiatore decise di girare nelle isole del Nord del Giappone un documentario sulla comunità degli Ama e sulle “figlie delle onde”, responsabili della fragile economia locale. Perché a tuffarsi in apnea nelle profondità degli abissi erano soltanto donne, giovanissime o mature, inesperte o capaci, longilinee o dal fianco appesantito, tutte però fondamentali per la pesca degli awabi, preziosi molluschi…

Hanno splendidi corpi scolpiti dal mare, ma nessuna malizia nel volto. Sprigionano forza, maestria, quasi un potere sovrannaturale nell’inabissarsi nude nei vertiginosi fondali per poi riaffiorare con i frutti più preziosi. Sono le sirene dell’isola di Hèkura, creature reali e allo stesso tempo mitiche, carnali e misteriose, riprese per la prima volta dall’inarrestabile cinepresa di Fosco Maraini.

La copertina dello Speciale Libri in edicola con il Venerdì del 3 maggio 

Era il 1954 e l’etnologo-viaggiatore decise di girare nelle isole del Nord del Giappone un documentario sulla comunità degli Ama e sulle “figlie delle onde”, responsabili della fragile economia locale. Perché a tuffarsi in apnea nelle profondità degli abissi erano soltanto donne, giovanissime o mature, inesperte o capaci, longilinee o dal fianco appesantito, tutte però fondamentali per la pesca degli awabi, preziosi molluschi marini. Tanto da indurre Maraini a riconoscervi segni di matriarcato, nonostante il potere resti sempre saldamente nelle mani maschili: nel re dell’isola Shirosaki-san che contratta con i forestieri il prezzo di accesso alle pescatrici e nei vegliardi che la sera ridono rumorosamente tra loro, come cavernicoli preistorici. «Mio padre considerava il Giappone un paese criptofemminista, ma era un uomo d’altri tempi, condizionato dalla cultura della sua epoca» racconta Dacia Maraini, la primogenita di tre sorelle. «Per le donne nutriva un grande rispetto, anche perché figlio di una mamma inglese che aveva viaggiato da sola per il mondo negli anni Dieci del Novecento, la nonna Yoï.?Ed era marito di mia madre Topazia, un’artista profondamente libera e indipendente».

L’isola delle pescatrici, appena ripubblicato da La nave di Teseo, è il racconto di Fosco Maraini dedicato all’incontro con quella straordinaria comunità. I corpi nudi delle pescatrici avevano ispirato nella tradizione orientale disegni di straordinaria potenza erotica. Ma lo sguardo dello studioso-fotografo sembra valorizzare, più dell’eros e della sessualità, la bellezza naturale delle donne, legata al lavoro e alla fatica quotidiana. «Mio padre si rivolgeva a quel mondo con una curiosità etno-antropologica», racconta Toni Maraini, la più piccola delle figlie, l’unica che ne ha ereditato la passione etnografica. «L’intento era cogliere nelle foto il rapporto tra ambiente, gente, natura, cultura, tipologia di lavoro e corpi, i quali appaiono più scultorei che erotici, come invece li percepisce lo sguardo occidentale. E nel renderne le fattezze in immagini fotografiche penso abbia inciso anche la sua familiarità con il disegno e l’arte del padre, lo scultore Antonio Maraini».

Una fotografie di Fosco Maraini da L’isola delle pescatrici, il libro che scrisse nel 1954, quando visitò l’isola giapponese di Hèkura per realizzare un documentario sulla comunità degli Ama e la pesca subacquea dei molluschi, riservata alle donne. (collezione fosco maraini , gabinetto G.P. vieusseux) 

Il documentario sulle “ancelle di Ulisse” rappresentava una novità anche sul piano tecnico per le riprese subacquee, che però erano state precedute da un lungo lavoro pionieristico in Sicilia. Toni ricorda il suo entusiasmo quando, tornati in Italia dal Giappone alla fine della guerra, il padre si era gettato nella realizzazione di un progetto ardito insieme ai suoi amici della Panaria Film. «Nel 1947 cominciarono a girare una serie di documentari subacquei del tutto innovativi per quell’epoca, adattando ingegnosamente gli apparecchi e congegnando delle attrezzature impermeabili. In particolare realizzò le riprese dei documentari Bianche Eolie e Isole di cenere. Conservo alcune foto di mio padre in cui ritrae i corpi di mia madre e di Dacia che nuotano immergendosi nei fondali. Quando intraprese il progetto sulle Ama, aveva già un’esperienza concreta sotto l’acqua».

Il mare è anche il filo narrativo che tesse il racconto de L’isola delle pescatrici, dove si intrecciano registri narrativi molto diversi. La scrittura sensuale restituisce il profumo di salsedine, il lucore dell’alba, il silenzio degli abissi che introduce alla dimensione mitologica di un altrove, mentre la riflessione saggistica indugia sul diverso rapporto con la distesa marina di italiani e giapponesi: di ostilità dei primi, rivolti costantemente verso il continente; consustanziale quello degli orientali, i quali considerano la terra come la continuazione del mare, «grandi onde immobili divenute arcipelaghi». Il mare, Fosco se l’era andato a cercare ventenne, questa volta non sulle tracce di un popolo sconosciuto ma della bellissima Topazia Alliata, che stava a Bagheria. «Partito da Firenze e diretto in Sicilia», racconta ora Toni, «attraversò tutto il Sud in motocicletta e di quel lungo viaggio avventuroso il mare fu una delle scoperte. Due anni dopo, nell’estate del 1934, partecipò con la nave scuola Vespucci al periplo mediterraneo degli allievi dell’Accademia navale di Livorno e al ritorno si dedicò alle nuotate e alle escursioni marine sicule con mia madre. Non è un caso che al ritorno dal Giappone, nel 1946, la prima casa dove andammo a vivere in Sicilia si trovava tra gli scogli e il mare di Porticello. Fu un tripudio di tuffi, nuotate, escursioni in barca e anche di scherzose poesiole sul mare».

Maraini (1912-2004) nel 1958 durante una spedizione sul Karakorum (collezione fosco maraini , gabinetto G.P. vieusseux) 

Anche Dacia ha conservato il ricordo di questo corpo paterno «sempre in movimento», «felice di stare al mondo». «Papà non era un gran conversatore, amante delle chiacchiere» racconta la scrittrice. «Comunicava moltissimo in altro modo: con la sua presenza, con il suo sguardo, con una fisicità inarrestabile. Il suo rapporto con gli altri era basato sul fare le cose insieme. E anche con noi bambine era instancabile: le salite in montagna, lo sci, i picnic. Le sue esperienze spirituali non erano mai separate da quelle fisiche».

Un Ulisse inquieto – Dacia l’ha descritto in Il gioco dell’universo – che corre disperatamente dietro un sogno. Da cosa nasceva la sua irrequietudine? «Difficile dirlo. Sicuramente da una sete di conoscenza alimentata dalla madre Yoï, che lui aveva amato moltissimo». Toni riconduce tutte le grandi esplorazioni dell’epoca – quelle del padre in Tibet, in Giappone, sull’Himalaya, e anche le imprese degli altri – al desiderio di andare oltre i limiti eurocentrici e dell’ideologia coloniale, e anche alla pulsione di scoprire se stessi. «Il viaggiare di mio padre era un sogno sì, ma affrontato con concreto realismo. Il suo sogno faceva parte d’una straordinaria pagina di storia dei viaggi. E per capire la sua “irrequietudine”, e il bisogno di provare sentimenti “elementari” e “irresistibili” andando verso la Natura, non bisogna dimenticare cosa erano certe convenzioni di vita, l’eurocentrismo culturale, i regimi politici nell’Occidente di quegli anni».

«Seducente ma impossibile», lo ricorda Dacia. Toni ne evoca l’affettuosità e l’allegria che sono rimaste inalterate anche nelle conversazioni erudite, con lei adulta, già all’estero per i suoi studi etnografici. «Quando lo andavo a trovare, e questo è accaduto sino alla sua fine, discutevamo su come andava il mondo. Ma una risata o un gioco di parole non mancavano mai».

L’avventura con le Ama lascerà una traccia nell’esistenza di Maraini. E nell’elenco delle case della vita, consegnato a Dacia prima di morire, compare anche quella di Hèkura, con la sua voragine d’azzurro.

Sul Venerdì del 3 maggio 2024

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