Carlo Lucarelli: in Romagna con Maigret
di Carlo LucarelliSarebbe piaciuto a Simenon, sicuramente. Lui avrebbe cominciato esattamente così, su un’ansa sul fiume Sèvre, dalle parti della sua Saint-Aubin-les-Marais, in campagna. Qui invece siamo a Sant’Alberto in provincia di Ravenna, sul canale Destra Reno all’altezza di Mandriole, ai confini con le Valli di Comacchio, ma è più o meno lo stesso.
Il morto disteso sull’argine è altrettanto morto di quelli dei romanzi di Maigret, tre colpi di pistola calibro 7.65 sparati di fianco, uno alla testa, sopra l’orecchio, un altro al torace, tra le costole di sinistra, e uno alla spalla destra, segno che si è girato sotto i colpi, il quarto perso nel canale, ma è rimasto il bossolo. Si chiamava Luigi Bezzi. Da Simenon avrebbe un soprannome come Paté, da noi in Romagna invece è Ragù, un pensionato di 70 anni che quel giovedì 27 agosto del 1998 sta pescando i cefali con la canna quando all’improvviso, verso le 7 e 15, quattro colpi secchi nel silenzio del mattino. Un ristoratore che sta innaffiando il pa…
Sarebbe piaciuto a Simenon, sicuramente. Lui avrebbe cominciato esattamente così, su un’ansa sul fiume Sèvre, dalle parti della sua Saint-Aubin-les-Marais, in campagna. Qui invece siamo a Sant’Alberto in provincia di Ravenna, sul canale Destra Reno all’altezza di Mandriole, ai confini con le Valli di Comacchio, ma è più o meno lo stesso.
Il morto disteso sull’argine è altrettanto morto di quelli dei romanzi di Maigret, tre colpi di pistola calibro 7.65 sparati di fianco, uno alla testa, sopra l’orecchio, un altro al torace, tra le costole di sinistra, e uno alla spalla destra, segno che si è girato sotto i colpi, il quarto perso nel canale, ma è rimasto il bossolo. Si chiamava Luigi Bezzi. Da Simenon avrebbe un soprannome come Paté, da noi in Romagna invece è Ragù, un pensionato di 70 anni che quel giovedì 27 agosto del 1998 sta pescando i cefali con la canna quando all’improvviso, verso le 7 e 15, quattro colpi secchi nel silenzio del mattino. Un ristoratore che sta innaffiando il parco del suo ristorante li sente, una donna che sta percorrendo l’argine vede il corpo di Luigi riverso tra l’erba, arriva di corsa il ristoratore, arriva un operaio che ha sentito anche lui gli spari, arriva un agricoltore che chiama il 118, arrivano anche i carabinieri e inizia il mistero.
Chi ha sparato a Ragù? Il commissario Maigret avrebbe battuto tutte le piste, magari non davanti a una birra in un bistrot ma a un bicchiere di bianco al ristorante di anguille del fratello del signor Luigi. Un vecchio rancore da vecchi romagnoli, qualcosa che aveva a che fare con inimicizie nate a cavallo della guerra, un litigio tra pescatori, una questione di soldi prestati, brutta gente che passava spesso da quelle parti, piccoli criminali ma cattivi, che potevano aver litigato male con un romagnolo che a star zitto non ci sapeva stare perché passando in auto gli spaventavano i pesci. Lo hanno fatto anche i carabinieri e la sostituta procuratrice che si è occupata del caso, minuziosamente, senza arrivare da nessuna parte.
Il mistero del delitto del pescatore resta un mistero. Maigret lo avrebbe certamente risolto, ma lui aveva un asso nella manica. Simenon, che ne scriveva la storia e che a una soluzione, prima dell’ultima pagina del libro, sarebbe comunque dovuto arrivare, anche a costo di seminare apposta un indizio, mascherato dalla bravura di uno dei più grandi scrittori di gialli. La realtà, lo sappiamo, è diversa, più difficile, più misteriosa. Anche per Jules Maigret.
Sul Venerdì del 10 maggio 2024