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Padre Antonio Spadaro, il gesuita inquieto: da Michela Murgia a Bruce Springsteen

Antonio Spadaro, 57 anni, è sottosegretario al Dicastero della Cultura del Vaticano. Ha diretto La Civiltà Cattolica. Per La nave di Teseo è da poco uscito "Dialoghi sulla fede", libro-intervista con Martin Scorsese. Getty Images 
Ha concelebrato i funerali della scrittrice, trova Dio nelle parole del cantante e parla di Gesù col regista Martin Scorsese: «Nulla di ciò che è umano mi spaventa», ci dice Padre Antonio Spadaro. Neppure il gender. Né la sua famiglia queer. Intervista
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Città del vaticano. A un certo punto, sotto la luce di una finestra che si apre sul colonnato di piazza San Pietro, il sottosegretario al dicastero della Cultura della Chiesa di Francesco, Antonio Spadaro, racconta al Venerdì il desiderio provato, nell’agosto scorso, di concelebrare il funerale della scrittrice Michela Murgia. «Se questo termine ambiguo non si prestasse a fraintendimenti, potrei dire che anche la mia famiglia, come quella di Michela, è una famiglia queer. Io vivo nella comunità di Civiltà Cattolica. Dai pasti alla preghiera, la mia vita è condivisa. Si svolge insieme a quella di altre persone. È aperta alla molteplicità dei rapporti, alla compartecipazione. Mentre era la famiglia borghese mononucleare, composta esclusivamente da madre, padre e figli, ciò che Michela Murgia voleva superare. Anche io però invito a uscire dalla famiglia chiusa in una bolla, rigida. Sono siciliano. Michela Murgia era sarda. Entrambi abbiamo sperimentato la famiglia allargata. Quella in cu…

Città del vaticano. A un certo punto, sotto la luce di una finestra che si apre sul colonnato di piazza San Pietro, il sottosegretario al dicastero della Cultura della Chiesa di Francesco, Antonio Spadaro, racconta al Venerdì il desiderio provato, nell’agosto scorso, di concelebrare il funerale della scrittrice Michela Murgia. «Se questo termine ambiguo non si prestasse a fraintendimenti, potrei dire che anche la mia famiglia, come quella di Michela, è una famiglia queer. Io vivo nella comunità di Civiltà Cattolica. Dai pasti alla preghiera, la mia vita è condivisa. Si svolge insieme a quella di altre persone. È aperta alla molteplicità dei rapporti, alla compartecipazione. Mentre era la famiglia borghese mononucleare, composta esclusivamente da madre, padre e figli, ciò che Michela Murgia voleva superare. Anche io però invito a uscire dalla famiglia chiusa in una bolla, rigida. Sono siciliano. Michela Murgia era sarda. Entrambi abbiamo sperimentato la famiglia allargata. Quella in cui si viveva con gli zii, i nonni, i cugini, senza che i ruoli fossero stabiliti in partenza. A volte era un padre il punto di riferimento. Altre volte era una nonna. Credo sia questa la matrice della famiglia queer di cui parlava Michela Murgia, allo stesso tempo antica e modernissima».

Cinquantasette anni, ex direttore della rivista La Civiltà Cattolica, autore della prima e più dirompente intervista a Papa Francesco, padre Spadaro è un gesuita fedele all’insegnamento di Sant’Ignazio di Loyola, secondo il quale bisogna cercare Dio lì dove si trova, non dove si crede che sia. Sue tracce Spadaro le ha individuate in luoghi in cui altri vedono lo scandalo, la provocazione o l’effimero, per esempio nella letteratura del libertino omosessuale Pier Vittorio Tondelli, nell’iconografia di Andy Warhol, nelle canzoni cantate a denti stretti da Bruce Springsteen in Nebraska, nei romanzi di Flanery O’ Connor, la cui indicazione della «grazia nel territorio del diavolo» è per lui un manifesto. Con il regista Martin Scorsese, autore tra gli altri di Taxi Driver, Quei bravi ragazzi e da ultimo Killer of the flower moon, Spadaro ha scritto di recente un libro intervista, Dialoghi sulla fede (La nave di Teseo), che si conclude con una sceneggiatura per un possibile film su Gesù. «Un testo a cui tengo particolarmente», dice accogliendoci nella sede del suo ministero

Ma cosa c’entra Dio con il cinema di Scorsese?

«Martin mi ha raccontato che da piccolo, uscendo dalla Messa, si chiedeva come la gente potesse continuare a vivere normalmente dopo aver mangiato e bevuto il corpo e il sangue di Cristo. È da qui che nascono tutti i suoi film. Dalla consapevolezza che la vita può essere messa sottosopra, rivoluzionata dalla Grazia. Ecco il motore dell’azione. La necessità di seguirla con una macchina da presa».

La sua rivoluzione, invece, qual è stata?

«Ero studente di filosofia all’Università di Messina e attraversavo un periodo di crisi personale. Facevo politica nei gruppi cattolici, frequentavano la libreria Obelix, gestita da amici militanti di Democrazia proletaria. Provavo il desiderio di qualcosa di più intenso e profondo di tutto ciò che c’era. Un giorno accompagnai mia madre a una lezione di teologia. Nella sala d’attesa, trovai un volantino che promuoveva un corso di esercizi spirituali nella campagna toscana. Ci andai. E immediatamente avvertii una corrispondenza esatta tra il desiderio che provavo e l’esperienza che avevo appena vissuto. Capii in quel momento che la mia strada era il sacerdozio».

I suoi come la presero?

«All’inizio non dissi nulla, ma un giorno mia madre lesse sul diario che avevo avviato questo percorso e corse a protestare con il prete, furiosa. Nemmeno i gesuiti incoraggiavano il mio entusiasmo, anzi tendevano a raffreddarlo. Concordarono che la cosa migliore era farmi finire l’università, poi avrei scelto. Credevano che il tempo mi avrebbe fatto passar la voglia. Io invece accelerai forsennatamente gli studi e portai gli esami dell’ultimo anno in una sola sessione. A quel punto, nessuno poté più ostacolarmi».

Conosceva Bergoglio prima che diventasse Papa?

«Non personalmente. Ero in piazza quando il suo nome venne annunciato. Pensai ci fosse un altro cardinale omonimo nel conclave che mi era sfuggito. Mi sembrava impossibile che un gesuita diventasse Papa».

Quando l’ha conosciuto personalmente?

«Da direttore della rivista seguivo i suoi primi passi da Pontefice. Mi accadeva di ascoltare i suoi discorsi e di sentirli moltiplicati. Lui pronunciava una parola, io ne intendevo altre tre o quattro. Tornava a galla tutta la mia formazione gesuita. Pubblicai un libro sul passaggio della Chiesa da Benedetto XVI a Francesco e un giorno ricevetti da un numero anonimo una telefonata. Risposi. Dall’altra parte sentii una voce dire: “Sono il Papa”».

Che cosa le disse?

«M’invitò in udienza e, in quell’occasione, per la prima volta, gli chiesi un’intervista. Mi rispose no, che lui non faceva interviste. Ma allo stesso tempo vidi nel suo volto che aveva cominciato a pensarci. Alla fine dell’udienza mi chiese di mandargli delle domande scritte e che ci avrebbe riflettuto. Passarono alcune settimane e, di ritorno da un viaggio in Brasile, mi richiamò. “Ho letto le domande. Venga per l’intervista”».

Dove andò?

«A Santa Marta. Passammo tre pomeriggi consecutivi insieme. Fu sconvolgente. Mi sembrava di essere innanzi a un vulcano che eruttava. Diceva cose enormi, destabilizzanti. Gli dicevo: “Santità, questo non lo scrivo, vero?”. Immaginavo la risonanza che quelle parole avrebbero avuto nel mondo e cercavo di ammorbidire il tono, di esercitare una forma di prudenza. Lui invece serenamente rispondeva: “No, no, scriva pure quello che le ho detto”».

Quando Bergoglio ha consigliato agli ucraini di alzare la “bandiera bianca”, non avrebbe fatto bene a essere più sorvegliato?

«L’immagine non è di Francesco, è del giornalista che ha posto la domanda. “Chi ama, difende”. È questa una frase del Papa che indica chiaramente la piena consapevolezza che egli ha dell’eroica resistenza ucraina. Il suo era un invito alla trattativa, a rinunciare alla guerra, non alla resa».

In molti continuano a chiedersi se Francesco sia di destra o di sinistra, lei ha capito cos’è?

«Non è né l’uno né l’altro. Francesco è un uomo convinto che la vita sia fatta di grandi contrasti. La pulsione alla conservazione e quella al progresso convivono pur in opposizione. È quando l’esistenza si appiattisce su una delle due polarità che la tensione vitale si spegne. Ho visto il Papa turbato in una sola occasione: quando le cose filavano troppo lisce».

Anche lei crede, come Francesco, che Cristo sia stato per i suoi contemporanei un inadapto, un disadattato?

«Certo che sì».

Dunque l’anti Cristo è colui che si adatta?

«È chi si conforma. Chi accetta il potere della realtà senza interrogarsi. Non è la tranquillità, ma l’inquietudine che dà pace».

Cosa pensa quando vede Salvini mostrare il rosario, Giuseppe Conte esibire in tv l’immagine di Padre Pio e Giorgia Meloni dire che «bisogna difendere Dio»?

«Che c’è un discrimine. Un conto è un politico che crede e lascia che la fede informi la propria azione politica, tutt’altro conto è sfruttare la fede a fini elettorali».

Lei ha paura del gender?

«Non mi spaventa nulla di ciò che è umano. Penso che gli studi di genere possono diventare pericolosi, come afferma l’ultimo documento del Dicastero per la dottrina della fede, se vengono trasformati in un’ideologia, in un’astrazione dissociata dalla realtà delle persone quali veramente sono».

Ma come faceva ad apprezzare Michela Murgia, che di queste battaglie è stata l’alfiera?

«Non è necessario essere d’accordo con le idee di una persona per riconoscerne il valore».E lei cosa riconosceva in lei?«In fondo, una qualità simile a quella che apprezzo in Papa Francesco».

Cioè, quale?

«La capacità di smuovere le acque e immaginare la vita oltre l’ordinario».

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